davide bifolco verità giustizia

La notte del 4 settembre del 2014 moriva Davide Bifolco, ucciso dallo sparo del carabiniere Gianni Macchiarolo a seguito di un inseguimento.

Dopo la sentenza di primo grado, pervenuta a conclusione di un rito abbreviato, il carabiniere è stato condannato a quattro anni e quattro mesi per omicidio colposo con l’aggravante dell’imperizia nell’uso della pistola di servizio. Ma i genitori di Davide non si arrendono e chiedono con forza che esca fuori tutta la verità su quella drammatica notte, in quanto sono ancora tanti gli interrogativi e le questioni che non tornano nella ricostruzione di quei tragici fatti di tre anni fa. Da allora hanno costituito un’associazione in memoria del figlio Davide, insieme a ragazzi del quartiere e giovani dei movimenti napoletani. Lunedì 4 e martedì 5 settembre sono state organizzate due giornate in memoria del giovane ragazzo, con la presentazione del libro “Lo sparo nella notte” del giornalista Riccardo Rosa che ha provato a ricostruire le vicende di una storia di cui si è tanto parlato sui media, spesso con tante inesattezze smentite nel processo.

Mi reco a casa della famiglia di Davide Bifolco intorno alle 10 del mattino di un afoso primo settembre, a pochi giorni dal terzo anniversario della morte del ragazzo, per ascoltare Gianni e Flora, i suoi genitori, che non si arrendono e chiedono verità e giustizia.

Gianni, innanzitutto parliamo dell’associazione che avete costituito da quasi tre anni “Davide Bifolco, il dolore non ci ferma”.

«L’associazione è impegnata nel recupero e in laboratori per i bambini del territorio. È nata per volere di mia moglie. Flora voleva fare qualcosa per i ragazzi delle periferie. Spesso si parla di questi luoghi come posti abitati da scarti umani ma non è così. È solo una questione di opportunità. Abbiamo deciso di iniziare dai bambini, con l’aiuto delle loro famiglie, per evitare l’abbandono scolastico e dare la possibilità ai ragazzi di confrontarsi con percorsi educativi e ricreativi. Ci siamo accorti che i bambini, seguiti e valorizzati, si sentono presi nella giusta considerazione e ci seguono con piacere nelle attività che organizziamo. Ma la cosa più bella è che, pensando di fare qualcosa di buono per loro, alla fine sono loro a dare tanto a noi. Nei loro occhi rivedo mio figlio Davide.»

Da quando è nata l’associazione Davide Bifolco cosa è cambiato nel quartiere?

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«Niente! Nel piccolo noi facciamo quello che possiamo ma nel quartiere i problemi sono sempre gli stessi. Le istituzioni sono assenti e non mostrano interesse per i problemi della periferia. L’attenzione è rivolta solo al centro storico e al turismo ma poi si lasciano interi territori nell’abbandono totale. Per fare un esempio: è come se uno si lavasse la faccia senza lavare il resto del corpo. Una assurdità! La presenza delle istituzioni sul Rione Traiano si limita a passerelle e presenze di facciata, senza incidere sui problemi reali del territorio.»

Cosa vorresti per il tuo quartiere? Cosa pensi debba cambiare per migliorare la vita degli abitanti del Rione Traiano?

«La cosa fondamentale è il lavoro. Con le opportunità lavorative il resto viene di conseguenza. È come per i dieci comandamenti della Bibbia. A un buon cristiano basterebbe rispettare i primi due comandamenti perché tutti gli altri vengono di conseguenza.

Per il resto, dovrebbero migliorare i servizi. In questo rione la presenza dello Stato si manifesta solo attraverso la militarizzazione. Ma le scuole sono allo sbando e gli altri servizi al territorio sono pessimi. Inoltre questo rione è pieno di strutture pubbliche abbandonate e, nel momento in cui qualcuno prova a recuperarle, è sempre complicato trovare un modo per regolarizzare queste attività. Ti faccio un esempio: da due anni e mezzo facciamo doposcuola e laboratori per i bambini del quartiere nella ex scuola Copernico, abbandonata da diversi anni, ma siamo sempre legati ad autorizzazioni temporanee, senza la possibilità di fare una programmazione sul lungo termine.»

Quali sono i progetti per il futuro dell’associazione?

«Abbiamo tante cose in mente ma avremmo bisogno di aiuto materiale da parte delle istituzioni. Vorremmo, ad esempio, coinvolgere anche i ragazzi adolescenti del quartiere ma è difficile mettere in piedi progetti che li coinvolgano perché, per fare questo, ci vorrebbe un cambiamento radicale. Un bambino lo puoi seguire e lo puoi indirizzare più facilmente. Con i ragazzi più grandi, invece, ci vorrebbero progetti più grandi, con prospettive anche lavorative affascinanti, altrimenti non siamo credibili ai loro occhi.»

Flora, prima di salutarci, vorrei tornare indietro a quella notte del 4 settembre. Cosa ricordi? Credi si siano fatte davvero verità e giustizia sulla morte di Davide?

«Non so e non credo verrà mai fatta veramente giustizia sulla morte di mio figlio ma io voglio almeno che esca fuori la verità. Quando quella notte fui avvertita del fermo di Davide, andai subito sul posto e mi accorsi che mio figlio era già morto. La dottoressa del 118 Annamaria Esposito si avvicinò al corpo di Davide e vide che era morto. Poi si avvicinò al maresciallo dei carabinieri Sarno, il quale le disse di alzare il corpo di mio figlio e di caricarlo sull’ambulanza, altrimenti avrebbero passato un guaio con la giustizia. Da quel momento cambiarono le carte in tavola e cominciarono a dire che avrebbero tentato di rianimare Davide. Ma io mi ero accorta che mio figlio era già morto e avevo sentito le parole della dottoressa. Il fatto che Davide fosse morto sul colpo è stato confermato anche nell’autopsia. Da lì in poi sono cominciati i depistaggi e gli inquinamenti delle prove. È stato spo««stato tutto prima dell’arrivo del magistrato ma, nel primo grado, nessuno mi ha ascoltato. Mi hanno trattato come una pazza e una criminale mentre io chiedevo solo verità e giustizia per mio figlio. Inoltre hanno parlato di colpo accidentale. Ma io mi chiedo: può essere accidentale un colpo esploso dopo un inseguimento e uno speronamento del motorino? È possibile che i carabinieri non siano stati accusati anche di tentato omicidio ai danni degli altri due ragazzi? Dalle registrazioni delle radio di servizio si capisce che è stato un inseguimento da Far West. I carabinieri hanno addirittura saltato lo spartitraffico del Viale Traiano con l’auto di servizio. Per questo io non mi aspetto nulla dalla giustizia, perché nel processo queste cose non sono state prese seriamente in considerazione. Ma io non troverò pace fino a che non verrà fuori la verità sulla morte di Davide. Era innocente, non aveva commesso nessun crimine e io non riesco ancora a capire il perché i carabinieri siano intervenuti in quel modo così aggressivo e irresponsabile. Hanno detto che noi ce l’abbiamo con le forze dell’ordine. Non è vero. Io ce l’ho solo con chi ha ammazzato mio figlio. Se avessero detto la verità non saremmo arrivati a tutto questo. I carabinieri intervenuti quella notte si sono coperti l’uno con l’altro e io questo non lo posso accettare da chi, per mestiere, dovrebbe garantire la giustizia per noi cittadini.»

Saluto Flora e Gianni, visibilmente commossi ma mai arrendevoli quando si tratta di chiedere verità e giustizia per loro figlio Davide Bifolco, rimasto ucciso da un colpo di pistola esploso da un carabiniere nella notte del 4 settembre del 2014.

Per loro quella non sarà mai solo una data e intendono continuare a trasformare il dolore per quella tragedia in un motore di riscatto e cambiamento per tutto il Rione Traiano, come dimostrano tutte le attività svolte in questi anni dall’associazione. Il prossimo 4 e 5 settembre rappresentano il tentativo di non spegnere mai i riflettori su una vicenda che, se è così difficile ottenere giustizia, chiede ancora di ricevere verità.

Mario Sica

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Nasce a Napoli nel 1988. Dopo aver trascorso i primi dodici anni di vita nella provincia nord di Napoli, a Villaricca, si trasferisce a Soccavo, quartiere di origine dei propri genitori. Durante gli studi classici, matura e coltiva la passione per il giornalismo e la scrittura creativa ed inizia una lunga militanza nei movimenti anticamorra e nei comitati territoriali della città di Napoli. Nel 2017, a “soli” 28 anni, consegue la laurea in giurisprudenza presso la Federico II. “Malato” di calcio e tifosissimo del Napoli, negli ultimi anni si appassiona alla boxe. Appassionato di lettura, in particolare classici e saggi storici, per sensibilità politica ha approfondito le sue conoscenze storiche dei movimenti di lotta del Novecento e del lungo processo di emancipazione del Sud America dal colonialismo ad oggi. Ha provato ad imparare a suonare la chitarra durante l’adolescenza ma, appurato di essere impedito, ha deciso di limitarsi all’ascolto di musica, in particolare De Andrè, Brassens, Pino Daniele e tutto il neapolitan power degli anni ’70 e ’80. Coltiva l’illusione, in un Paese che legge sempre meno e peggio, di poter trasformare la sua passione per la scrittura ed il giornalismo in un mestiere retribuito.