Franz Kafka immigrazione America
Franz Kafka immigrazione America

America, romanzo pubblicato postumo nel 1927, raccoglie i frutti di un particolare percorso personale di Franz Kafka, protratto durante gli ultimi anni di vita dell’autore; demarca un interesse crescente nelle problematiche sociali e culturali legate all’immigrazione, ma sopratutto si denota un’intensità diversa in questo romanzo, come se l’autore avesse cambiato in qualche modo il rapporto stabilito con il lettore, abituato oramai ad un certo tipo di stesura.

Il protagonista del romanzo è Karl Rossmann, un ragazzo cresciuto in quella Praga tanto cara a Kafka e mandato, poi, dai genitori a raggiungere lo zio negli Stati Uniti. Questo romanzo si differenza non poco dai precedenti lavori di Franz Kafka, non tanto per la differenza caratteriale dei due protagonisti ma quanto per il cambio di prospettiva che ha saputo creare l’autore intorno al personaggio principale della sua opera. Abbandonato il trauma edipico di Gregor Samsa, Karl Rossmann rappresenta l’ingenuità di un’intera generazione, la voglia di essere messo in discussione e di conoscere il mondo.

Non è tanto la volontà di poter aspirare ad un cambiamento, di poter scoprire le opportunità che questa società potenzialmente può offrire, ciò che l’autore vuole sottolineare con la stesura di questo romanzo. Piuttosto, l’elemento centrale dell’America di Franz Kafka è il ritratto realista delle problematiche, dei sogni e delle speranze di una generazione che ha vissuto l’immigrazione e l’emigrazione, che è nata da essa e con essa. Quel viscerale cambiamento di orizzonte, la necessità di fuggire il più lontano possibile, emigrare per cercare di rispondere al destino, di crearlo da zero.

L’immigrazione, questo termine che vediamo catalogato continuamente come nocivo, malsano, ingombrante, in realtà è stata anche la salvezza di tanti figli di quell’Italia del dopoguerra, e che così in fretta abbiamo voluto dimenticare.

Franz Kafka ritrae il ruolo centrale dell’immigrazione in un contesto così aureo come gli Stati Uniti: il “sogno” americano.

Comincia la narrazione del suo racconto partendo dalla figura di uno dei fuochisti della nave con cui Karl Rossmann sta giungendo negli Stati Uniti. Anche lui è considerato un figlio dell’immigrazione, del business economico costruito intorno ad essa, e raffigura quella necessità insita nell’uomo di andare via, di scappare, di ricominciare da capo solcando l’oceano. Questo “eden” accompagnerà i personaggi del romanzo, e sarà il fine ultimo del protagonista, che non abbandonerà mai il sogno di raggiungerlo. Nella sua ricerca continua, il giovane protagonista non vacillerà mai nel portare avanti, con il coraggio sprezzante ed ingenuo della giovinezza, la sua visione del mondo.

Durante lo svolgersi di questo romanzo, oltretutto, si accavallano altri punti di interesse, come quello sottolineato da uno dei più grandi studiosi di Franz Kafka e delle sue opere, Wilhem Emrich, che sottolinea come «Il romanzo appartiene alle più perspicaci creazioni poetiche che abbiano smascherato la moderna società industriale di tutta la letteratura mondiale». Il capitalismo rampante, che si rispecchia nel fiore nascente di un’America così diversa e così incantata nella sua sfavillante illusione.

Tuttavia, l’elemento fondamentale per Franz Kafka in questo romanzo è mostrare come l’immigrazione non sia una “contingenza”, una “conseguenza”, ma un movimento di decostruzione dei precedenti termini che categorizzavano la cultura e la società, un modus operandi della vita che ci mette di fronte all’impellente bisogno di cambiamento. L’immigrazione è vista allora come un percorso, come un sogni e la speranza di persone che solcano il mare per potersi costruire un futuro: il futuro, attraverso l’immigrazione, verso un nuovo destino, creato a modo proprio.

Siamo tutti figli dell’immigrazione, come siamo tutti figli di quel sogno chiamato futuro.

Possiamo considerare allora l’America di Franz Kafka come un monito, per ricordarci come ognuno di noi, perfino Karl Rossmann, abbia bisogno di mettersi in gioco, di cambiare, che necessita soddisfare la stessa “voglia di andar via” cantata da De Gregori nella sua “Abbigliamento di un fuochista”.

Anche il fuochista di Francesco De Gregori ha parecchie analogie con quello dello descritto nel libro: questo “sguardo da animale in fuga“, il primo compagno che incontrerà Karl Rossmann, questo “figlio senza catenesenza camicia, così come sei nato” che racconta la storia di più di una generazione che ha abbandonato la propria casa, la propria famiglia e le proprie abitudini per poter rincorrere quella speranza chiamata America.

Niccolò Inturrisi

 

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Nasce il 26 febbraio 1995 a Firenze, dopo aver terminato gli studi liceali nel 2015 lascia l’Italia e si trasferisce con la famiglia in Olanda, ad Amsterdam. Ora continua a lavorare come magazziniere in attesa di intraprendere gli studi. Il libro che lo ha colpito più di tutti è stato “La bestia umana” di Zola. Se proprio gli chiedessero di scegliere un autore preferito, opterebbe però per Dostoevskij. Coltiva molte altre passioni, tra cui la musica, nella quale si è cimentato per qualche anno suonando chitarra elettrica e basso. Ascolta tutti i generi possibili e il suo gruppo preferito in Italia restano gli Zen Circus, anche se adora De Andrè e Lucio Dalla (ma ne potrebbe citare molti altri), ma il suo primo amore rimangono i Pink Floyd. Grazie alla famiglia si porta dietro praticamente da tutta la vita la passione per il cinema. Adora Fellini e Monicelli, ma non disdegna anche registi esteri come Lynch, Scorsese e Tarantino.

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