bambini rom

Paese dei campi” è il nome che i rom di origine bosniaca danno all’Italia. Continuiamo a chiamarli zingari (dalla parola greca athìnganoi) anche se quando la utilizziamo ci sentiamo un po’ razzisti, allora li chiamiamo nomadi, un termine apparentemente più politically correct, anche se da secoli si sono sedentarizzati e a spostarsi non è altri che un’esigua minoranza di circensi. E invece non sono altro che Roma, “uomini” in romanes.

Il nome di una cosa non è uno specchio fedele dell’essenza di qualcosa, piuttosto lo specchio di come essa appare agli occhi di chi ne ha inventato il nome. Tuttavia i nomi non sono parole sterili o intercambiabili, ma sono portatori di significati, consci e inconsci, personali e culturali, significati dai quali deriva il potere psicologico e sociale che i nomi hanno nelle nostre vite.

Cavalieri Rom nella Camargue, in Francia (Focus)

L’emergenza abitativa che ha colpito Roma negli ultimi anni e che ha avuto come risultato lo sgombero forzato dei campi occupati dalle famiglie di cultura romaní (con romaní si intendono una serie di gruppi etnici tra cui i maggioritari Sinti e Rom; di qui in avanti utilizzeremo rom per entrambi) è stata definita, non a caso, “Piano Nomadi”. I rom sono un popolo storicamente nomade che, come la maggioranza di popoli nomadi, da secoli si adatta alle possibilità offerte dal paese ospitante, sedentarizzandosi o meno a seconda della necessità e adattandosi al mercato del lavoro. L’accento posto dalle autorità italiane sulla non sedentarietà di questa popolazione è una scelta squisitamente politica, la comoda e antica soluzione della ghettizzazione come risoluzione alle carenze dello Stato in tema di politiche sociali di inclusione delle minoranze.

Distorcendo il significato della parola “nomade”, descrivendo “gli zingari” come un popolo che vive in continuo movimento, si è deciso definitivamente che la soluzione abitativa adatta a questi “Altri”, sporchi e ladri, fosse quella di rinchiuderli in campi sovraffollati di roulotte semi-mobili ai margini della città.

Questa premessa sullo stato delle cose nella capitale italiana è fondamentale per capire le condizioni di vita di una fetta, minoritaria tuttavia non inesistente, di cittadini italiani e dunque comprendere il problema che si sviluppa nella relazione tra bambini di cultura rom e istituzione scolastica.

Vivere in un costante stato non solo di emergenza abitativa, e dunque di carenze dal punto di vista dei servizi igienici, urbani e culturali, ma soprattutto di segregazione etnica ed esclusione sociale, sembrerebbe influire in maniera negativa sulle prestazioni scolastiche dei bambini rom.

È un ragionamento piuttosto logico se si provano ad immaginare le difficoltà incontrate ogni giorno da un bambino, che vive lontanissimo da scuola e che deve arrivarci tramite un servizio di autobus scolastici dedicati solo ed esclusivamente ai bambini del suo stesso “colore”, che vive in uno stato di povertà materiale e culturale dovuto all’esclusione formale degli adulti Rom dal mondo del lavoro e dalla quasi totale assenza di alfabetizzazione di questa generazione, che trova insegnanti che interpretano le difficoltà di apprendimento come cognitive e che non lo stimolano, piuttosto lo relegano ad un programma semplificato, e compagni di classe i cui genitori non vogliono che il proprio figlio sieda a fianco di “uno zingaro”.

Uno sgombero nel campo di Via Gordiani, Roma (Polizia Roma Capitale)

Ugualmente logico sarebbe imputare a tali difficoltà sociali, culturali, materiali e relazionali lo scarso rendimento, l’abbandono e il ritardo scolastico dei minori Rom, e dunque prendere misure che rompano alla radice questo meccanismo di esclusione. Tuttavia le politiche che mirano a migliorare il livello di istruzione dei bambini fino ad ora non hanno dato il risultato sperato, concentrandosi sul mero controllo della loro presenza in classe tramite un servizio di accompagnamento inefficace dal punto di vista materiale, dato che i pullman sono riservati ai campi e dovendo raggiungere scuole diverse distribuite su tutto il territorio della capitale c’è un margine medio di due ore di lezione perse al giorno per ogni ragazzo “nomade”. Senza contare il meccanismo psicologico che questi pullman “speciali” generano nei bambini stessi e nei compagni di classe e che fin da subito costruiscono un’insormontabile barriera di diversità.

Il 30 agosto 2017 la stessa Unione Europea ha pubblicato un rapporto che indica i settori nei quali sono stati compiuti sforzi in merito all’inclusione della minoranza rom all’interno dei paesi dell’Unione, e i settori nei quali ancora non si sono raggiunti gli standard di rispetto dei diritti umani. Questo rapporto indica sinteticamente e efficacemente il paradosso della scolarizzazione dei bambini Rom: se da una parte il tasso di frequenza scolastica sembra essere aumentato dal 2011 ad oggi, tuttavia ancora l’80% della popolazione rom europea è a rischio di povertà e in particolare l’aumento della scolarizzazione non corrisponde ad un aumento nel tasso di impiego dei giovani rom.

Il “villaggio attrezzato” di La Barbuta, Roma

Per risolvere i problemi sociali non basta stanziare milioni di euro in servizi che altro non fanno se non perpetuare lo status quo. Le politiche devono essere studiate in maniera scientifica ed essere a contatto con la realtà, applicabili dal punto di vista delle infrastrutture, proponendosi come obiettivo l’innesco di un cambiamento stabile nelle condizioni di vita di coloro ai quali sono dirette.

Difficilmente un bambino facente parte di una minoranza ignorata e discriminata dalle istituzioni come dalla maggioranza della società si sentirà a suo agio a scuola, l’istituzione per eccellenza che forgia le persone che andranno a far parte di quella maggioranza. E se quel bambino non si sentirà incluso nel discorso dominante è poco probabile che la sua scolarizzazione venga portata a termine efficacemente o che abbia successo in campo accademico o lavorativo nella società italiana. La risoluzione dell’emergenza abitativa e la fine della ghettizzazione sarebbe un primo passo in questa direzione, ma intanto deve essere accompagnata da un soluzione a breve termine che risolva, tramite una maggiore formazione del personale scolastico e da qui trasmessa anche ai bambini etnicamente considerati italiani, le discriminazioni che tanti ragazzi vivono ogni giorno nelle nostre scuole.

Claudia Tatangelo

1 COMMENTO

  1. Ma discriminata da chi? Semmai le istituzioni hanno finora concesso fin troppo nel nome della loro cultura!
    DI tutte le comunità straniere venute in Italia in questi ultimi decenni, possibili che solo quella rom abbia tutti questi problemi a livello costituzione ovunque? Di tutti quelli venuti in Italia, solo i rom hanno la nomea di essere ladri e “lazzaroni” possibile che questo capiti solo a loro se italiani e istituzioni sono così razzisti? Non è che forse ci hanno metto molto del loro per meritarsi queste nomee e rispettivi pregiudizi? Guardatevi un po’ in casa e incominciate a fare pulizia, senza contare che un può vivere anche in un campo rom ma la sporcizia non si accumula da sola se la gente non è zozza di suo.

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