festa del sacrificio

Il 1° settembre a Napoli, in Piazza Garibaldi, si è svolta la Festa del Sacrificio, alla quale hanno partecipato migliaia di fedeli musulmani. La celebrazione della suddetta ha attirato forti critiche da parte di alcuni attivisti di CasaPound, che il giorno dopo hanno protestato in Piazza accompagnati dallo slogan “Piazza Garibaldi non è una moschea”.

Non è difficile dedurre che questa protesta sia scaturita da una forte intolleranza, nonché ignoranza, nei riguardi di una cultura che non è la nostra. È difatti ipotizzabile che se la festa del sacrificio fosse stata una celebrazione organizzata in onore di una festività cristiana, non ci sarebbero state proteste. Tuttavia, andando oltre le apparenze, tale cultura religiosa può rivelarsi in taluni aspetti simile a quella più largamente diffusa in Italia, vale a dire la già citata religione cristiana.

Analizzando la festa del sacrificio con l’aiuto di Giulio Riccio, direttore dell’associazione LESS Onlus, è stato possibile notare molti punti di contatto tra queste due religioni, cristiana e musulmana, i quali non le fanno apparire tanto dissimili tra loro. Ad esempio, la festa del sacrificio è collegata al primo libro della Bibbia, la Genesi, e in particolare al racconto di Abramo, che per dimostrare la sua fede in Dio era disposto a sacrificare il figlio Isacco.

Spiega Giulio Riccio:

«L’aspetto interessante non è il racconto in sé, ma il sincretismo religioso, il fatto che nell’Antico Testamento si racconti un episodio che è presente anche nel Corano e, di conseguenza, che queste due religioni siano più in contatto di quanto si pensi.»

Anche se ogni religione nasce da un contesto storico-culturale ben preciso, è dunque interessante notare le somiglianze che emergono analizzando una singola festa.

I valori che la festa del sacrificio trasmette ai fedeli non sono lontani da quelli che la tradizione cristiana porta avanti da secoli, quali il rispetto, la tolleranza, l’altruismo. La celebrazione vuole insegnare un qualcosa che in questo momento storico non è così scontato: per dimostrare di avere fede in Dio non è necessario il sacrificio umano. A tale riguardo Giulio Riccio commenta:

«È un elemento importante questo della religione musulmana, una religione che nel nostro Paese non conosciamo, non conosciamo le abitudini di chi la pratica, il loro modo di vivere. È questa ignoranza a generare la paura.»

La moschea presente in piazza Garibaldi è aperta da oltre sedici anni, e ogni anno vi vengono organizzati i festeggiamenti per la fine del Ramadan, difatti Riccio prosegue:

«Io non vedo la novità di questa festa, io vedo una vicenda che è stata strumentalizzata, come purtroppo ormai accade spesso.»

Sacrificio di Isacco, Michelangelo Merisi da Caravaggio, olio su tela, 1603

Le motivazioni che hanno spinto gli attivisti di CasaPound e, in generale, le persone che temono l’immigrazione a scendere in piazza per contestare una celebrazione religiosa sono con molte probabilità paure come l’aumento della criminalità e il pericolo di un’invasione — essenzialmente, la paura del diverso. La campagna diffamatoria messa in atto da certi politici e mass media nei riguardi dei migranti ha trasformato questi ultimi nel capro espiatorio archetipico di ogni male, aumentando l’intolleranza dei cittadini e alimentando una lotta tra poveri.

Con riguardo alla presunta invasione messa in atto dai popoli immigrati in Italia, Giulio Riccio ci spiega:

«In Italia dal 2013 non sono aumentati i numeri di arrivi di migranti, la differenza è che con le richieste di asilo queste persone ora sono visibili allo Stato. Attraverso una legge, e mi riferisco alla legge Bossi-Fini, non diminuiscono gli immigrati, aumentano solo i clandestini. Non siamo di fronte a un atteggiamento sbagliato perché io moralmente non lo approvo, ma perché non ha una base logica. La legge sulla clandestinità crea clandestini

Lavorare sui dati che si riferiscono all’aumento della criminalità è invece molto più complicato. Non è inusuale pensare che l’immigrazione provochi sempre l’aumento del numero di reati nel Paese di arrivo. Come evidenzia un report di Maurizio Barbagli per il CESTIM, però, i dati devono essere analizzati in maniera critica:

«In ogni popolazione umana vi sono sempre un certo numero di persone che, magari solo per una breve fase della loro vita, commettono reati. Dunque, se centomila, cinquecentomila o un milione di persone immigrano in un paese possiamo stare certi che in questo paese aumenterà il numero dei reati (anche se gli immigrati ne commettono meno degli autoctoni), così come aumenterà il numero delle nascite, delle morti e dei matrimoni o la domanda di abitazioni, di auto, di scarpe o di pomodori.»

festa del sacrificio
Festa del Sacrificio, piazza Garibaldi, Napoli

Si potrebbe anche constatare che in Italia, nell’ultimo decennio, non vi è stato un effettivo aumento di criminalità, furti, spaccio e traffico di stupefacenti, rapine e omicidi. Anche qui è utile chiamare in causa all’analisi di Barbagli per chiarire la questione:

«Ci bastano i dati sull’andamento della criminalità comune. Guardandoli ci accorgiamo che contrariamente a quanto si pensa, il tasso di furti, di rapine e di omicidi è oggi più basso che nel 1991

In Italia, stando a quanto riportato dall’analisi di Barbagli, vi è stato un forte aumento di furti e rapine a partire dal 1969-1970. In seguito il numero di reati ha avuto delle oscillazioni cicliche. Il primo ciclo si è concluso nel 1986, contraddistinto da una fase di forte espansione di omicidi e rapine, seguito da una contrazione più contenuta. Il secondo ciclo, apertosi nel 1987, è quello in cui viviamo tutt’oggi — «Ed oggi, dopo una fase di contrazione ed una nuova di espansione, siamo a livelli simili a quelli registrati nel punto di svolta superiore del primo ciclo».

«Questa sintetica ricostruzione dell’andamento di alcuni reati basta a mostrare che l’immigrazione non ha portato a un aumento della criminalità, per il buon motivo che nell’ultimo decennio non vi è stato in Italia un aumento di quest’ultima.»

Appare dunque sufficiente un’analisi più cosciente dei dati per evitare di essere tratti in inganno da chi ha intenzione di utilizzare l’immigrazione come capro espiatorio di tutti i problemi che l’Italia si trova a dover affrontare, causati in realtà da una cattiva gestione politica delle risorse.

Andrea Chiara Petrone