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Un paese diviso, con due ‘governi’ che stentano a fare la pace, l’ISIS in mezzo e tanti morti: questa è la Libia da qualche anno a questa parte. Uno dei tanti paesi in cui le politiche dell’Occidente hanno prodotto una situazione disastrosa per i suoi abitanti e per i migranti. Che in quel paese, però, sono solo di passaggio.

Tutto è iniziato nel 2011, quando le forze occidentali hanno deciso di appoggiare i ribelli che si schieravano contro il regime di Gheddafi in Libia e sostenere quella che veniva comunemente definita “primavera araba”. La motivazione era quella di appoggiare una rivoluzione democratica contro un regime dittatoriale, cacciando il dittatore e dando voce al popolo che chiedeva libertà. Già all’epoca erano stati stretti accordi per contenere il flusso di migranti proveniente dalle coste libiche.

Sei anni dopo, però, la situazione è addirittura peggiorata e l’Occidente torna a fare i conti – e gli accordi – con un governo discutibile sotto più punti di vista. Lungo tutto il 2016 e fino all’estate 2017, l’interlocutore internazionalmente riconosciuto è stato il Governo di Accordo Nazionale, formatosi nel dicembre 2015 sotto l’egida ONU, guidato da Fayez al-Serraj e insediatosi a Tripoli. A est della Libia però hanno continuato a mantenere il potere le forze guidate dalla Camera dei Rappresentanti a Tobruk e, fondamentalmente, dal generale Haftar, capo dell’Esercito Nazionale Libico. L’implementazione di un accordo di pace fra le due parti, promosso nel luglio 2017 dal presidente Macron, è ancora tutta da vedere. Nel frattempo, ciò che invece può essere constatato è il fallimento delle politiche dell’Occidente, sotto tutti i punti di vista.

Come nel caso di Siria e Iraq, anche la Libia adesso è un paese smembrato, in preda a più forze – istituzionali e non –, dove non esiste un governo unitario in grado di riportare la pace e dove le potenze occidentali e mediorientali giocano a sostenere chi risulta più conveniente. Uno Stato che, politicamente, quasi non esiste più. Dire che “l’Italia ha fatto un accordo con la Libia” non ha senso, perché c’è un’altra parte di paese che non riconosce quel governo e perché ogni parte in campo reclama a sé il titolo di rappresentante della Libia.

Come nel caso di Siria e Iraq, la guerra civile imperversa ormai da anni, fra coprifuoco e flebili tregue, dove a farne le spese – come al solito – sono i civili, destinati o a vivere in uno stato costante di allarme o a fuggire. Lo stesso Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in un rapporto pubblicato l’1 giugno 2017, ha affermato che «in generale il livello di sicurezza in Libia è peggiorato» e soprattutto a danno delle persone che vi vivono. Dal 2014 al 2016 sono state conteggiate più di 1500 morti violente all’anno – e queste sono soltanto quelle di cui si ha avuto notizia.

Ancora, come nel caso di Siria e Iraq, spesso il supporto dell’Occidente è destinato a personaggi di cui si sa poco, discutibili da un punto di vista etico e morale e a volte non migliori di coloro che si intende combattere. Se in Siria il sostegno era dato a gruppi ribelli – come Al Nusra – rivelatisi poi non molto diversi dall’ISIS, in Libia le potenze occidentali fanno accordi con un governo – o meglio, dei governi – che fanno largo uso della violenza, della repressione e che spesso si affidano a gruppi armati non istituzionali per poter governare. «Rapimenti, detenzioni arbitrarie e torture di giornalisti e attivisti riguardano la figura di Haytham al-Tajuri, comandante delle Brigate Rivoluzionarie di Tripoli», spiega sempre il rapporto del Consiglio di Sicurezza ONU, «che (dopo aver cambiato nome, ndr) hanno ricevuto un incarico ufficiale dal Governo di Accordo Nazionale».

Infine, anche la Libia, così come la Siria e l’Iraq, è diventato un attore fondamentale per la questione dei migranti. È stato calcolato che l’89% dei migranti arrivati in Italia nel 2016 partisse dalla Libia. Un dato che si conferma anche per gli anni precedenti (era il 90% nel 2015 e nel 2014). L’Italia decide così di stringere un accordo per limitarne l’afflusso, ma lo fa con quello stesso governo che ha autorizzato i lager per migranti, dove torture e uccisioni arbitrarie sono state documentate. Non suona molto simile ad un altro episodio? Nel marzo 2016 l’Unione Europea stringeva un accordo con la Turchia al fine di bloccare il flusso di migranti provenienti dal Medio Oriente e sostanzialmente consegnava migliaia di vite umane ad un paese che negli ultimi anni ha conosciuto una rapida deriva autoritaria. Senza se e senza ma. Senza curarsi di dove andassero a finire, proprio come nel caso della Libia.

Il fallimento delle politiche degli stati occidentali, che hanno deciso di intervenire e prendere parte a ’cause’ non proprie, ha reso instabili intere nazioni e stabile il terrorismo. E in questo  caso si è riversato sulla pelle di quei migranti per cui la Libia non era altro che un ponte verso l’Europa, che inesorabilmente li respinge.

Elisabetta Elia