Palestina

Ramy Balawi è un insegnante di Storia in Palestina. Nel 2014, in pieno conflitto a Gaza, si è approcciato al giornalismo. Ama la letteratura, in particolare scrivere poesie per raccontare la propria terra.

Il conflitto israelo-palestinese si protrae dalla fine del diciannovesimo secolo. La Palestina è un territorio formalmente governato da Hamas, ma sostanzialmente ancora occupato da Israele. Ad oggi, nonostante l’Intifada e la dichiarazione d’indipendenza, non è ancora riconosciuto come Stato a tutti gli effetti, ma è riconosciuto solo formalmente in qualità di osservatore presso l’ONU (risoluzione 67/19 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite). Una terra sotto attacco, con una libertà mutilata, un destino sotto i riflettori del mondo da oltre due secoli e segnato da accordi e negoziati provvisori. Le decisioni dei Governi si ripercuotono sui civili, che continuano a morire psicologicamente e fisicamente.

Enzo Biagi, durante un’intervista, chiese a Gheddafi: «Quale sarebbe la sua soluzione per far finire la guerra tra israeliani e palestinesi?», e lui: «I popoli dovrebbero vivere nello stesso territorio rispettandosi reciprocamente». E se, come scriveva Brecht, “la verità è concreta”, gli interessi economici pure.

La Palestina è stata più volte definita “un carcere a cielo aperto”. Concordi con questa definizione?

Io credo che Gaza non sia un carcere, perché in carcere i prigionieri godono di alcuni diritti. Gaza è una tomba a cielo aperto, in quanto gli abitanti sono stati depredati di tutti i loro diritti umani, anche dei diritti che spetterebbero ai prigionieri. È una morte lenta. Molta gente soffre di depressione, perché dinanzi ai massacri, ad una quotidianità cruenta e disumana, si giunge a desiderare la morte. Certo, si è vivi, ma in talune circostanze si pensa che sia più semplice morire che vivere. La più grande lotta a Gaza è la sopravvivenza. Si può resistere a queste condizioni invivibili solo se si ha speranza.

Come si può essere giornalista freelance in un territorio in cui non c’è libertà di pensiero?

Sia chiaro, non è semplice lavorare come giornalista in una terra di conflitti, perché bisogna raccontare i fatti con molta accuratezza e chiarezza, ma soprattutto prestare maggior attenzione alla crisi umanitaria: fornire un quadro preciso delle vittime civili. In particolare io analizzo la crisi dal punto di vista umanitario e non politico.

Per te cosa significa la libertà e quanto pesa non averla?

Devo dire che è difficile da spiegare. Partiamo dal presupposto che troviamo da un lato l’occupazione israeliana, dall’altro la Palestina, con il controllo di Hamas su Gaza. Sia Israele che la Palestina hanno idee discordanti circa la risoluzione del conflitto. In questo contesto cos’è la libertà? La libertà è come l’aria. Si può vivere senza l’aria? Significa tutto. È difficile essere privati di questo tutto, perfino del più semplice diritto di viaggiare!

Quindi attualmente è Hamas ad avere il monopolio su Gaza…

Sì. Hamas controlla Gaza dal 2007, ha imposto le sue leggi, certamente la colpa non è soltanto sua. Come dicevo prima è una situazione complicata: Israele, Hamas e la “Palestinian National Authority” sono come un cerchio.

In futuro c’è una speranza per la democrazia?

Si tende a cercare il meglio sempre e ovunque, anche in un regime oppressivo. Ma è arduo immaginare la democrazia in un Paese in cui si vive morti, in cui i diritti non esistono, in cui si è privati anche dell’elettricità e dell’acqua pulita, delle cure, dei viaggi, di tutti i diritti fondamentali per lo sviluppo della persona umana. Uomini soppressi da tutti i punti di vista, nessuno vuole ascoltare la loro voce, la loro opinione. So solo che in Palestina, ora, non c’è diritto di espressione e non c’è democrazia, né so quale crimine abbiamo commesso per meritare questa punizione.

Protagonisti dei massacri e delle torture sono solo i ribelli politici o non si ha pietà per nessuno?

Abbiamo affrontato tre guerre negli ultimi dieci anni, che hanno condotto alla totale distruzione, non solo delle infrastrutture e delle abitazioni.

Perché l’ONU e l’Unione Europea restano immobili di fronte a tali massacri?

Io non credo che l’Europa e gli Stati Uniti sostengano questi crimini, non possono prendere decisioni determinanti, nemmeno in via preventiva. Sicuramente i paesi dell’UE potrebbero rivedere le loro politiche e fare di meglio per fermare questi conflitti.

Però in altri conflitti l’ONU ha tentato una mediazione.

Sì, ma in questo caso è impossibile con Israele.

È un’utopia un accordo tra Israele e Palestina?

Ho studiato la storia e il miglior modo per risolvere un conflitto è la pace. Nessuno dovrebbe avere interessi a continuare la guerra per porre fine agli spargimenti di sangue e innanzitutto dovrebbero restituirci la libertà e la giustizia. Non ci può essere la pace senza giustizia.

Come si spiega la storia di una terra non riconosciuta, ma esistente, ai ragazzi delle scuole elementari?

Io gli spiego che in quanto esseri umani abbiamo dei diritti che tutto il mondo riconosce. Per cui c’è bisogno solo di una forte scossa. È difficile spiegargli che noi siamo rifugiati, che i nostri padri sono stati espulsi dalle loro terre. Allo stesso tempo devo cercare di spronarli a fare di meglio, incentivarli a cercare la giustizia e la rivendicazione dei nostri diritti. Gli ho insegnato che ci sono molti metodi per cambiare il mondo, come quello utilizzato da Gandhi o Nelson Mandela, cerco di dargli maggiori spunti di riflessione possibili. Onestamente sono contrario alla resistenza violenta.

Quali sono le domande ricorrenti che ti pongono gli studenti? 

La domanda più frequente è “Perché noi viviamo questa vita e non possiamo vivere una vita come quei bambini che vediamo in televisione?”. Forse la domanda più triste fu quella di uno studente che mi chiese “Noi quando moriremo?”. È doloroso accettare che un bambino possa intuire che la morte è vicina. Io sono un insegnante di storia, posso aiutarli solo secondo le mie possibilità e con tutti i miei sforzi, ad esempio infondendo in loro speranza e insegnandogli nuovi valori. Saranno loro i dirigenti della nuova società, sono loro il futuro.

Brecht scrisse: di niente sia detto “è normale” in questi tempi di sanguinoso smarrimento, disumana umanità. L’importante è non abituarsi a questi crimini. Ti reputi pessimista o ottimista verso il futuro?

Premesso che essere “umani” significa difendere i diritti di coloro ai quali sono stati negati perché appartenenti ad una razza discriminata, ad una confessione religiosa, umanità significa anche dar voce a chi non ha voce, dare sostegno a chi si trova in situazioni di difficoltà. Insegno in primis ad essere sempre ottimisti, anche se la realtà è tragica non possiamo arrenderci finché ci sarà un sogno per cui lottare. Nostro compito è anche quello di dare un esempio al mondo.

Sandro Pertini definì il fascismo come “la negazione della dignità umana”. Possiamo equiparare in toto il regime israeliano al regime fascista di Mussolini o ci sono delle differenze?

Le politiche israeliane sono ugualmente fasciste e populiste. Israele ha imposto un’occupazione, quando terminerà quest’occupazione si potrà avere un’altra prospettiva. Mi indigno quando sento dire, da alcune persone, che Israele è uno Stato democratico e non vedono ciò che ha fatto e continua a fare.

Vittorio Arrigoni, un italiano che ha supportato la causa palestinese fino alla morte e sostenitore della “soluzione binazionale”, è un eroe?

Vik ci ha insegnato il significato di “umanità”. Ha sacrificato la sua vita per questo ideale, quindi è senz’altro un eroe.

La tua scuola è mai stata bombardata?

La mia no, ma Israele ha bombardato numerose scuole in Palestina, soprattutto durante l’ultimo conflitto del 2014, poi le scuole durante questi conflitti venivano utilizzate come rifugio per gli sfollati e i senzatetto le cui case erano state rase al suolo. Non ci sono più scuole a Gaza, c’è la necessità di ricostruirle il prima possibile. Qui ogni classe è composta da 40-50 studenti, durante le lezioni l’insegnante è sotto pressione. Immagini la situazione?  Ciò a causa della scarsità di scuole, per cui gli studenti confluiscono nelle poche scuole che ci sono. Le scuole sono state distrutte, non arrivano fondi internazionali per la ricostruzione. Lo stipendio di un’insegnante è misero. Io vivo in affitto, con mia madre, perché la mia casa è stata distrutta durante il conflitto del 2014 ed è da 3 anni che cerco di ricostruirla.

Hai mai pensato di esercitare la tua professione altrove, all’estero?

Io voglio aiutare i miei studenti, ma non nego che mi piacerebbe esercitare il mio lavoro anche fuori da Gaza, per imparare nuove culture e migliorare la mia educazione. Voglio portare la voce dei miei studenti nel mondo, far capire al mondo cosa significa essere un bambino a Gaza, cosa significa essere un insegnante a Gaza e quale carico di responsabilità abbia. Amo la mia terra come la luce del sole. Come possono le piante vivere senza la luce del sole?

Come si cambia lo stato di cose presenti?

Con il piccolo esempio che poi diventa grande. Questa è la rivoluzione.

Grazie Ramy.

Grazie a te per aver contribuito a dare voce a chi non ha voce. Restiamo umani.

Di seguito una poesia inedita di Ramy Balawi, maturata dopo aver vissuto esperienze dolorose. La poesia, uno dei pochi modi per esprimere la propria interiorità senza censure. La poesia che dà voce alla parte più debole, più indifesa, più fragile dell’uomo: il sentimento.

SILENZIO

Sono stato costretto ad assaggiare il silenzio come medicina fatale.

Il silenzio era la via del dolore quando il mostro della morte ha strappato quelle anime brutalmente. 

Ho urlato, ma nessuno ha sentito la mia voce

sapevo di vivere in una tomba aperta con i morti,

circondato da pareti di dolore.

Poi ho gridato in silenzio, la mia voce si è affievolita.

Ho cercato di proteggere me stesso col silenzio.

Anch’io mi son trovato

a perdere la sensazione di essere esseri umani.

Ho abbandonato quelle lacrime

per fermare la tortura della mia anima esausta.

Il silenzio ha amputato la mia sensazione di essere vivo.

Mi ha ucciso dall’interno, molto lentamente.

Sono solo un’anima dispersa

come una foglia in autunno.

Intervista a cura di Melissa Aleida

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