Grazie a ORCID, una libreria digitale che raccoglie i curricula dei ricercatori che vi partecipano, si è stati in grado di analizzare le rotte degli scienziati migranti, ovvero quegli studiosi costretti a spostarsi per portare a termine le proprie ricerche.

Il numero di “Science” uscito il 19 maggio si è concentrato sul fenomeno delle migrazioni, considerandole da diversi punti di vista. L’uscita della rivista conteneva articoli interessanti e attuali tra cui “How can we blunt prejudice against immigrants?” di Jennifer Couzin-Frankel e “People on the move: The science of migrations” di Elizabeth Culotta. Quest’ultimo si apre con una riflessione su quanto la scienza possa aiutare a studiare e ad accettare il fenomeno della migrazione. Secondo Culotta, la scienza può farci pensare con più lucidità alla situazione attuale, specialmente perché, scavando abbastanza a fondo, risulta inevitabile la conclusione secondo la quale, a dispetto delle idee di nazione e  di stato, siamo quasi tutti “immigrati” (“Go back far enough and almost all of us are immigrants, despite cherished stories of ethnic and national origins”). Questo ci viene ricordato molto spesso dalla paleoantropologia, le cui scoperte, alcune recentissime, offrono delle buone basi non solo per dubitare del nazionalismo, ma anche, forse inaspettatamente, per smontare alcuni stereotipi sessisti.

In quel numero di Science  non si parlava, però, solo della “scienza delle migrazioni” (per citare l’articolo di Culotta), ma anche delle migrazioni degli scienziati. La questione è interessante per più di un motivo. Il primo è quello che, come spesso accade, rivolgendo l’attenzione verso sé stessi, si scoprono cose insospettabili. In questo caso, per tradurre letteralmente l’espressione usata da John Bohannon nel suo articolo, una scoperta è che gli scienziati sono bestie migratorie («scientists are migratory beasts»). Secondo Bohannon è naturale che gli scienziati tendano a migrare perché il loro stesso lavoro consiste nel passare giorni ai confini della conoscenza umana (e, verrebbe da raggiungere, scavalcare tali confini). Questa natura vagabonda tipica dei ricercatori sembrerebbe incarnarsi nella figura del lituano Rimantas Kodzius, menzionato nell’articolo di Bohannon. Kodzius è uno degli scienziati-migranti più mobili di sempre, avendo varcato ben dieci confini nazionali. L’ultimo spostamento di Kodzius dimostra che non sempre si migra per necessità. Kodzius, infatti, si è spostato da un buon posto in Arabia Saudita ad uno in Cina, semplicemente perché, a detta del lituano,«una vita senza attività e avventure non è una vita piena».

Il caso di Kodzius, ovviamente, non è la regola. Più spesso, come del resto ammette anche Bohannon, si è costretti ad abbandonare il proprio paese d’origine perché, a seconda della materia di studio, solo poche persone (Bohannon parla di una dozzina) possono essere in grado di apprezzare la ricerca svolta e queste sono sparse per il mondo. Così, per molti, completare un dottorato, fare ricerche successive ed eventualmente ottenere il posto fisso tutto all’interno di un solo paese risulta impossibile.

Anche per questo motivo, come ricorda Culotta nell’articolo sovramenzionato (entrambi, il suo e quello di Bohannon, sono contenuti nel numero di Science di maggio), oggi,  quasi 250 milioni di persone (scienziati e non) vivono fuori dal loro paese di origine. Si tratta del tre percento della popolazone mondiale, comunque molto se si pensa che nel 1960 la quota ammontava a “soli” 79 milioni.

Un altro aspetto interessante non è il risultato della ricerca, ma lo stesso fatto che una ricerca del genere sia stata condotta. Questo rivolgere la lente d’ingrandimento verso sé stessi (lo scienziato che studia come e quanto migra lo scienziato), potrebbe far parte di una più vasta tendenza all’autoriflessività.  Intervistato dalla “White Review”, lo scrittore Lars Iyer si è chiesto: «Cos’è che amo di Marina Cvetaeva, per esempio? Sì, ho passato del tempo a leggere le traduzioni delle sue poesie. Ma ho passato persino più tempo a leggere del suo lavoro e a leggere la sua biografia.»

Alcuni studiosi sono divenuti famosi proprio in quanto biografi letterari  (e dunque “scrittori di vite di scrittori”). Basti pensare alla celebrata biografia di Joyce a cura di Richard Ellmann, definita da Burgess «la più grande biografia letteraria del secolo» o alla notorietà raggiunta da Pietro Citati, famoso per i suoi libri su Goethe, Kafka, Leopardi e Tolstoj, che gli valse il premio Strega nel 1984. Per chi fosse curioso delle vite dietro ai ricercatori scientifici, il progetto ORCID serve a raccogliere i loro curricula.

Grazie ai dati forniti da ORCID sono stati possibili studi come quello di Bohannon, ma non solo. Persino la copertina del numero di Science in questione è stata realizzata da Altounian basandosi su quei dati. Funzionando sia da sito dove far conoscere la propria ricerca sia come deposito di curricula, ORCID non solo finisce per aiutare gli scienziati a rendere noto il loro lavoro, ma anche a realizzare studi sugli scienziati stessi, come quello pubblicato da Bohannon.

Luca Ventura

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