Jean Rhys, Jane Eyre, Brontë
Jean Rhys, Jane Eyre, Brontë

C’è un personaggio secondario nel romanzo “Jane Eyre” di Charlotte Brontë : è la prima moglie pazza di Edward Rochester, Bertha Mason, chiusa nella torre di Thornfield Hall.

L’esistenza di Bertha è fastidiosa e disturbante: per via della sua pazzia, è impossibile per il bel Rochester divorziare da lei, e quindi poter sposare il suo vero amore Jane Eyre. Berha è descritta come orribilmente spaventosa, dall’aspetto selvaggio di un vampiro. Questo aggettivo, savage, non è usato per caso. Bertha infatti non è inglese, ma viene dalle colonie. Dalla Jamaica, da Spanish Town: è creola.
Alla fine del candido romanzo della Brontë, Bertha si toglie la vita e i due bianchissimi personaggi possono finalmente coronare il loro sogno d’amore.

Bertha Mason è il punto nero, l’elemento di disturbo, la presenza intrusiva, la macchia sporca. Non c’è spazio per la sua storia nella narrazione che deve finire bene, così come ci si aspetta in tutti i salotti. E non a caso è l’unico personaggio non inglese.

C’è un libro pubblicato nel 1966 e tradotto in italiano col titolo di “Il Grande Mare dei Sargassi”. Scritto da Jean Rhys, autrice inglese nata in Dominica da padre gallese e madre creola, che un giorno lesse il libro della Brontë e decise di raccontare la storia di quel personaggio che, come lei, era emigrata dai Caraibi verso l’Inghilterra e, come lei, era bloccata in un mondo che non la accoglieva di certo a braccia aperte.

Così nasce la trama: Antoniette, vero nome di Bertha, nasce in Jamaica appena dopo l’abolizione della schiavitù in tutte le colonie da parte del governo britannico. Figlia di un ex proprietario di schiavi morto di alcolismo, la protagonista trascorre l’infanzia con la madre creola, vittima della marginalizzazione da parte della società circostante che le chiama “blatte bianche”.

Una volta cresciuta, Antoniette sposa un’uomo inglese con cui non riesce mai ad instaurare un dialogo vero e proprio. Lui non capisce il mondo di lei, i suoi drammi interiori e lei piano piano cade nella pazzia, finchè lui non la porta con sè in Inghilterra, la chiude in una torre e si innamora di Jane Eyre.

Jean Rhys decide di imporre una contronarrazione al romanzo della Brontë , di dare una voce umana a quel personaggio che era visto come totalmente perverso e naturalmente selvaggio, perchè proveniente dall’esterno rispetto al mondo civilizzato. Jean Rhys prende la tragedia e la rende eroica; regala ad Antoniette dei sentimenti, un’infanzia, un grande bisogno di amore che la rendono terribilmente umana, e un grande trauma dipeso dallo sradicamento per essere vissuta in due ambienti che l’hanno sempre rigettata.

L’Europa va sperimentando, oggi più che mai, fenomeni migratori, enormi flussi provenienti dai paesi che nella quasi maggioranza dei casi sono stati colonie europee. Come per Antoniette. E il modo di relazionarci che abbiamo con i migranti, oggi, è spesso non dissimile da quello che aveva la Brontë : visualizziamo quella che abbiamo davanti non come una persona, con dei sentimenti, delle debolezze, capacità di ragionamento, voglia di felicità ed una storia personale completamente diversa dalla nostra, ma come un tipo, termine usato nella sua differenza letteraria rispetto a personaggio. Cioè un essere semplificato al massimo, ingabbiato dentro un’idea precostituita, fondamentalmente uguale agli altri tipi come lui, e relegato ad una condizione di incomunicabilità.

Non ci interessano le storie, i passati, i racconti, le emozioni e i desideri che queste persone portano nel cuore. Non ci interessa la loro parte umana, perchè siamo spaventati dalla loro parte animale. Che noi cuciamo loro addosso.

Anche se ci sono casi che ancora fanno sperare, l’immigrato in Italia nella maggior parte delle volte rimane l’elemento disturbante, colui che porta con sè un problema, il motivo per cui ha lasciato il paese di origine, di cui nessuno ha voglia di occuparsi perchè, ancora, gli italiani vivono intrisi di quel razzismo che impedisce loro, per paura o per disinteresse, di vedere l’umanità negli occhi di chi non è bianco bianchissimo.

L’immigrato in Italia non parla: è già bollato. Jean Rhys ha preso un’immigrata di altri tempi e le ha dato voce per raccontare la propria storia e motivare i suoi dolori. Ottimo motivo per rileggere oggi “Il Grande Mare dei Sargassi”.

Ludovica Perina