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Nel 2000 Jon Entine ha pubblicato il libro Taboo: Why Black Athletes Dominate Sports and Why We’re Afraid to Talk About It il cui contenuto è facilmente intuibile dal titolo. L’opera è un sunto di motivi scientifici e storici atti a dimostrare una connessione tra la razza e le performance atletiche. È un libro che ha sollevato non poche polemiche negli Stati Uniti, tra recensioni positive e negative che naturalmente non hanno fatto che ampliare il dibattito.

Una delle recensioni più interessanti – che vanno contro l’idea di Mr. Entine – è stata redatta da Jim Holt (filosofo e giornalista americano) sul New York Times. Eccovene un estratto:

“È abbastanza ovvio che alcuni gruppi razziali ed etnici siano naturalmente più dotati in alcuni sport. Prendi il basket. È uno sport ebreo. Così pensava la gente negli anni ’30. […] Gli ebrei si riteneva avessero un vantaggio genetico, essendo dotati dalla natura di maggiore equilibrio, grande velocità e una vista migliore. […] Curiosamente, però, gli ebrei sono presto scomparsi dalle nobili posizioni del basket. L’evoluzione improvvisamente li ha derubati del loro naturale vantaggio? Una spiegazione più naturale è che il basket è sempre stato un inner-city game e nei primi anni del ventesimo secolo quei bambini videro lo sport come un biglietto per uscire dal ghetto. Alla fine degli anni ’40, il loro posto è stato presto preso dai neri che emigravano dai campi del Sud, e il profilo etnico del basket è iniziato a cambiare.”

Ed è vero. Lo sport ha innanzitutto una componente sociale fortissima. I canadesi saranno sempre i migliori nell’hockey, gli australiani e i neo zelandesi saranno sempre tra le migliori nazionali di rugby, i paesi scandinavi saranno sempre più portati negli sport invernali e il calcio sarà sempre lo sport più praticato in Europa. E non è prevalentemente una questione genetica quanto sociale che spinge tutti noi ad essere direzionati verso ciò che più comunemente ci circonda.

Il basket, per tornare alle parole di Holt, è il gioco più popolare della parte povera degli Stati Uniti – e per questo giocato prevalentemente da afroamericani – perché a differenza del baseball o del football non richiede alcun tipo di dotazione particolare: basta un ferro ed una palla. E naturalmente questo porta ad una sorta di circolo vizioso: maggioranza di bambini neri giocano a basket -> maggiori probabilità che uno (o più) di essi diventi un giocatore professionista -> grande probabilità che diventi un modello di riferimento per le future generazioni. E si ritorna al punto di partenza. Così, il fenomeno da sociale-economico sfocia in quello culturale. Oggigiorno, diciamocela tutta, si ha l’impressione che gli afroamericani siano più portarti per questo determinato sport, tanto da far approdare nelle sale il film White Men Can’t Jump nel 1992.

Ma non è una questione di razza. ‘Razza’ è il termine sbagliato, spiega Daniel Lieberman, paleoantropologo di Harvard nel libro Year of the Dunk: A Modest Deflance of Gravity di Asher Price:

Lo sviluppo dei muscoli non ha nulla a che vedere con il colore della pelle. Eppure, gli scienziati hanno notato delle caratteristiche comuni tra “popolazioni biologiche” o tra persone che vivono in parti differenti del globo, dice Lieberman. In altre parole, dovremmo separare la razza dalla nostra geografia ancestrale. […] Solo perché qualcuno appare come “nero” (o bianco o marrone o qualunque altra) questo non significa che noi possiamo condurre alcun tipo di conclusione sulle sue abilità fisiche. Conoscere da dove vengono i suoi antenati può qualche volta offrire dei suggerimenti.”

Citando la serie tv Scrubs, dunque, non aspettatevi che tutte le persone di colore siano ottimi atleti…o che siano cresciuti povere o che piaccia loro Sanford and Son. Ma è vero che delle persone nate in Africa Occidentale possano avere una maggiore probabilità di avere quello che viene definito il “gene dello sport” (ACTN3).

Ogni tipologia di gruppo di persone eredita dai precedenti qualche tipo di caratteristica che va ad intrecciarsi con quelle sociali e culturali che gli vengono offerte. Questo rende l’integrazione di per sé è un dono, perché ognuno di noi ha la possibilità di immettere qualcosa in un determinato sistema x, in cui la x  può rappresentare qualunque cosa in qualunque ambito. Noi a quest’incognita diamo una connotazione di tipo sportivo, e più precisamente calcistico.

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IL MODELLO TEDESCO. In questo millennio gli equilibri del calcio europeo si sono rovesciati. E mentre la Serie A, il migliore campionato di calcio al mondo, si è avviato ad un lento declino, nuove realtà sono riuscite ad emergere. Una di queste è senza dubbio il calcio tedesco. La Germania storicamente ha sempre offerto grandi giocatori, ma i suoi campionati nazionali non sono mai stati capaci di attrarre campioni tali da elevarlo al livello di A, Liga e Premier League. Così, il fallimento agli Europei del 2000 in Belgio-Olanda dà l’occasione ai tedeschi ristrutturare ogni aspetto del proprio calcio: nasce il cosiddetto “modello tedesco”.

Si dice che la forza della Germania moderna sia dovuta a quel “fallimento” ma in realtà la Germania ha sempre disputato grandissime manifestazioni con la propria nazionale, non a caso arrivò in finale in Corea del Sud appena due anni più tardi. Bisognerebbe sempre cercare di scindere il risultato da una competizione dal suo intero movimento organizzativo. La Spagna, ad esempio, che ha amaramente fallito in Brasile nel 2014 e non ha brillato agli scorsi Europei in Francia, non si può dire che lavori male a livello strutturale, anzi, la nuova rivoluzione dei diritti televisivi porterà la Liga ad essere sempre più vicina alla Premier League.

Tornando on topic, la Germania decide di sfruttare quel momento per cambiare. In tutta la Germania vengono costruiti centri federali per “reclutare” giovani promesse. Oggi ne sono presenti circa oltre 350 sul suolo tedesco. In questo contesto, federazione e club lavorano assieme per far sì che il raggio d’azione di scouting possa arrivare in ogni zona. A visionare questi centri vi sono 29 coordinatori, che hanno il compito di organizzare le metodologie di allenamento. Lo step successivo è rappresentato dai Leistungszentren in cui si concentrano ragazzi tra i 15 e i 18 anni. Sono in totale 54 e appartengono alle società di Bundesliga (18) e Zweite Liga (18), che sono obbligate ad avere strutture di questo tipo  – pena la non ammissione al campionato. Ogni formazione under-16 deve avere almeno dodici giocatori convocabili in nazionale. Gli altri 18 centri appartengono a squadre di terza e quarta categoria. La rivoluzione più grande arriva nel 2006. È l’anno dei Mondiali che proprio la Germania ha l’onore (e l’onere) di ospitare – altro grande aiuto in quanto ha permesso la riqualifica dei maggiori impianti delle società sportive. Un accordo tra la DFL, club e il Ministero dell’Istruzione porta alla nascita delle Eliteschulen des fussballs, un nuovo indirizzo liceale che permette ai talenti tedeschi di avere un determinato piano scolastico che li possa aiutare a districarsi al meglio tra la scuola e il calcio. Sono istituti privati e pubblici.

A sedersi tra quei banchi, ad indossare le scarpette in quei centri federali vi sono ragazzi di qualunque tipo di pelle, tradizione o religione. Questo è dovuto all’entrata in vigore dello Ius Soli il 1°gennaio 2000 – ancora anno chiave –  che permette anche i figli degli stranieri nati su suolo tedesco di essere tedeschi a tutti gli effetti, a patto che almeno uno dei genitori abbia il permesso di soggiorno permanente da tre anni e viva legalmente in Germania almeno da otto. Nei cinque anni successivi alla maggiore età, poi, questi ragazzi possono decidere quale nazionalità avere, quella tedesca o quella d’origine. Una legge fondamentale che permette a chiunque di aspirare a vestire la maglia teutonica.

La combinazione dei diversi fattori elencati prima ha portato i seguenti risultati:

  • La Bundesliga è la sesta lega sportiva più ricca al mondo con un valore di 2,8 miliardi di dollari. Nel calcio, solo la Premier League ha un valore superiore;
  • Il Bayern Monaco è la quarta squadra di calcio con valore più alto (592 milioni di dollari). Dietro solo a Manchester United (689), Real Madrid e Barcellona (entrambe 620);
  • Nella squadra che sollevato la Coppa del Mondo in Brasile erano presenti Khedira, Ozil, Boateng e Mustafi, tutti nati in Germania da genitori stranieri. E Klose e Podolski, nati in Polonia ma cresciuti in terra tedesca.

integrazioneIL MITO DI CLAIREFONTAINE. Il modello tedesco sopra trattato ha un padre putativo: la Francia. Le accademie giovanili francesi sono gli state-of-the-art di questo settore. Ogni anno, decine e decine di giovani di talento vengono gettati nella mischia del calcio professionistico. I Centres de formation sono sparsi in tutta la Francia e sono ben lontani dal nostro concetto di “scuola calcio”, in cui ai giovani vien insegnato ben poco di scolastico e altrettanto poco a livello calcistico, se non un’asfissiante (e inutile) preparazione tattica. Sono strutture in cui i ragazzi possono crescere a trecentosessanta gradi in un contesto che sprona, mette in competizione e aiuta a maturare.

Storicamente il campionato francese è sempre stato considerato di un gradino inferiore rispetto a quello degli altri grandi paesi europei, il che è molto particolare considerando la sua grande tradizione fatta di giocatori che hanno segnato questo sport. Dunque, non potendo contare su di una quantità di fondi importante dei diritti televisivi od altro, la federcalcio francese e la Lega puntano tutto sui propri giovani. E non da adesso. La Grande Francia che trionfò in casa nel 1998 contro il Brasile fu interamente costruita nei propri centri di formazione – in particolare quello di Clairfontaine – nei quali l’integrazione razziale ha giocato un ruolo fondamentale.

La Francia è un paese con una storia coloniale  ed un fenomeno immigratorio importante. Questo ha portato ad una mescolanza razziale e religiosa senza eguali: circa 4 milioni le persone di colore ed una prevalenza importante (circa il 10%) di popolazione che professa l’Islam. Un fenomeno d’integrazione tra i più “precoci” della storia europea, che ha permesso alla Francia di avere a disposizione molti atleti di caratteristiche diverse.

Dopo il Brasile, la Francia è la nazionale ad avere più accesso a giocatori di razza nera. Avere tutti giocatori bianchi o neri va benissimo ma dà una sola gamma di caratteristiche“, scrive Mario Sconcerti ne Storia delle idee del calcio.

Anelka, Zidane, Henry, Thuram, Trezeguet, Drogba (anche se non convocabile). Questi sono soltanto alcuni di quei giocatori che hanno beneficiato di questo processo. La Francia di oggi e del futuro è lo specchio di come l’integrazione abbia funzionato e stia dando i suoi frutti. Varane, Matuidi, Pogba hanno fatto parte della spedizione brasiliana di tre anni fa e oggi sono le pedine inamovibili dello scacchiere di Deschamps. A questi si sono poi aggiunti i Kante (’91), Tolisso e Mendy (classe ’94), Rabiot (’95), Mbappé (’98) ecc… Aspettando Lemar.

Il futuro del calcio non è solo da ricercare nell’integrazione. Stati Uniti (vedrete che arriveranno), Brasile, Francia e Germania ne sono a conoscenza da anni. Sembra il segreto di Pulcinella eppure dalle nostre parti un ragazzo italiano al 100% come Mario Balotelli non ha potuto mettere piede in azzurro fino ai 18 anni. Evidentemente tanto un segreto di Pulcinella non dev’essere. Non in Italia.

Michele Di Mauro