Fino all'osso: il film di Netflix che vomita sulla nostra idea di anoressia

Netflix ricomincia da qui: Fino all’osso è la rappresentazione cinematografica di una critica aspra, di un ritorno in un certo qual modo ad un neorealismo che mancava da troppo tempo ad una società così assoggettata dalle proprie paure, dai propri sogni.

Sono proprio i sogni, le speranze, che fanno da cornice a questo splendido film; la ridondanza continua scatenata dalla loro presenza nei protagonisti: tutti giovani attori che raffigurano l’essenza di Fino all’osso, una magistrale interpretazione di una malattia nevrotica scaturita dai più disparati punti del nostro inconscio e che non è mai stata così viva e tangibile su uno schermo.

Questo film parla dell’anoressia, ma non la pone come un morbo assestante, come un qualcosa che riesce a mietere e reclutare solamente vittime. Questo stato depressivo racchiude in sé un connubio indelebile con il proprio portatore, come se mutasse forma e colori a seconda della persona con cui dovrà affrontare la propria esistenza.

La maestria della regista statunitense Martha Mills Noxon è stata quella di non lasciare che si venisse a creare un “colpevole”, un qualcosa su cui puntare il dito, ma che l’attenzione del pubblico venisse canalizzata ed indicizzata verso uno sguardo consapevole, una presa di coscienza, dell’incontrovertibile convivenza della nevrosi e del proprio portatore; dello scambio reciproco e biunivoco esistente tra la persona e la sua malattia. La vita dei protagonisti è segnata e lacerata dalle cicatrici provocate da una società che riconosciamo, nella quale sappiamo metterci in un ordine. Quello che dobbiamo scoprire, dunque, è la vita delle persone che hanno una prospettiva diversa dalla nostra, quello che non vogliamo vedere. Ma soprattutto, gli effetti che il modo di essere e di vivere della nostra società sta avendo sulle stesse persone che la compongono.

Fino all’osso è riuscito a elaborare un ambiente catartico, in cui vengono rappresentate e liberate sulla “pellicola” di Netflix le emozioni e le influenze di una società.

Quelle stesse tendenze o linee di fuga a cui ognuno di noi deve far fronte nell’arco della propria vita, alle quali dobbiamo dare una risposta. Catalogarci, metterci in un angolo per essere riconosciuti. Ogni personaggio di questo film non è solamente un tassello di un puzzle, ma è soprattutto quella stessa forza in grado di modellare l’assetto stesso di questo enorme complesso. Ognuno lotta contro se stesso, dentro se stesso ed all’esterno di esso.

La fragilità, l’amore, le paure, i sogni. Tutto è rappresentato in maniera disarmante per lo spettatore, che subisce questa forza, riesce a farla quasi propria. Ecco il fine, ecco lo scopo. Riuscire a comprendere, capire che non si tratta meramente di una malattia, di una nevrosi, ma di qualcos’altro, di più profondo. La solitudine che ti lascia attorno, quello sguardo sugli occhi delle persone, che viene assunto come una seconda pelle, un modo per difendersi. Quel giudizio sospeso tra il rifiuto e lo sdegno.

Per avviso di chi scrive, è proprio questa “incapacità di conoscere” il protagonista principale di Fino all’osso. Il film non vuole conoscere, né cerca di comprendere ciò che provoca dolore. Si rifugge nell’illusione di aver risolto il problema togliendolo dalla propria vista.

Il film prodotto da Netflix mette di fronte allo spettatore la nostra cecità, che si ripercuote su noi stessi tutti i giorni. La messa a nudo delle proprie debolezze, delle proprie paure. L’attrice protagonista di questo film, Lily Collins, durante un’intervista telefonica ha dichiarato: «[…] Penso che sia molto importante mostrare che il mio personaggio sia ancora se stessa, anche se sta passando un momento traumatico della propria vita […]».

È disarmante pensare quanta cura sia stata messa nella rappresentazione di un fenomeno sociale, di una malattia psicologia che non deve più passar inosservata, che non deve più essere rimessa in un angolo semplicemente perché ci spaventa. Il merito del cinema di Netflix è stato quello di non aver timore nel raccontare una storia che cataloghiamo troppo spesso come qualcosa che non può toccarci.

Niccolò Inturrisi

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Nasce il 26 febbraio 1995 a Firenze, dopo aver terminato gli studi liceali nel 2015 lascia l’Italia e si trasferisce con la famiglia in Olanda, ad Amsterdam. Ora continua a lavorare come magazziniere in attesa di intraprendere gli studi. Il libro che lo ha colpito più di tutti è stato “La bestia umana” di Zola. Se proprio gli chiedessero di scegliere un autore preferito, opterebbe però per Dostoevskij. Coltiva molte altre passioni, tra cui la musica, nella quale si è cimentato per qualche anno suonando chitarra elettrica e basso. Ascolta tutti i generi possibili e il suo gruppo preferito in Italia restano gli Zen Circus, anche se adora De Andrè e Lucio Dalla (ma ne potrebbe citare molti altri), ma il suo primo amore rimangono i Pink Floyd. Grazie alla famiglia si porta dietro praticamente da tutta la vita la passione per il cinema. Adora Fellini e Monicelli, ma non disdegna anche registi esteri come Lynch, Scorsese e Tarantino.

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