Lida Ajer è una caverna del Pleistocene di Sumatra e di recente è tornata a destare l’interesse di tutto il mondo. Non è la prima volta, in quanto la grotta era già stata esplorata dall’antropologo olandese Dubois sul finire del diciannovesimo secolo.

Dubois aveva rinvenuto alcuni denti, ai quali, soprattutto a causa dell’avanzamento tecnologico e tassonomico dell’epoca, non era stata potuta assegnare grande importanza. Oggi questi denti, il sito di Lida Ajer e la regione circostante tornano di grande attualità grazie ad uno studio condotto da due università australiane e pubblicato in agosto sulla rivista “Nature” che proverebbe che i denti appartenevano a un uomo che avrebbe vissuto a Sumatra circa 73.000 anni fa.

L’origine della specie umana è ancora oscura, nonostante il lavoro rigoroso e appassionato di studiosi, paleontologi e antropologi. In realtà, non solo quella relativa alla specie umana in sé, ma ogni origine, ogni inizio, ognuna delle “prime volte” che hanno avuto un’importanza veramente decisiva per la nostra specie sembra sfuggirci. Non conosciamo l’inventore della ruota, né chi abbia inventato la scrittura e nemmeno chi sia stato il primo essere umano ad accendere un fuoco, nonostante questo avvenimento sia stato definito dal bioeconomista Georgescu-Roegen come una scoperta «di importanza enorme, perché il fuoco rappresenta una conversione energetica qualitativa, la conversione dell’energia chimica delle materie combustibili in calore». A testimonianza di ciò, come Georgescu-Roegen aggiunge poco dopo, i Greci attribuivano la scoperta del fuoco non ad un mortale, ma al semidio Prometeo.

L’essere umano è migratore da più di 73.000 anni. Prima dello sviluppo dell’agricoltura e del successivo intenso sfruttamento del terreno, prima dell’istituzione dell’idea di stato e nazione, l’uomo era essenzialmente un ospite e un viandante. È così che il Pianeta Terra è stato colonizzato, è così che la presenza della specie umana è diventata una costante in (quasi) ogni angolo del pianeta. Le origini di questo migrare però, sono ancora incerte e probabilmente lo saranno sempre. I paleoantropologi hanno diverse teorie su come la specie umana abbia messo piede fuori dall’Africa per la prima volta (anche se persino la convinzione che la culla dell’umanità sia da ricercare nel continente africano è stata recentemente messa in discussione dal rinvenimento di un’orma sull’isola di Trachilos), ma cartografare con certezza tali spostamenti rimane un compito al di là delle nostre attuali capacità.

Come scritto in un articolo del 2011 de “Il Fatto Storico”, «La mappa dei viaggi dell’Homo sapiens fuori dall’Africa viene continuamente ridisegnata da nuovi dati.» Ogni scoperta può avere, infatti, un effetto retroattivo per il quale le certezze o almeno le credenze che accompagnano l’appassionato di paleoantropologia possono venire sbriciolate nel tempo di una lettura di cinque minuti.

Gli ultimi ritrovamenti della caverna di Sumatra Lida Ajer anticiperebbero la migrazione della specie umana verso il Sud-est Asiatico di 20.000 anni rispetto alle stime precedenti, collocandola 73.000 anni fa. Se pochi giorni fa è stata l’impronta di un piede a mettere in crisi le nostre certezze riguardo all’origine della specie umana, questa volta sono i denti ad avere lasciato le tracce da cui gli studiosi sono partiti per ricostruire l’età degli abitanti della grotta.

I denti, come riporta questo articolo, sono stati riconosciuti come appartenenti ad «umani anatomicamente moderni» (rimane invece aperta la questione circa l’ “umanità” dell’orma di Trachilos, la quale potrebbe anche appartenere ad un bipede non appartenente alla nostra specie) e in seguito datati tra i 63.000 e i 73.000 anni fa, cosa che li renderebbe, in assoluto, la traccia più remota della specie umana in una foresta pluviale.

L’incertezza riguardo ad una pratica, quella della migrazione, che è ancora presente in forma più o meno ridotta in tutte le civiltà (si pensi ai ragionamenti di Bruce Chatwin, il cui primo manoscritto si intitolava “Nomadic Alternative” e che faceva riferimento addirittura ad un “istinto” quando scrisse “ho una coazione a vagare  e una coazione a tornare – un istinto di rimpatrio, come gli uccelli migratori”) è senza dubbio significativa. Questa incertezza è una sorta di angolo morto in un’ipotetica memoria collettiva della specie umana. Non si pensa spesso a questo angolo morto, ma quando lo si fa non si può non avvertire una vaga sensazione di vertigine come di chi si renda improvvisamente conto di essere a strapiombo su un abisso.

La sensazione è che ogni passo in avanti mostri sempre di più la difficoltà di ottenere una visione d’insieme coerente e stabile in maniera definitiva, se lo stesso autore dell’articolo di “Pikaia” chiude con le seguenti considerazioni: «Tanti aspetti relativi alle migrazioni umane costituiscono ancora un grande mistero, e se da una parte la tecnologia potrà aiutarci molto (…), probabilmente non riusciremo mai a scrivere la parola fine su questa storia.» La scoperta dei denti di Sumatra è un altra tessera di questo mosaico che, seppure non verrà mai completato, è affascinante continuare a comporre.

Luca Ventura