Proviamo a svestirci dei panni del tifoso italiano. Proviamo a lasciare da parte il risentimento nei confronti di un allenatore negligente sia sotto il profilo tattico – stendiamo un velo pietoso – sia sotto il profilo psicologico: ”Sono andato in campo e non ho trovato né coccodrilli, né serpenti: ma l’erba e due porte”. Ipse dixit. Il resto lo conosciamo. Proviamo, a questo punto, a calarci nella dimensione dell’estetismo calcistico, dell’incondizionata devozione nei confronti delle emozioni che la giocata di qualità riesce a suscitare.

Nella gara contro la Spagna una luce ha brillato più di tutte le altre. E no, non è Asensio – sebbene il maiorchino abbia dato comunque prova di una consapevolezza tecnica spaventosa per la sua età. ”Ho visto lo spirito del mondo a cavallo” diceva Hegel a proposito di Napoleone. Io sabato sera ho visto lo spirito del calcio con un pallone tra i piedi. Affermazione azzardata, ancorché provocatoria. Al Bernabeu, a casa sua, Francisco Alarcón Suarez – per gli amici Isco – ha incantato in tutti i modi possibili. Tecnica sopraffina abbinata ad una visione di gioco eccezionale e ad una capacità realizzativa invidiabile. Il numero 22 dei Galacticos ha completamente sbeffeggiato i propri avversari, in una dimostrazione di superiorità imbarazzante.

Poi c’è la fotografia della partita: tunnel ai danni del ”pulcino” Verratti (oltremodo disastroso). Ed è subito déjàvu. Finale europea U21 del 2013. La Spagna schianta l’Italia 4-2 e conquista il titolo di categoria. All’epoca il mattatore della partita fu uno straripante Thiago Alcantara, ma Isco, che di lì a poco avrebbe vestito blanco, costituiva l’incubo perenne delle difese avversarie. Quattro anni dopo, il venticinquenne andaluso è tornato a far vedere i mostri ai suoi vecchi avversari: Immobile, Insigne e Verratti. Nel giro di questi quattro anni, però, Isco è cambiato tanto. Ha vissuto perennemente su un’altalena prima di trovare, con Zidane, la quadratura del cerchio.

Arrivato a Madrid dal Malaga nell’estate del 2013 per una cifra intorno ai 30 milioni di euro, sembrava dover diventare subito punto di riferimento fisso per l’allora tecnico Ancelotti. Ovvio, prima della gavetta: così si fa nelle grandi squadre. Ed effettivamente Isco riuscì a ritagliarsi uno spazio in una squadra dotata comunque di uno sconfinato talento, sacrificando spesso parte del suo estro a centrocampo, come mezz’ala. Nella stagione 2015/2016, tuttavia, qualcosa si ruppe e la permanenza dell’ex campione d’Europa U21 non sembrò più così scontata. Sulle sue tracce addirittura la Juventus, che aveva provato a portarlo in Italia già nel 2012 quando, però, acquisire il suo cartellino avrebbe comportato un esborso troppo oneroso per le casse bianconere. In ogni caso: disastro Benitez, poi Zidane. Con il francese non è stato di certo amore a prima vista, ma dopo alcuni esperimenti tattici Isco ha finalmente trovato il suo ruolo. Nell’ultima parte della stagione 2016/2017 il Real Madrid ha scoperto la propria imbattibilità, soprattutto grazie alle garanzie date proprio dal suo numero 22. Il successo straripante di Cardiff non è stato solo figlio delle mancanze della Juventus, delle grandissime intuizioni tattiche di Zidane o del talento dei vari Ronaldo, Modric e Kroos. Da quando il ragazzo cresciuto nelle giovanili del Valencia ha trovato la sua dimensione ideale le Merengues giocano meglio e, a quanto pare, anche la sua Nazionale ne ha fortemente beneficiato.

Isco in azione con il Real. Stagione 2016/2017

Trequartista, ma non di quelli statici dediti solo al perfezionamento dell’ultimo passaggio. L’ex Malaga adesso è un giocatore a tutto campo, in grado di spaziare su tutto il fronte offensivo e di scendere anche centrocampo per recuperare palla ed impostare l’azione. Un lavoro di raccordo che rende le connessioni tra i reparti mediano e avanzato più fluide, più imprevedibili. I numeri nello stretto, le giocate che tagliano i tempi di gioco: Isco è una sinfonia di passi in costante armonia su un rettangolo verde. È la luce che illumina il gioco della Spagna in un periodo storico in cui Iniesta – contro l’Italia comunque in grande spolvero – vive una fase decisamente calante. Non ce ne voglia il Dón, che resta comunque uno dei più grandi centrocampisti che abbiano mai calciato un pallone, ma non si preoccupassero gli spagnoli. Francisco (Isco) Alarcón Suarez è consapevole di potersi erigere a punto di riferimento indiscutibile per la Roja da qui ai 10 anni a venire, ma non sembra pesargli. L’eredità è stata stabilita, la dinastia è stata tracciata. Quando il numero 8 del Barcellona deciderà di aver dato abbastanza al calcio, la Spagna sarà pronta ad omaggiarlo, come è giusto che sia, ma con la consapevolezza di avere un sostituto già perfettamente forgiato, già straordinariamente leader, già assolutamente decisivo.

 

fonte immagine in evidenza: 101greatgoals.com

 

Vincenzo Marotta