Spazi occupati Minniti
Foto LaPresse - Marco Cantile Napoli, 19/06/2016

Mala tempora currunt per gli spazi occupati del nostro paese. Ad eccezione di Napoli, dove una serie di delibere comunali riconoscono la destinazione ad usi civici di alcune strutture e consentono a collettivi, associazioni, cittadini e artisti di avere a disposizione degli spazi per iniziative sociali, politiche e culturali, nel resto dello stivale assistiamo da anni allo sgombero di storici o più recenti laboratori politici, con l’avallo esplicito o tacito delle amministrazioni comunali ben prima dell’avvento della legge Minniti.

Milano, Bologna e Roma su tutte hanno vissuto e stanno vivendo un processo di “normalizzazione” urbana che mal si sposa con l’attività di spazi occupati che, con il loro lavoro, evidenziano tutte le contraddizioni delle città vetrina che distruggono il tessuto sociale ed espellono verso la periferia le fasce più povere della popolazione. Napoli rappresenta dunque una anomalia nel panorama politico nazionale, ovviamente non senza grandi contraddizioni. Con la conversione in legge del decreto Minniti, tale prassi amministrativa avversa agli spazi sociali ha trovato la sua cornice legislativa.

Eppure i riferimenti del pacchetto Minniti alla rigenerazione urbana delle zone degradate delle nostre città potevano far pensare quantomeno a una presa di coscienza, da parte del governo, che la sicurezza urbana debba passare per il recupero dei luoghi abbandonati attraverso l’erogazione di fondi. Nessuno si aspettava il riconoscimento del valore sociale del lavoro degli spazi occupati che provano a restituire alla collettività luoghi negati; però, il concetto di rigenerazione urbana à la Minniti risulta essere il manifesto politico e culturale di un Partito Democratico che ha deciso di optare in maniera definitiva per un’idea di decoro urbano improntato sugli sgomberi, sull’ulteriore marginalizzazione delle fasce deboli e sulla costruzione di centri delle città concepiti come salotti buoni per benestanti e turisti. La povertà, lungi dall’essere considerata il risultato di una società profondamente ingiusta e diseguale, diviene una patologia del singolo individuo che va curata con la messa in quarantena per gli indesiderati.

Certamente nulla di nuovo sul piano ideologico nel panorama politico nazionale e internazionale. Ma la conversione definitiva dei partiti socialisti europei (con rare eccezioni) a questo ordine di discorso sancisce un patto di sangue in chiave neo liberista con i partiti e i movimenti della tradizione popolare. Inoltre, a prescindere dal concetto di rigenerazione urbana disegnato dalla legge Minniti, nessuna risorsa viene destinata all’effettivo recupero delle zone abbandonate. All’articolo 17 della legge 48 del 2017, infatti, si afferma esplicitamente che qualsiasi intervento delle amministrazioni comunali in questo ambito non può costituire nuovo o maggiore aggravio per la spesa pubblica.

Appare chiaro che in questo contesto politico e sociale gli spazi occupati rappresentano un’anomalia inconciliabile con la rigenerazione urbana escludente disegnata da Minniti. L’esperienza amministrativa della città di Napoli, importante sul piano dell’immaginario e dell’agibilità politica dei movimenti, va in controtendenza rispetto a ciò che accade nel resto del paese. Tuttavia, l’esperienza di Napoli mostra tutte le sue contraddizioni dinanzi alle difficoltà finanziarie dell’amministrazione comunale. Se da un lato De Magistris proclama e rivendica il suo profilo di discontinuità con le politiche nazionali e la sua vicinanza alle istanze dei movimenti, dall’altra si mostra incapace di fornire risposte concrete alle sofferenze sociali e finisce per proseguire sulla linea dei tagli ai servizi imposti dalle politiche centrali di austerity

spazi occupati Minniti

Lo stesso boom del fenomeno turistico vissuto dalla città di Napoli in questi anni, se non governato e opportunamente orientato, finisce per trasformarsi nell’ennesima ghiotta occasione per la speculazione di pochi e non certo volano di crescita per l’intero tessuto urbano, in perfetta linea con l’idea di rigenerazione urbana di Minniti improntata sul decoro e sull’immagine.

Per questo motivo, se l’obiettivo è quello di combattere realmente l’idea di città incarnata dalla legge Minniti, occorre comprendere che non basta riconoscere l’importanza del lavoro svolto dagli spazi occupati ma serve trasporre la retorica della discontinuità in atti amministrativi. In caso contrario l’anomalia Napoli resta tale solo su carta e, nonostante gli annunci, Minniti avrà vinto anche all’ombra del Vesuvio.

Mario Sica

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Nasce a Napoli nel 1988. Dopo aver trascorso i primi dodici anni di vita nella provincia nord di Napoli, a Villaricca, si trasferisce a Soccavo, quartiere di origine dei propri genitori. Durante gli studi classici, matura e coltiva la passione per il giornalismo e la scrittura creativa ed inizia una lunga militanza nei movimenti anticamorra e nei comitati territoriali della città di Napoli. Nel 2017, a “soli” 28 anni, consegue la laurea in giurisprudenza presso la Federico II. “Malato” di calcio e tifosissimo del Napoli, negli ultimi anni si appassiona alla boxe. Appassionato di lettura, in particolare classici e saggi storici, per sensibilità politica ha approfondito le sue conoscenze storiche dei movimenti di lotta del Novecento e del lungo processo di emancipazione del Sud America dal colonialismo ad oggi. Ha provato ad imparare a suonare la chitarra durante l’adolescenza ma, appurato di essere impedito, ha deciso di limitarsi all’ascolto di musica, in particolare De Andrè, Brassens, Pino Daniele e tutto il neapolitan power degli anni ’70 e ’80. Coltiva l’illusione, in un Paese che legge sempre meno e peggio, di poter trasformare la sua passione per la scrittura ed il giornalismo in un mestiere retribuito.