migranti

Secondo l’articolo 32 della Costituzione Italiana tutte le persone che si trovano sul territorio nazionale, migranti con o senza permesso di soggiorno compresi, dovrebbero poter accedere liberamente a qualsiasi tipo di cura medica. A tal proposito, siamo davvero sicuri che i migranti irregolari o richiedenti asilo abbiano accesso allo stesso trattamento sanitario dei cittadini italiani? E, soprattutto, all’interno dell’ambito dei disturbi “invisibili” di carattere psichico, a che tipo di assistenza possono ricorrere i migranti?

Diverse organizzazioni internazionali hanno portato più volte al vaglio dell’opinione pubblica e delle istituzioni politiche la situazione precaria di migliaia di migranti riportanti svariati disturbi di carattere psichico dovuti al viaggio estenuante da loro condotto o ai precedenti abusi e torture subiti nel Paese di provenienza.

Medici Senza Frontiere, all’interno del report Traumi ignorati, riporta che il 60% dei migranti intervistati nell’ambito delle attività di supporto psicologico di MSF, tra il 2014 e il 2015, presentava sintomi di disagio mentale connesso ad eventi traumatici subiti prima o durante il percorso migratorio. In particolare è emerso che i migranti richiedenti asilo, che spesso si trovano a soggiornare per periodi mediamente lunghi all’interno dei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), presentano disturbi compatibili con il disordine da stress post-traumatico (PTSD), la depressione e altri disturbi dovuti principalmente all’ansia generata dall’esilio in una terra sconosciuta sommata alla mancanza di prospettive per il futuro.

L’indebolimento della psiche legato all’esperienza migratoria e i traumi subiti nel Paese di provenienza, sebbene vengano riconosciuti come fattori ponenti a rischio la salute psichica dei migranti, vengono spesso sottodimensionati per la mancanza di figure professionalmente adeguate e di modalità di intervento culturalmente sensibili. Per questo motivo risulterebbe urgente e necessaria la presenza all’interno dei CAS di mediatori culturali e di psicologi che abbiano esperienza nel trattamento dei migranti, oltre che competenze nell’ambito dell’etnopsichiatria e della psicologia transculturale.

Il lungo documento dello SPRAR sulle dimensioni del disagio mentale nei richiedenti asilo e rifugiati sottopone all’attenzione del lettore diverse problematiche e strategie risolutive per il vuoto istituzionale rispetto la realtà dei disturbi psichici nei migranti. Secondo quanto riportato, la violenza e le torture perpetrate su molti migranti nel loro Paese d’origine determinano non solo gravi conseguenze fisiche visibili, ma anche conseguenze neurobiologiche, psicologiche e sociali che, se mal curate, possono determinare reazioni neuro-psico-immuno-endocrinologiche dannose al sistema immunitario.

Al dolore e allo stress psico-fisico accumulato dai migranti durante il processo di migrazione — dunque a quella che può essere l’esperienza traumatica di rischiare di annegare in mare, temere per la propria sopravvivenza e per quella dei propri cari, subire ricatti fisici e psicologici da parte dei gestori dei traffici clandestini etc. — va aggiunta la perdita del così detto “capitale sociale”. Si tratta della perdita di tutti quei fattori che favoriscono la coesione e l’integrazione sociale, intrinseche ai sistemi sociali stessi, quali la consanguineità, la famiglia, il matrimonio, l’amicizia e il sostegno reciproco dei vari gruppi sociali, religiosi, politici locali.

Lilian Pizzi, psicologa all’interno di un centro di accoglienza di Lampedusa, un anno fa dichiarava:

«Nei centri di accoglienza viene dato da mangiare e da dormire, ma non viene dato ai migranti nessun diritto, nessuno si occupa di ridargli la parola. Dare ascolto e diritto di parola a queste persone è l’unico modo per interrompere la serie di violenze e di traumi che hanno subito, non sono solo corpi bisognosi, sono soggetti, soggetti politici. La trama invisibile della violenza che hanno subito deve poter emergere, anche la violenza dei traumi presenti non solo quella dei traumi passati, per aiutarli ad emanciparsi e non vivere la violenza soltanto come vittime.»

Non è difficile evincere da quest’ultima testimonianza l’inquietante continuità tra quello che i migranti vivono nel Paese da cui fuggono e quello che vivono in Europa: se nel Paese d’origine la violenza è fisica e psicologica, in Europa la violenza si presenta come simbolica. Una violenza che nasce dalla burocraticizzazione dei corpi violati dei migranti che a malapena sono considerati soggetti o individui, condannati ad un terribile processo di ostracizzazione mediatica e politica che li riduce a corpi indesiderati, colpevoli e spregevoli.

Il sistema politico italiano sembra aver scelto di arroccarsi in vetuste forme di nazionalismo identitario e tattiche di respingimento di questi “indesiderati”, accanendosi nella ricerca esasperata di un capro espiatorio a cui attribuire tutte le colpe del malfunzionamento del Paese. Indubbiamente questa strategia politica raccoglie ad oggi molti consensi elettorali, ma non risulta comunque efficace nella gestione del fenomeno migratorio che rappresenta oggi una solida realtà all’interno del “nostro” Paese, coinvolgendo moltissimi aspetti della sua vita economica e sociale, ed imponendoci quantomeno di interrogarci su possibili nuovi approcci e modalità di integrazione ed inserimento, oltre che su leggi di tutela dei migranti che prestino fede alla Convenzione di Ginevra, sottoscritta anche dall’Italia nel 1951.

Il processo inarrestabile della globalizzazione, congiunto al presentarsi di complesse problematiche geopolitiche, ci pone oggi dinanzi all’evidente superamento del concetto di Stato-nazione, sostituito da una realtà complessa e variegata caratterizzata da flussi di migranti interni ed esterni allo Stato, che inevitabilmente compartecipano alla costruzione di una società sempre più meticcia, multiculturale e multietnica.

Dinnanzi a tale realtà che va consolidandosi, è necessario ripensare completamente le vecchie forme di categorizzazione della cittadinanza, rendendosi conto una volta per tutte che i migranti in quanto soggetti politici hanno diritto ad un trattamento sanitario equo, non solo per via del senso di colpa morale che possiamo nutrire rispetto la violazione di quello che è un diritto umano imprescindibile, ma soprattutto in quanto nostri futuri concittadini in un mondo che non potrà circondarsi di muri in eterno.

Sara Bortolati

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Sara Bortolati, classe 1991, diplomata presso il Liceo socio-psico-pedagogico D.G. Fogazzaro di Vicenza e laureata in Filosofia (vittima del 3+2) presso l’Università degli studi di Padova. Attualmente frequento l’ultimo anno di magistrale con la speranza di potermi laureare con una tesi sulla questione di genere, concentrandomi in particolare sull’opera di Butler e Foucault. Amante della fotografia, con un debole per quella analogica su rullini scaduti, onnivora di film, meglio se concettualmente disturbanti o d’essai, devota all’arte contemporanea, alla causa femminista, alla poesia e al caffè. Il tutto condito da una montagna di contraddizioni, sigarette, sogni nel cassetto, fumetti e la voglia, se non di cambiare il mondo, per lo meno di confrontarsi sempre attivamente con esso. Non credo in Dio, non faccio parte di nessuna associazione politica e marcio fiera tra le schiere di coloro che hanno fede nel fatto che cultura e istruzione un giorno possano cambiare il mondo. Allergica alla polvere, al polline e alle menti chiuse e retrograde.