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Anche lo Sport contro Trump. Una protesta silenziosa, pacifica, ma mai tanto diffusa e popolare, sta dilagando su tutti i campi di Football, di Basket e di Baseball americani. Gli atleti degli sport in questione, anche quelli rappresentativi dei club più importanti, hanno deciso di esternare la propria contrarietà alle (non)politiche dell’amministrazione Trump attraverso un semplice gesto: inginocchiandosi durante l’inno nazionale, tradizionalmente suonato prima dell’inizio delle partite e che, normalmente, vede giocatori, allenatori e dirigenti gli uni di fianco agli altri raccolti in un abbraccio collettivo in segno di rispetto e ammirazione per i colori della bandiera a stelle e strisce.

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Donald Trump è accusato di non prendere una posizione netta di condanna contro le ormai continue e prolungate discriminazioni razziali subite dai cittadini di colore, spesso oggetto di “attenzioni esagerate” da parte della polizia americana; conseguentemente, le accuse di intolleranza e di razzismo a carico del tycoon sono proliferate come non mai, soprattutto alla luce dell’ultima modifica del cosiddetto Muslim Ban, che in buona sostanza, e salvo piccolissime eccezioni, proibisce l’ingresso negli USA ai cittadini di Iran, Libia, Ciad, Siria, Somalia, Yemen, Corea del Nord e Venezuela sulla base di esigenze di “sicurezza nazionale” legate al pericolo terrorismo.

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A dire il vero, le radici della protesta risalgono al settembre 2016, quando il quarterback della squadra di football dei San Francisco 49ers, Colin Kaepernick, decise di restarsene seduto mentre tutti i suoi compagni intonavano in piedi lo Star-Spangled Banner, suscitando innumerevoli polemiche sulle quali lo stesso Donald Trump riuscì a costruire parte del suo largo consenso, grazie alla stavolta netta presa di posizione contro il gesto del giocatore di colore rispecchiata nella frase «forse dovrebbe trovare un paese che gli piace di più». Ebbene, è trascorso più di un anno da quando il coraggioso Kaepernick inscenò la sua contrarietà ai soprusi della polizia a carico delle minoranze etniche americane, testimoniata da numerosi video-report di ingiustificate violenze o improvvisi colpi di pistola e accompagnata da diverse manifestazioni pubbliche che all’epoca fecero sorgere più di un dubbio sul reale impatto della amministrazione Obama sul delicato tema etico dell’integrazione.

E’ verosimile che, durante il corso di quest’anno, il problema possa essere stato offuscato e sia diventato meno chiacchierato a causa di altri imprevedibili eventi come la stessa elezione di un ex manager di Wrestling alla Casa Bianca; ma, se a distanza di 360 giorni le proteste si ripropongono, vuol dire che in sostanza le rivolte e le battaglie messe in atto hanno portato a poco. In effetti, c’era da aspettarselo all’indomani dell’elezione di un presidente che più di una volta non ha perso occasione per esprimere le sue posizioni poco inclini all’integrazione e alla fratellanza e che, tanto per non smentirsi, è intervenuto sul tema in esame con delle uscite dure e poco felici, facendo delle dichiarazioni che hanno definitivamente turbato ed irritato il mondo dello sport americano.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato un tweet del Presidente americano, pubblicato a margine dell’ennesima dimostrazione di “disobbedienza civile” dei giocatori di Football (NFL), nel quale si leggeva che sarebbe bellissimo sentire i proprietari delle squadre di Football in questione dire «portate quel figlio di p****na fuori dal campo, fuori, è licenziato» (rievocando lo slogan da lui utilizzato nella serie televisiva che gli diede notorietà, The Apprentice). Per di più il tycoon, sempre attraverso il succitato post, esortava il pubblico presente allo stadio ad «uscire dallo stadio» di fronte ad un tale “oltraggio” ai colori americani.

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La poco elegante uscita non ha di certo placato gli animi e, anzi, ha provocato la discesa in campo di alcune tra le più grandi star contemporanee del Basket americano: dal cestista dei Cleveland Cavaliers, LeBron James, che ha definito il presidente un “bum” (uno straccione), alla leggenda dell’NBA Kobe Bryant fino al presidente dell’unione giocatori della NBA, Chris Paul. Tutti si sono schierati a difesa delle proteste messe in atto dai colleghi della NFL. Addirittura, la contestazione ha preso piede anche tra i giocatori dello sport storicamente più popolare e seguito d’America, il Baseball: sabato scorso, Bruce Maxwell degli Oakland Athletics è diventato il primo giocatore nella storia della MLB ad inginocchiarsi durante l’inno nazionale.

Il neo presidente USA è così riuscito nell’incredibile impresa di inimicarsi tutti i principali protagonisti del mondo dello sport americano, storicamente figure molto importanti e che, normalmente, in clima elettorale in un sistema politico come quello americano fondato sulla sacralità delle public figures, riescono a spostare decine di migliaia di voti grazie a poche parole. Parole come quelle di Steve Curry, star del Basket militante nei Golden State Warriors e che, ad oggi, è diventato il principale antagonista di Donald Trump, dopo aver dichiarato pubblicamente di aver espresso, in una riunione con il resto della compagine sportiva di appartenenza, parere negativo in merito alla tradizionale visita che la sua squadra, vincitrice delle finals NBA, avrebbe dovuto effettuare alla Casa Bianca.

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Infatti, in virtù di una consuetudine introdotta nel 1963 da John Fitzgerald Kennedy e poi consolidatasi con l’amministrazione Reagan, i campioni dei play-off NBA (ma anche le squadre vincitrici di NFL, NHL e MLB) vengono annualmente invitati alla Casa Bianca per ricevere gli elogi presidenziali. Ebbene, di fronte al “tentennamento” di Steve Curry, Trump ha deciso di ritirare formalmente l’invito esteso ai Golden State Warriors, rimarcando che andare alla Casa Bianca è un onore davanti al quale non si può esitare. Per tutta risposta, il Club ha rilasciato uno statement nel quale comunicava che giocatori, allenatore e dirigenti «avrebbero osservato ugualmente la visita Washington prevista per febbraio, approfittandone per celebrare i valori dell’uguaglianza, della diversità e dell’inclusione».

Insomma, una rivolta generale del mondo dello sport contro la presunzione di un Presidente che si sta distinguendo, tra le tante cose, per l’attuazione di una politica nazionalista ed isolazionista con il pretesto di “difendersi” dagli attacchi terroristici stranieri. È questa una convinzione molto diffusa tra i cittadini americani, e che, peraltro, circola anche tra le star dello sport, considerando che ad evidenziarlo è stato lo stesso coach dei Warriors, Steve Kerr, origini libanesi, che perse suo padre Malcolm in un agguato messo in atto da estremisti islamici all’esterno dell’Università Americana di Beirut, della quale era Presidente. Kerr, invero, ha espresso perplessità sulla reale necessità di combattere il terrorismo (costato la vita a suo padre) attraverso una politica fondata sulla paura e sulla rinnegamento dei principi sui quali gli USA si fondano.

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Il coraggio e persistenza degli sportivi americani sta creando non pochi problemi a “The Donald”, che adesso deve fare i conti con un calo di popolarità senza precedenti: solo il 39 % dei cittadini americani approva la politica del neo presidente degli Stati Uniti, con il 59 % che esprime dubbi sul fatto che Trump possa portare ad un vero cambiamento; per di più, solo il 29 % lo considera come un leader capace di unire l’America (sondaggio Abc/Washington Post). Era dai tempi di Harry Truman (1945-1953) che l’indice di gradimento di un Presidente non toccava un punto così basso. Arrivati a questo punto, i sondaggisti farebbero meglio a correggere il tiro se non vogliono rischiare di essere bersagliati.

 

Amedeo Polichetti