game of thrones settima stagione

Momenti altissimi, tellurici. Dove (quasi) ogni cosa torna al suo post con reunion attese, incontri inediti e scontri agognati dai primordi.
La settima stagione di Game of Thrones , insomma, rimarrà marchiata a fuoco nella memoria dei fan soprattutto per il re-incontro tra Arya e Sansa, tra John e Daenerys, tra Gendry e Ser Davos, tra Bran e ancora Sansa. Ma non solo. La stagione è stata un punto di svolta cruciale per i tanti nodi lasciati a intrecciarsi nel corso delle sei stagioni e ormai venuti al pettine: Cersei e Daenerys, Estranei ed esseri umani, Lannister e Alto Giardino, e chi ne ha più ne metta.

Eppure, nonostante questi momenti gloriosi e coinvolgenti, la settima stagione di Game of Thrones è stata tutt’altro che esaltante. O almeno, non lo è stata se paragonata a quelle del passato dove la serie, tratta dai romanzi di G.R.R. Martin, forse, non poteva considerarsi all’unanimità la migliore su piazza ma aveva, dalla sua, una magnetica e ben distinta identità.

Nella settima, contrariamente, Game of Thrones pare aver tradito se stessa, lo spirito della sua storia, concepita fino a ieri come un’epopea on the road dove il viaggio e i supplizi dei suoi protagonisti si configuravano come il fulcro della narrazione stessa. Un prodotto che, conscio dell’enorme eredità del suo creatore, ha sempre detto no ai repentini colpi di scena, agli eventi e alle azioni frenetiche, ai protagonisti immortali che riescono sempre e comunque a cavarsela per un colpo di fortuna o per la divina provvidenza.

GoT sputava tout court sulle logiche del format televisivo seriale, su quella macchina nefasta che cerca in ogni caso di accontentare il proprio audience disattento, incline alla pappa pronta e schemi narrativi preconfezionati. E invece, in questa stagione non è stato così: salvataggi improbabili e fan service spropositato, con un allineamento lassista alle logiche del fruitore immediato.

game of thrones settima stagione
Cersei e Jamie, mai così divisi.

Se l’accelerazione dei tempi può essere giustificata dal countdown inesorabile che ci separa alla fine della serie (prima della settima mancavano in toto 13 puntate), non si può soprassedere sugli orrori di sceneggiatura: vedasi Jon e la rocambolesca Suicide Squad (Jorah Mormont, Tormund, Gendry, Il Mastino, Thoros, Beric ndr) che oltre la Barriera vengono salvati miracolosamente da Daenerys, scena che ci ha ricordato un po’ la fortuna provvidenzialmente puerile e, ormai superata, di Indiana Jones. Senza dimenticare quei metaforici angeli custodi che in qualche modo salvano la pelle ai protagonisti che NO, NON DEVONO MORIRE, mentre le comparse o i personaggi inutili sono i primi a poter essere sacrificati. E no, Thoros di Myr non è computabile come morte “eccellente”. Nella serie è un personaggio a dir poco secondario.

Stendiamo anche un velo pietoso sulla dipartita di Ditocorto, scritta malissimo e soprattutto insensata se rapportata allo spessore del personaggio: fine calcolatore, infido confidente, manipolatore sempre un passo avanti agli altri. Arriva Bran a Grande Inverno e lui si fa infinocchiare come il primo dei fessi. Senza dimenticare che il crudele Baelish viene accusato senza nessuna prova (le visioni di Bran non sono una prova!) di essere un cospiratore e omicida, con  i guerrieri della Valle che non fanno una piega quando Sansa emette la curiosa sentenza.

game of thrones settima stagione

 

Tornando a Indiana Jones, ne L’Arca Perduta: senza Indy, i nazisti avrebbero recuperato l’arca per poi portarla a Berlino e aprirla davanti a Hitler, sancendo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Stessa cosa in questa settima stagione: senza Jon Snow, gli Estranei non avrebbero mai avuto un drago e non sarebbero mai riusciti superare la Barriera. Fine della grande minaccia”.
Dai, raccontata così e, parafrasando il paragone fatto da altri illustri colleghi, la storia degli Estranei non sta in piedi. E siamo sicuri che nei romanzi si leggerà di un modo più elegante e congegnato per giustificare il passaggio.

Altro problema riscontrabile nella settima stagione sono i tempi totalmente sballati: i passaggi da Approdo del Re ad Alto Giardino, da Roccia del Drago al Forte Orientale sono liquidati nello spazio di una scena e l’altra, quando in passato serviva una stagione solo per attraversare  Westeros. E quell’attesa logorante e sofferta , almeno per qualche affezionato, era anche il piacere della serie stessa.
La spettacolarità di alcune scene, i draghi in azione, gli Estranei con un minutaggio maggiore, son tutte cose apprezzabili e che hanno certamente alimentato il gaudio dei fan. Ma la considerazione che questi eventi  dovessero essere diluiti in una narrazione più distesa, estenuante e macchinosa per i suoi protagonisti, non sembra così campata per aria.

Insomma, nella settima stagione di Game of Thrones abbiamo assistito a tanta sbrigatività e qualche disattenzione, dove tutto è stato sacrificato in vista dell’epilogo finale, con un definitivo allontanamento dall’opera originale (la serie di romanzi Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco). Non solo nei contenuti, ma adesso, anche nello spirito.

Enrico Ciccarelli

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