spazi sociali

Mi sono imbattuta in un’interessante intervista fatta al geografo, antropologo, sociologo e politologo David Harvey. Quanto sono necessari gli spazi sociali nei nostri territori?

Ho trovato emblematica l’ultima risposta che Harvey ha dato al giornalista: «Il mio consiglio a tutti sarebbe di uscire quanto più possibile e occuparsi della disuguaglianza sociale e del degrado ambientale perché questi sono temi sempre più lungimiranti. La gente deve diventare attiva, uscire, muoversi. È un periodo cruciale. Sai, la massiccia ricchezza e il capitale non hanno avuto sinora il minimo ripensamento. Dobbiamo dare una grande spinta se vogliamo vedere qualcosa di diverso nella nostra società. Dobbiamo creare meccanismi e forme di organizzazione che riflettano i bisogni e le volontà della società nel suo complesso, non solo quelli di una classe oligarchica privilegiata di individui.» Harvey definisce gli spazi sociali come “richieste di un diritto alla città negato”.

Dunque è importante la presenza degli spazi sociali nei territori. Sono dei luoghi che producono e distribuiscono ricchezza sociale. Non si tratta di un compenso in termini economici, ma di un guadagno legato strettamente all’individuo e alla collettività. Un tipo di distribuzione culturale-formativa volta a stimolare nella persona il senso critico rispetto all’alienazione che circonda le nostre vite, frutto del sistema capitalistico che attanaglia la nostra esistenza. Un sistema che preconfeziona la nostra vita e il nostro sviluppo. Un esercito di soldatini allineati nella grande catena di montaggio sociale.

Ho partecipato al festival organizzato dall’Ex Opg – Je so’ pazzo, una realtà sorta nel cuore di Napoli in seguito all’occupazione di un ex Ospedale psichiatrico giudiziario. Qui ho incontrato Andrea Canova, che in quella sede presentava, per la prima volta, il suo film\documentario Je so’ pazzo. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata, circondati dalla leggerezza di una serata di inizio settembre, dalla spontaneità e dalla libertà che trasuda da quelle mura.

«Ci sembrava necessario raccontare quello che accadeva in questo posto quando era un ospedale psichiatrico giudiziario. Abbiamo, dunque, deciso di partire dalla memoria per poi sviscerare, nel corso della narrazione, l’evoluzione che questo posto ha subito», Canova continua: «Michele Fragna, protagonista del documentario, nonché ex detenuto, ci ha guidati in questo ‘viaggio’. Ho scelto l’Ex Opg perché qui vi era una storia da raccontare. Nei luoghi ci sono anime e memoria; il mio obiettivo era quello di fare un film sulla libertà e la libertà è il filo conduttore tra Michele e l’Ex Opg». 

La narrazione segue un doppio binario: da un lato abbiamo la storia di Michele, dall’altro la storia di uno spazio vivo, composto da una pluralità di persone. Dunque, dalla disintegrazione delle relazioni umane al mutualismo dal basso, alla multiculturalità e al confronto.

La conversazione con Andrea prosegue, ci confrontiamo su temi differenti. Mi spiega: «Mi sono reso conto che i centri sociali vengono messi in disparte. Fuori da Napoli sono isolati e sconosciuti, infatti, penso che l’esperienza napoletana rappresenta un’avanguardia. Minniti promuove una guerra tra poveri e di fatto il suo operato ci mostra che tenta di reprimere i luoghi e le persone che tentano di scardinare questo modus operandi».

D’altronde, il PD a livello nazionale ha preso una deriva molto più conforme all’estrema destra che ai principi democratici. Basti ricordare lo sgombero dei migranti a Roma o a quello dei centri sociali di Bologna, Làbas e Crash.

Fonte : Il Messaggero

Il decreto Minniti-Orlando, per quanto possa essere vicino all’idea di decoro secondo l’accezione piccolo borghese di matrice cattolica, è assai lontano dal sentimento stesso di umanità, essendo fautore di una politica securitaria che aggredisce e reprime ogni forma di dissenso politico e sociale.

Andrea Canova ha definito l’esperienza napoletana all’avanguardia. Difatti, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris con la “delibera sugli spazi” ha legalizzato diversi spazi sociali occupati in città: dall’Ex Opg all’ex Asilo Filangieri e non solo, anche l’ex Carcere Filangieri, Villa Medusa, ex Scuola Schipa e così via.

A queste realtà è stato concesso il cosiddetto “uso civico”, dalla delibera infatti si legge: «Queste strutture sono capaci di generare capitale sociale, manifestatisi come fattori di aggregazione, capaci di promuovere comportamenti di cittadinanza attiva. generatori di sistemi di autogoverno ed autoregolazione ispirati alla libertà di accesso e di partecipazione e comunque al sistema di valori sanciti e tutelati dalla Costituzione della Repubblica italiana».

D’altronde è innegabile l’ottimo rapporto che intercorre tra De Magistris e i centri sociali presenti sul territorio napoletano. Il primo cittadino ha forse esaudito la richiesta di cui parlava Harvey, ossia di restituire un diritto alla collettività?

Maria Bianca Russo

 

1 COMMENTO

  1. I centri sociali sono nati circa 40 anni fa. Sono sorti con gli stessi principi aggregativi e di solidarietà sociale espressi da Harvey. Fin qui nulla di nuovo nel sorgente sole della rinascita. Certo che sono necessari! Hanno avuto un discreto “mazziatone” dal ventennio neoliberista destrostro. Molti furono chiusi perché ritenuti silente aggruppamento estremista della sinistra. Oggi sono necessari più di ieri visto che di sinistra c’è rimasto ben poco e ancora una nuova é in gestazione ( Fratojanni&Falcone) de Magistris? È uomo delle istituzioni ma anche della politica. Sa ben utilizzare e riavviare ( anche elettoralisticamente) i motori del solidarismo sociale e culturale. Il 4 maggio di quest’anno, una mostra di pittura a palazzo venezia metteva in luce la relazione memoria-malattia pseudo-psichiatrica dell’Ex Ospedale Psichiatrico Leonardo Bianchi come architettura del degrado e recupero.

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