razzismo, titus kaphar

Negli ultimi mesi in Italia si è parlato molto di immigrazione. Il dibattito mediatico è stato tra i più vivi e sentiti, soprattutto tra il popolo dei social, in seguito ad eventi come gli stupri di Rimini, che hanno creato terreno fertile per chi non vede l’ora di accanirsi contro un soggetto teorico spesso non ben definito (i termini nero, immigrato, clandestino e straniero non sono – ancora, almeno – stati inseriti sotto la stessa voce nel dizionario dei sinonimi).

Le tesi a sfavore dello Ius Soli, ad esempio, sono state varie e ben argomentate, sostenute da argomentazioni più o meno ben sviluppate. Molte volte, però, nei dibattiti sul sociale, al locutore manca l’onestà o semplicemente l’accortezza di riconoscere che sotto al logico sviluppo razionale di un ragionamento – anche ben costruito – giacciono esperienze di conoscenza del mondo che sono fondamentalmente inconsce, perché patrimonio del contesto culturale all’interno del quale cresciamo.

L’Italia è razzista.

Questa è la cruda verità dentro alla quale crescono vigorose le radici della sovrastruttura di discorsi e dibattiti. Non si usa spesso questo termine, razzista, perché richiama a qualcosa che nel 2017 sembra essere fuori tempo.

Treccani dice: razzismoIdeologia, teoria e prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente «superiori», destinate al comando, e di altre «inferiori», destinate alla sottomissione, e intesa, con discriminazioni e persecuzioni contro di queste, e persino con il genocidio, a conservare la «purezza» e ad assicurare il predominio assoluto della pretesa razza superiore.

Suvvia, alla luce di ciò, chi potrebbe definirsi razzista? Nemmeno un simpatico Matteo Salvini, che ama vestirsi di verde, potrebbe tonare parole così gravi.

Perché il problema è che noi italiani, noi europei, il razzismo non ce l’abbiamo in testa. Ce l’abbiamo nel sangue. Figli bianchi dell’Illuminismo, abbiamo mangiato pane e razzismo.

Superiorità della razza bianca? Non potremmo mai dirlo! Eppure le vite bianche degli attentati nelle metropoli europee le contiamo col contagocce: pesano di più rispetto alle centinaia di vite nere che si riversano a palate nel Mediterraneo, che rimangono schiacciate sotto crolli di stabilimenti di multinazionali in Cambogia, che al tempo del colonialismo morivano come i topi sotto le bombe. Due pesi due misure. Come quando diamo il tu ai neri ed il lei ai bianchi.

C’è un artista afroamericano che ha capito tutto questo e ha deciso di svelarne il trucco: si chiama Titus Kaphar, classe 1976.

Titus Kaphar racconta in un intervento fatto per TED TALKS come il suo lavoro sia iniziato studiando storia dell’arte e rendendosi conto di come l’arte settecentesca e ottocentesca sia stata portatrice di valori razzisti: in primis perché l’arte nera è sempre una parentesi; nel suo caso, racconta, non trattata per motivi di tempo all’interno del corso di studio (ma già dover parlare di “arte nera” ci fa ammettere che abbiamo un problema), ed in secundis perché la rappresentazione del soggetto nero era relegata quasi ad oggetto, a pezzo del mobilio. Certo, stiamo parlando di un’epoca in cui in America vigeva la schiavitù, si dirà. Ed è proprio da là, però, che attingono le radici dell’America odierna.

Titus crea un’arte sull’arte. Taglia, accartoccia, dipinge sopra, strappa e appiccica.
La serie CUTOUTS, per esempio, si basa sull’idea di eliminare il soggetto bianco per far risultare l’oggetto nero.

Space to Forget (2014)

In molte opere è presente il tema di razza abbinato a quello di genere: la donna nera, spesso nuda, è oggettificata sessualmente dallo sguardo dell’uomo bianco, colonizzatore, vestito.

Shifting Skies

In generale, l’opera di questo giovane artista del Mitchigan mira a rieducare l’occhio dell’osservatore nella scelta dei soggetti da pesare nell’opera. In questo modo l’invisibile passa in primo piano e la figura primaria arretra. È con questo trucco visivo che ci accorgiamo di come e quanto i soggetti neri siano sempre stati l’inessenziale, il contorno. Ed ecco come Titus ci accompagna per mano all’epifania: tutto ciò non è solo artistico, non è solo pittorico, non sta solo nei musei. Si riflette nella vita di tutti i giorni, e l’occhio educato in tal modo vede bianco avanti e nero indietro anche quando legge sui giornali che l’ennesima decina di migranti ha perso la vita alla ricerca di una strada migliore.

Fade with time (2013)

Qui il sito ufficiale di Titus Kaphar.

Maria Ludovica Perina

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