assorbenti

«In Italia l’IVA sugli assorbenti è al 22 per cento, un prodotto quindi considerato un bene di consumo non di prima necessità, bensì classificato pari a qualsiasi altro prodotto rientrante nella categoria di altri beni come: tablet, borse, trucchi, profumi, e altro. Con questa proposta di legge si chiede che i prodotti igienico-sanitari femminili siano considerati per quello che sono e cioè beni essenziali e che conseguentemente anche la tassazione sia ridotta.»

L’estratto si riferisce a una proposta di legge presentata il 12 gennaio 2016 alla Camera. Da allora, l’iniziativa non è mai stata discussa ed è anzi caduta letteralmente nel dimenticatoio: il costo di «assorbenti igienici, tamponi, coppe e spugne mestruali» non sembra meritare attenzione.

In Italia, sui beni di consumo di prima necessità pende un’IVA del 4%. Il principio alla base dell’agevolazione è che tutti possano avere accesso a quei prodotti considerati indispensabili nel quotidiano di ogni individuo. Escludere un bene come gli assorbenti, cui si uniscono gli altri prodotti miranti al benessere igienico-sanitario della donna, significa considerare questo tipo di bene non essenziale e di conseguenza non degno di tutela. Dedotto ciò, è plausibile affermare che sia la condizione della donna stessa a non essere considerata né essenziale né meritevole di alcuna tutela – un gingillo, la donna, che può essere messo da parte quando uno strato di polvere ne incupisce il riflesso.

«Mentre si può vivere senza un tablet, non è possibile, per chi ha le mestruazioni, fare a meno degli assorbenti per condurre una vita normale e in salute» è quanto si legge scorrendo il testo della petizione “Le mestruazioni non si tassano: IVA al minimo sugli assorbenti!” lanciata tempo fa su change.org, piattaforma sulla quale esiste un vero e proprio movimento teso ad abbattere la pregiudizievole idea che gli assorbenti vadano tassati come bene non di prima necessità. La cosiddetta tampon tax è un problema serio, non un’inezia portata all’esasperazione da un branco di femmine annoiate o arrabbiate.

Badando al risvolto più evidente, tassare con un’IVA del 22% gli assorbenti significa compromettere la qualità della vita di tutte coloro che non hanno una disponibilità economica tale da sostenere una spesa che è mensile e che si protrae nel tempo per oltre trent’anni. Andando oltre ciò che si configura quale problema più pratico ed essenziale, escludere questi beni da quelli di prima necessità denuncia una stigmatizzazione delle mestruazioni e una sottesa volontà di non avere riguardo della parità di genere – le mestruazioni restano “quelle cose lì” che costano la vita alle piante e che è meglio fingere che non esistano, mentre la parità di genere resta impigliata tra una concessione fittizia e una porta chiusa in faccia.

Una donna che non ha la possibilità di acquistare gli assorbenti è di fatto una reclusa, resa incapace di recarsi a lavoro, a scuola, di interagire con il contesto circostante. E ad essere paradossale è che in un caso simile la prigione è il proprio corpo, la colpa è il proprio sesso di appartenenza e il carceriere è una società che, nell’ignorare ciò che dovrebbe essere implicito, ha palesato il proprio maschio-centrismo nonché uno svilimento della democrazia stessa – se difatti la democrazia è quella forma di governo che garantisce la partecipazione alla società di tutti gli individui senza discriminazione alcuna, è possibile concludere provocatoriamente che gli assorbenti siano uno strumento di democrazia diretta.

Per estensione, non è affatto esagerato sostenere che l’IVA imposta sugli assorbenti sia indirettamente imposta sull’essere nata donna.

L’utilizzo dei prodotti igienico-sanitari qui discussi – i quali per semplificazione vengono sintetizzati nel termine “assorbenti” – riguarda le donne in quanto nate donne e di conseguenza soggette al ciclo mestruale. Che allora il “bene di lusso” sia l’appartenenza al sesso femminile? Se così fosse, lo Stato italiano avrebbe ben ragione di tassare al 22% gli assorbenti, dopotutto la legge non ammette ignoranza e quindi avresti dovuto saperlo, tu donna, che tra i sessi a disposizione hai scelto di appartenere a quello di lusso – lamentarsi a posteriori non è elegante né corretto.

Il disegno di legge chiamato in causa inizialmente cita come modelli da prendere ad esempio il Governo britannico e quello francese, che applicano sugli assorbenti un’IVA rispettivamente del 5 e 5,5%, considerandoli beni di prima necessità. A queste esperienze va aggiunta quella del Governo scozzese, che ha avviato un progetto teso a testare la fattibilità della messa a disposizione gratuita di questo tipo di prodotti sanitari per tutte le donne con basso reddito. In quest’ultimo caso si parla di un azzeramento relativo della tampon tax.

Tale misura è ben distante dalla realtà italiana, dove neanche la sola riduzione dell’IVA ha goduto di attenzione. Un’Italia, questa che procrastina, che scrolla le spalle e minimizza la questione, che probabilmente non considera il prezzo degli assorbenti un problema reale né etico – perché lo è, etico, lo è perché ancora una volta dà prova di una mentalità che scinde tra problematica comune e problematica femminile, addossando a quest’ultima l’epiteto di futilità.

Rosa Ciglio

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