immigrazione razzismo italiani

Stato e immigrazione. Sono queste le parole chiave del momento, che cavalcano l’onda mediatica rendendo tutti grandi opinionisti.

In effetti, come dargli torto? Non è difficile sedersi dietro la postazione del proprio pc e puntare il dito, maledicendo qualsiasi forma di vita esistente su questo pianeta. Mi diverte il pensiero di un incontro face to face con chi criticano per, appunto, un confronto da pari a pari.  Per esempio, non credo che queste persone abbiano il coraggio di guardare negli occhi un immigrato e dirgli: «negro di merda, mi rubi il lavoro!».

Ad alimentare l’odio razziale sono i media. Sì, sempre loro, indiscussi protagonisti di questo secolo. E proprio perché definiti tali, non dovrebbero proporre articoli con titoli ambigui o video dove si denuncia un accaduto esordendo con «giovane ragazzo nigeriano colpito da un poliziotto». Qual è il motivo per cui si sottolinea la provenienza? Non ditemi per mera informazione. Non mi pare che si legga «giovane ragazzo italiano colpito da un poliziotto» – a meno che non sia accaduto all’estero. Già con questo tipo di comunicazione, l’integrazione è ben che lontana.

Nel riflettere sull’argomento, ho pensato di porvi un quesito.

Il frequente ingresso di stranieri nel nostro Paese, in qualche modo, ci ha destabilizzato (basti pensare agli ultimi avvenimenti, volgendo la propria attenzione a TUTTE le etnie presenti sul nostro territorio). In questo caso, il nostro Stato che atteggiamento dovrebbe assumere nei confronti dei propri connazionali?

  1.  La buona riuscita di uno Stato non deve essere giudicata dal livello della sua cultura e della potenza raggiunta in confronto al resto del mondo, ma solamente dal grado di bontà delle sue intenzioni verso la stessa nazione. Dunque, bisogna considerare prima gli italiani.
  2. Uno Stato civilizzato si può ritenere fallimentare, anche se di un elevato grado di civiltà, nel momento in cui ritiene finito il compito portatore di questa civiltà nel suo ordinamento razziale. Dunque, bisogna considerare prima i cittadini della nazione ma, al contempo, considerarli come datori di civiltà nei confronti delle altre etnie per far sì che si adattino a quello che è il nostro stile di vita.
  3. Nessuna delle risposte precedenti rispecchia il mio pensiero.

Se avete ritenuto che la numero uno o la numero due fossero giuste, mi “complimento” col nazista che è in voi.

Torniamo indietro nel tempo. Correva l’anno 1923 quando un giovane prigioniero del carcere di Landsberg am Lech dettava al suo compagno di prigionia i suoi pensieri, i quali sarebbero stati solo la prima parte di un’aberrante opera di filosofia politica – almeno così fu considerata in seguito. Quell’uomo si chiamava Adolf Hitler, che nel carcere stava dando vita al Mein Kampf. In quest’ultimo vi era il programma del partito nazional socialista, seguito da capitoli pregnanti di odio nei confronti di tutte le etnie non identificate come razza ariana.

immigrazione nazismo italiani

Le parole sopracitate nel quesito non sono altro che quelle di chi ha ucciso milioni di persone. Dopo una profonda lettura, ho semplicemente copiato ed incollato nell’articolo frasi fatte, ovviamente contestualizzandole.

La maggior parte degli italiani credono di essere datori di civiltà, considerandosi eruditi rispetto alle molteplici etnie presenti sul territorio. Scusate, ma qui mi scappa una grassa risata. Non vi volete definire razza ariana, ma è quello che scatta nella mente nel momento in cui pensate che un uomo vi stia rubando il lavoro, stia prendendo i vostri soldi, le vostre vite e il vostro Paese.

Il problema non è chi ci chiede aiuto scappando da realtà che noi non immaginiamo nemmeno.

Il vero problema è che la storia purtroppo non insegna, si ripete.

Ilaria Cozzolino