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Il controverso artista cinese Ai Weiwei, americano d’adozione premiato nel 2015 da Amnesty International per il suo impegno nella tutela dei diritti civili e l’immigrazione, torna a far parlare di sé: stavolta la sua arte guarda al muro di Donald Trump.

Come è ben noto, una delle prime azioni politiche del neo eletto Presidente degli Stati Uniti è stata quella di annunciare la costruzione di un muro in grado di proteggere il suolo a stelle e strisce dagli invasores messicani. La questione ha sin da subito sollevato un polverone di critiche e commenti e reso molto tesi i rapporti con il Presidente del Mexico Peña Nieto.

Proprio in tale contesto si inserisce la proposta di  Weiwei, che ha ben pensato di lanciare un crowdfunding, ovvero una campagna fondi in collaborazione con la Public Art Fund, su uno dei più importanti siti di finanziamento finalizzati alla realizzazione di opere creative, Kickstarter.

“Good Fences Make Good Neighbors”  traducibile in “Buone recinzioni fanno buoni vicini”– è il titolo del progetto, il quale prevede l’installazione nella città di New York di più di 300 opere, che andranno ad integrarsi nel tessuto urbano. Reti, muri, recinti sbucheranno dai lampioni, dagli autobus, dai cartelloni pubblicitari; immagini dei campi rifugiati saranno a Central Park, Washington Square Park e Unisphere dal prossimo ottobre 2017 fino a febbraio 2018.

New York sarà il palco di un’azione a tutto tondo, che mira a lanciare lo sguardo alla crisi immigratoria, costante degli ultimi anni, e a tenere al contempo i riflettori accesi sull’umanità. Non solo numeri, non solo bilanci economici, persone, sogni, ambizioni, dignità. Frutto di un intenso lavoro che ha visto Ai Weiwei al confine tra Messico e Stati Uniti nel 2016.

Per quanto riguarda la raccolta fondi, allo stato dell’arte circa 96,853 dollari su una previsione di 80.000 sono già stati raccolti; ma le critiche non sono mancate, ovviamente. C’è chi ne ha contestato l’applicazione urbanistica, considerando l’iniziativa un’aggressione alla bellezza cittadina. La Washington Square Association su tutte ha gentilmente invitato a ritirare la proposta di posizionare una grande scultura sotto l’arco di Washington Square Park, che altrimenti si vedrebbe costretto a cambiare aspetto (anche se solo per cinque mesi) per la prima volta in 125 anni dalla costruzione. Ancora, è stato sottolineato il carattere mediatico dell’evento, il quale accrescerebbe soltanto la celebrità dell’artista.

Ai Weiwei sicuramente non è nuovo a provocazioni, tanto meno al tema dell’immigrazione, che costituisce anzi lo snodo principale dei suoi lavori. A titolo meramente esemplificativo possiamo ricordare i gommoni sulla facciata di Palazzo Strozzi a Firenze, l’installazione di 258 profughi di plastica senza volto a Praga e, ultima in ordine cronologico, la presentazione del documentario “Human Flow” alla Mostra del Cinema di Venezia.

A questo punto non ci resta che aspettare – il conto alla rovescia è oramai agli sgoccioli – per vedere cosa si inventerà Weiwei. Al di là delle critiche o dei gusti artistici, resta il merito di aver scelto (per l’ennesima volta) una tematica tutt’altro che semplice. La problematica dell’immigrazione è divenuta una “patata bollente” negli ultimi anni; in Europa come in USA continuo è il dibattito, incerte le soluzioni. Eppure, al contrario di ciò che spesso si sente o si legge, il fenomeno è vecchio come il mondo e costantemente si ripete.

New York poi, nello specifico, è una città cosmopolita, nata dall’immigrazione e che da sempre si caratterizza per una commistione di etnie e culture: quante persone sono passate per la Grande Mela (basti pensare ai 12 milioni di immigrati arrivati presso il porto di Ellis Island tra il 1892 e il 1954), quante hanno aspirato alla cittadinanza statunitense; tutte sono state sottoposte ai più disparati esami, in attesa di costruire un nuovo futuro nel culto del “sogno americano”, spesso mutatosi in un incubo. Nulla di nuovo dunque, neppure se si guarda ad un passato più recente.

Dalla storia possiamo trarre però una lezione che ha fatto propria Weiwei: «Ciò che è importante ricordare è che mentre le barriere sono state usate per dividerci, come essere umani siamo tutti gli uguali. Alcuni sono più privilegiati di altri, ma proprio coloro che sono tra i privilegiati, hanno la responsabilità di fare di più» 

 

Alessandra Sasso