tramontate stelle gli eroi sono spariti morti scomparsi

C’è stato un tempo nel quale l’umanità aveva i suoi eroi, uomini e donne cui erano riconosciute qualità speciali o imprese fantastiche. Non necessariamente si dovevano compiere dodici fatiche, conquistare terre, scoprire continenti o battersi per la Fede: bastava volare tra le stelle, che fosse su una navicella spaziale o grazie alla polvere di fata o su un ippogrifo poco importa.

«Nessun dorma!… Tu pure, o Principessa, nella tua fredda stanza guardi le stelle che tremano d’amore e di speranza.»

[Turandot — Atto III, Scena I, 1926]

Guarda pure le stelle, Turandot, ma guardale in cielo: ai poveri cristi che non possono vivere nell’immortalità della musica, in questa lunga estate caldissima non resta che vedere stelle che cadono nella notte di san Lorenzo.

Già, le stelle che punteggiano la volta celeste sembrano essere le uniche in grado di rischiarare il cammino e di farsi carico del pesante fardello di speranze e aspettative. Non per romanticismo o per chissà quale illusione, sia chiaro: il fatto è che non ci sono più stelle.

«Dilegua, o notte!… Tramontate, stelle!…All’alba vincerò!…»

[Turandot — Atto III, Scena I, 1926]

Dopo novant’anni di continue invocazioni di un pronto tramonto delle stelle, il Fato o chi per esso ha deciso di esaudire quella preghiera: ecco che non ci sono più dei modelli iconici di stile e di vita, delle vere e proprie stelle, divi universalmente riconosciuti.

Non che sia un dramma, in fondo, secondo il monito di Brecht. Del resto, nel corso della storia le stelle erano per la plebe i sovrani ed i grandi guerrieri, e per patriziato ed aristocrazia erano invece i filosofi ed i letterati. Non si è esaurito il “bisogno di eroi” della massa plebea moderna, eppure è come se — invece di essere fonte d’ispirazione — i personaggi guida della società contemporanea fossero sempre meno leader e sempre più mediocri.

«Sventurata la terra che non ha eroi!»

«No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.»

[Bertolt Brecht, Vita di Galileo, scena 14, 1938-1946]

Si ipotizzi di dover considerare delle figure iconiche della politica italiana ed internazionale: se quello che in passato era Kennedy diventa Trump; se la Thatcher diventa la May; se Craxi, Andreotti, Berlinguer e Almirante diventano Renzi, Di Maio, Salvini e Alfano; se Kohl e Mitterrand diventano Macron e Schulz; se tutto ciò è vero, come è vero, mala tempora currunt. In tutta onestà, è inutile raccontarsi falsità pur sapendo che nei libri di storia rimarranno come “stelle da non imitare” Trump più per aver minacciato guerre nucleari che per altro e la May per essere riuscita nell’impresa di far uscire il Regno (per ora) Unito dall’Unione Europea.

Non dev’essere certo facile, di questi tempi, intraprendere la via della politica: una volta le stelle erano le ideologie o personaggi di riconosciuto carisma, e se una ragazza poteva diventare la nuova Nilde Iotti ed un ragazzo poteva tentare la scalata ai vertici di partito nel solco del Divo Giulio, adesso nessuna persona di buon senso augurerebbe a qualcuno di diventare una Maria Elena Boschi o un Alessandro Di Battista, che funzionano benissimo come caricature social (qui nella geniale fanfiction Deebboskey, forse l’opera narrativa italiana migliore di tutto il 2017) al pari di Antonio Razzi, ma non saranno ricordati per le doti legislative, oratorie e retoriche — ammesso che siano ricordati in futuro.

Certo, sono scomparse le stelle anche nella musica, e non ce ne sono altre all’orizzonte. Bruce Springsteen calca i palcoscenici da 45 anni, lo stesso periodo di altri grandi come gli AC/DC, Vasco Rossi da 40, ed anche personaggi più “freschi” come J-Ax e Fabri Fibra navigano nel mondo della musica da ormai 25 anni. Ma sono stati accantonati nel dimenticatoio anche artisti una volta vere e proprie bandiere del “made in Italy” come Laura Pausini, Tiziano Ferro ed Eros Ramazzotti, cantanti meno passeggeri delle mode musicali che si sono susseguite negli ultimi anni.

Insomma, le stelle sono morte, ma chi le ha uccise? La risposta è stata scritta da Nietzsche.

«Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso! Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini? Nulla esisteva di più sacro e grande in tutto il mondo, ed ora è sanguinante sotto le nostre ginocchia: chi ci ripulirà dal sangue? Che acqua useremo per lavarci? Che festività di perdono, che sacro gioco dovremo inventarci? Non è forse la grandezza di questa morte troppo grande per noi? Non dovremmo forse diventare divinità semplicemente per esserne degni?»

[Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 1882 — Aforisma 125]

È la massa ad uccidere le stelle, di volta in volta. Dapprima “Video killed the radio star”, poi “Reality killed the video star”, infine è il turno del web, che popolarità regala e popolarità distrugge.
YouTube, i blog e moltissimi social, tra i quali ovviamente Facebook ed Instagram, hanno creato dal nulla e con una velocità impressionante le nuove star dello spettacolo: basti pensare a Frank Matano, a Chiara Ferragni, ad Alan Walker, a Jasmine Thompson, addirittura a talenti dello sport come Hachim Mastour e Martin Ødegaard.
Se, come cantavano i Queen in Innuendo, «You can be everything you want to be», allora chiunque può diventare una star ed accedere ai famosi 15 minuti di celebrità: il problema è che quel quarto d’ora se ne va via tanto velocemente quanto è arrivato.

Deve essere tutto pronto, rapido, istantaneo. L’ascesa deve essere fulminea, improvvisa, deve impressionare, stupire e far appassionare. Cosa importa se le nuove stelle dureranno quanto il passaggio di una meteora? Loro avranno dato testimonianza del loro passaggio su questa terra.

Per costruirsi una fama duratura ed ispirare le generazioni future ci vogliono tempo e fatica, e nella società che ci ha insegnato a pretendere tutto e subito prendersi tempo è un atto rivoluzionario. Lo stesso tempo che serve per allevare gli eroi del futuro.

Simone Moricca

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