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Oriundi sì, oriundi no. È ormai un argomento a cui siamo abituati a dibattere da qualche anno. Anche se in teoria dibattito non dovrebbe esservi. Secondo le regole, che alla fine sono sempre quelle che contano, non vi è nulla di sbagliato a convocare un qualunque giocatore abbia la cittadinanza italiana. Dal momento, però, che ci piace discutere – e fin qui nulla di male se si resta nel rispetto reciproco – anche delle regole, allora dibattito vi è, eccome.

Per quanto sembri un qualcosa di nuovo, in realtà, la “questione” – ammesso che si possa chiamar tale – degli oriundi in maglia azzurra ha una storia quasi centenaria. L’Italia post-bellica del primi anni venti aveva già individuato il suo sport nazionale: il calcio. E naturalmente questo lo rese un argomento appetibile alle fazioni politiche, soprattutto quelle in ascesa che erano in cerca di consensi. I primi ad accorgersene furono i fascisti. E sebbene Mussolini non abbia mai amato il calcio più di tanto, il suo movimento seppe cogliere quanto questo sport sapesse far breccia nel cuore degli italiani. L’occasione per entrare attivamente in questo settore arrivò nel 1926.

Il presidente del CONI Lando Ferretti, che era già asservito al movimento fascista, cercò di mettere ordine in un sistema sportivo governato dal caos derivante dalle polemiche del campionato appena conclusosi. Venne costituito così un documento atto ad organizzare il calcio in Italia. La Carta di Viareggio, così venne chiamata, regolamentava vari aspetti tra cui il divieto d’accesso agli stranieri al campionato a partire dal 1928. Naturalmente è facile intuire le motivazioni per cui il fascismo fosse interessato a creare un movimento calcistico composto da soli italiani.

Il divieto agli stranieri di calpestare i campi del campionato italiano causò non pochi problemi alle società, che dovettero allontanare decine di giocatori di alto livello. E per non perdere seguito, decisero di aggirare la regola, facendo arrivare dal sudamerica tutti quei giocatori che avevano discendenze italiane. Potendo sfruttare la doppia cittadinanza, questi calciatori arrivarono fino alla maglia azzurra. Il regime pur non essendo entusiasta di tutto ciò, aveva necessità di una nazionale di alto livello per dimostrare la propria forza, così lasciò correre.

L’Italia si presentò ai Mondiali del 1934 con cinque oriundi in rosa: Atilio Demari, Enrique Guaita, Amphilóquio Guarisi, Luis Monti e Raimundo Orsi. E vinse quel mondiale. Così come vinse quello del 1938, al quale partecipò però un solo oriundo, Miguel Andriolo.

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Juan Alberto Schiaffino, uno dei più grandi giocatori del calcio uruguaiano, che è stato protagonista del Maracanazo e che ha disputato 4 partite con la maglia azzurra

Prima delle vittorie (ovviamente) non mancarono le polemiche nei confronti del c.t. Vittorio Pozzo. Così come non mancano oggi. Tutti i c.t. delle ultime spedizioni azzurre hanno dovuto affrontare costanti polemiche riguardanti la convocazione di calciatori non-nati sul suolo italiano. Questo perché il fenomeno degli oriundi è stato riaperto nel 2003 con l’esordio di Mauro Camoranesi in Italia-Portogallo dopo circa 40 anni di assenza dall’ultimo, che fu Angelo Sormani. E non è un caso, forse, che il fenomeno degli oriundi si accentui quando iniziano a mancare vere alternative, come oggi.

La domanda che spesso ci si pone è la seguente: “È giusto convocare giocatori non nati sul suolo italiano e che il loro essere italiani sia legato a discendenze lontane nel tempo?“. Oppure, è giusto convocare qualcuno che accetti di giocare per la nazionale italiana solo perché sa che non sarà mai convocato dalla nazionale del proprio paese?. Entrambe sono domande concettualmente giuste, poiché il loro intento è di salvaguardare quel che c’è di puro nelle nazionali, ovverosia il sapere quanto si è privilegiati ad indossare la maglia azzurra. Ma non bisogna neanche presupporre a priori che qualcuno lo faccia per interessi. Il che non vuole dire che non esista chi lo faccia ma, dal momento che non siamo in grado di sapere realmente quali siano le motivazioni che spingono tali atleti a fare una scelta del genere, è comunque ingiusto (e sbagliato) presupporlo a prescindere.

Mattia Losi, giornalista de Il Sole 24 Ore ha scritto qualcosa di interessante a riguardo:

“[…] Qui dovrebbe entrare in gioco il buon senso: ovvero la capacità del Ct, e della Federazione che lo sostiene, di ragionare non tanto in base alle caratteristiche tecniche del giocatore ma all’effettiva volontà del medesimo di rappresentare una Nazione diversa da quella che l’ha visto crescere. Perchè la casa non è dove nasci, magari per caso, ma dove cresci e soprattutto dove vorresti vivere.”

Prendiamo il caso di Éder Citadin Martin. Il giocatore dell’Inter ha ottenuto la cittadinanza italiana grazie al bisnonno paterno che era originario del Veneto. È arrivato in Italia a soli 18 anni e qui ha trovato lavoro e amici, è maturato, ha messo su famiglia e vive. Siamo sicuri che questa persona non si senta italiano? E più in generale, cosa fa sentire una persona italiano? Dovessimo seguire il ragionamento del paese dove si nasce e si cresce, tecnicamente, anche Giuseppe Rossi, Roberto Soriano e Nicola Sansone sono oriundi. Eppure non sono mai state fatte polemiche.

Esiste poi anche la questione del valore del calciatore stesso, che molto spesso influenza la portata del malcontento di chi non è a favore. Tra i tanti, Schiaffino ha giocato in azzurro, Altafini ha giocato in azzurro e il sopracitato Camoranesi ha giocato in azzurro. Nessuno di loro ha subito critiche eccessive. Il Camo uscì tra gli applausi in quella sua partita d’esordio a Genova, nonostante uno striscione che diceva <<Sì al Codino, no all’argentino>>, a sottolineare come più che una polemica per la convocazione in sé fu l’esclusione di Baggio a indignare. E fu protagonista della spedizione in Germania nel 2006.

Oggi sicuramente non abbiamo problematiche di questo tipo, la qualità si è abbassata e vi è molta meno scelta. E così come viene attribuita agli immigrati la colpa della mancanza di lavoro per gli italiani, lo stesso viene fatto in azzurro dove “un oriundo ruberebbe il posto ad un giovane meritevole”. Ma è davvero così? Éder non è sicuramente uno Schiaffino, un Altafini o un Camoranesi. È un buon giocatore, nulla di più nulla di meno. Se è stato lui a partire titolare agli Europei 2016, secondo l’allora c.t. Conte, forse non vi era di meglio su cui fare affidamento.

Insomma, la querelle sugli oriundi è e resterà sempre una guerra di non-ideologie nello sport, quanto di convenienza, dove il risultato oscurerà sempre l’orientamento che vi è alla base. È stato così nel 1934, è stato così nel 1938 ed è stato così anche nel 2006. È stato così con Josefa Idem. È stato così con Fiona May. È così con Frank Chamizo, e tanti altri. E sarà ancora così. Altrimenti, più semplicemente, si potrebbe entrare (per davvero) nel terzo millennio e pensare che disponendo di cittadinanza italiana queste persone siano italiane, come vuole la legge. Ma è probabilmente molto complicato far attecchire questa ideologia in un paese molto controverso, dove neanche chi nasce su suolo italiano da genitori stranieri viene considerato italiano.

Michele Di Mauro

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