Il Ventre di Napoli: il Real Albergo dei Poveri

Nella straordinaria e suggestiva Piazza Carlo III, nel cuore della città di Napoli sorge l’imponente Real Albergo dei Poveri.

Il Ventre di Napoli: il Real Albergo dei Poveri
Piazza Carlo III, Napoli

Per volontà del sovrano borbonico Carlo III, l’architetto Ferdinando Fuga fu incaricato di costruire al centro di una delle piazze più caratteristiche della città partenopea il Real Albergo dei Poveri. La maestosa struttura fu eretta per accogliere tutti i poveri, gli orfani, i mutilati di guerra e i mendicanti del regno di Napoli; insomma, tutti coloro che dovevano essere assistiti e tutti coloro che arrivavano in città e avevano bisogno di essere aiutati.

Ebbene, Ferdinando Fuga fu incaricato di costruire l’Albergo dei Poveri, conosciuto anche con i nomi di Palazzo Fuga, ‘O Reclusorio, ‘O Serraglio. Correva l’anno del Signore 1749: Carlo III voleva che Napoli tornasse a essere una città rinascimentale, rendendola nuova e all’avanguardia nelle architetture. E quasi parallelamente alla costruzione del teatro di San Carlo, ci si adoperava a costruire una struttura particolare e accogliente.

Il Real Albergo dei Poveri è certamente una delle strutture più grandi site a Napoli: eppure il lavoro non è mai stato portato a termine. Basti pensare che oggi possiamo ammirare solo un quinto di quello che era il progetto originale del sovrano e della sua squadra di lavoro: è un palazzo di 100.000 metri quadrati, con una facciata di 350 metri e 9 chilometri di sviluppo lineare dei corridoi. E poiché certamente all’epoca gli orfani, i poveri e i veterani mutilati di guerra erano parecchi in quel di Partenope, il palazzo consta di quattro livelli e accoglie una mole di 430 stanze: difatti era possibile ospitare fino a ottomila bisognosi che venivano distribuiti in base al sesso e all’età.

Per il secolo successivo, nonostante la struttura non fu mai più completata, l’Albergo dei Poveri continuò a svolgere un’attività proficua assicurando assistenza alle persone in difficoltà. Per giunta, si fece carico di impartire loro insegnamenti di mestieri per renderli autonomi nella quotidianità; inoltre, essendo anche un centro di accoglienza per minori e orfani, garantiva a questi un’assistenza particolare che li aiutasse nell’apprendimento della scrittura e della lettura. I poveri, i bisognosi e coloro che avevano bisogno di assistenza trovarono in questa struttura ciò che non immaginavano: servizi scolastici, mense, giardini in cui passeggiare, laboratori, officine, infermerie.

I maestri e gli insegnati avevano il compito e il dovere di formare le persone in ambito lavorativo, sociale e culturale. I maschi studiavano la grammatica e la matematica e venivano indirizzati verso mestieri manuali quali il sarto, l’operaio, lo stampatore; le donne imparavano a leggere e a scrivere, ma al contempo si dedicavano alla tessitura, al ricamo e alla sartoria. Furono tanti i giovani che si formarono nel Real Albergo dei Poveri: Napoli tornava a essere una città splendente e viva per le immense qualità di queste nuove generazioni.

Ovviamente, anche nel secolo scorso l’edificio ha dato il via a una serie di progetti che hanno dato i loro frutti: nacque una scuola di musica che aveva il compito di formare le orchestre e i suonatori ufficiali dell’esercito; sorse inoltre una scuola per sordomuti proprio per rimarcare l’intento primitivo di Palazzo Fuga, cioè l’assistenza ai bisognosi. Ma con il terremoto del 1980, quello che mise in subbuglio Napoli e le zone limitrofe, ‘O Reclusorio si vide crollare alcune mura portanti: a partire dal 1999 divenne proprietà del comune di Napoli e furono fatti avviare dei lavori di restauro che ancora oggi sono in corso. Il Ventre di Napoli: il Real Albergo dei Poveri

Al giorno d’oggi, quando sentiamo parlare di immigrati che vengono rifiutati e di stranieri che vengono discriminati, bisognerebbe guardare indietro e scavare nella storia: il Real Albergo dei Poveri è l’emblema di una città che mai hai chiuso le sue porte, che si è sempre resa disponibile e paziente nei confronti di chi era più sfortunato. Ha provveduto a dare una casa, un letto, un piatto caldo a quei bambini orfani venuti da chissà dove in cerca di assistenza e aiuto. Tutto ciò dovrebbe essere un esempio per noi che con il passare degli anni ci scandalizziamo ancora se a servirci il nostro panino al pub è un uomo di colore, o se una “straniera” presta assistenza ai nostri cari. E non possiamo scandalizzarci perché siamo tutti persone: ognuno di noi porta su di sé i segni, le cicatrici, le ferite della guerra che ogni giorno combatte. Perché tutti, indistintamente dalla razza, dal sesso, dalla religione, abbiamo una vita da vivere. Bisognerebbe aprire la mente e il cuore alle culture diverse che si intrecciano quotidianamente con la nostra, senza discriminazioni e differenze: siamo tutti uomini al mondo, e quello che ci rende diversi non è certamente la provenienza nazionale. Non serve guardarsi intorno: basta guardare dentro ognuno di noi e avere il coraggio e la volontà di fare del bene, sempre e indistintamente. E in particolare, il popolo napoletano deve scavare nei meandri del proprio cuore e dimostrare quella solidarietà verso gli altri che da secoli lo caratterizza.

Arianna Spezzaferro

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