Irriverente e straordinariamente simpatico: quando si pensa al Papu Gomez non possono che venire in mente gli esilaranti post su Instagram, i memes che raffigurano lui, la sua famiglia e il suo partner d’attacco, Andrea Petagna. L’Argentino ha saputo evolvere la concezione del calciatore del ventunesimo secolo, non più entità astratta e distante dal mondo dei tifosi, ma vicino a loro in tutto e per tutto. Il ragazzo della porta accanto: colui che potremmo tranquillamente chiamare per una partitella di calcetto il venerdì sera, insomma. Il numero 10 dell’Atalanta però non è solo questo. La ricetta del successo del Papu Gomez, ciò che ce lo fa adorare così tanto insomma, è un misto di capacità di sapersi adattare egregiamente al mondo social, ma soprattutto di saper essere trascinatore e leader tecnico della propria squadra, all’interno della cancha, dove è importante saper essere fenomeni con il pallone più che con lo smartphone.

Alejandro Gomez, prima della sua definitiva consacrazione in casa Atalanta, era già piuttosto noto ai grandi esperti di calcio. Il Catania lo prelevò quando aveva 22 anni dal San Lorenzo e si eresse subito come uno dei grandi tenori di quella squadra che sfiorò clamorosamente l’Europa. Bergessio, Maxi Lopez, Lodi, tutti molto bravi. Il Papu però aveva qualcosa in più degli altri, era evidente. Scelte sbagliate, probabilmente dettate da quell’ingaggio esoso che gli venne proposto, lo portarono in Ucraina, al Metalist. Sbarcare in un campionato così poco competitivo a 25 anni può decretare la fine della carriera di molti, e Gomez il punto di non ritorno lo ha sfiorato eccome: nessuno, infatti, si ricordava più di lui in Italia, lì dove tanti avevano imparato ad amarlo. Le condizioni politiche in cui versava l’Ucraina al momento del suo trasferimento, peraltro, non gli garantivano tranquillità. Scelta infelice insomma, a prescindere. La richiesta di trasferimento, quindi, arrivò dopo appena un anno. A quel punto fu l’Atalanta, nella titubanza generale, a decidere di riesumare il suo talento dal sarcofago, riportandolo in Italia nel 2014, per ottenere una salvezza tranquilla l’anno successivo. Mai a immaginare la portata che avrebbe assunto l’investimento fatto dalla Dea.

All’inizio della stagione 2016 all’ex Catania venne anche concessa la fascia di capitano. Un privilegio, simbolo di una superiorità tecnica e caratteriale da parte di un giocatore che ha  fatto della concessione della fascia il punto di partenza di una seconda carriera agonistica. I risultati dall’inizio della scorsa stagione sono impressionanti. Gomez è passato da una media di 5 gol a stagione (pochi per un attaccante esterno, ma neanche tali da far gridare allo scandalo) alla straordinaria cifra di 16 marcature in 37 gare di campionato. Numeri da capogiro che hanno contribuito, insieme ad un organico dalla qualità indiscutibile, alla storica qualificazione in Europa League. Gasperini, giunto sulla panchina atalantina proprio nel momento in cui veniva concessa la fascia al Papu, ha trovato nel classe ’88 un leader carismatico in campo e un efficacissimo collante all’interno dello spogliatoio, e questo non può che essere un elemento di rilievo nell’analisi dei successi dell’Atalanta.

I nerazzurri sono stati complici di una rinascita. Una rinascita che è contestualmente anche consacrazione: Gomez ha saputo sfruttare tutti gli aspetti positivi dell’ambiente bergamasco ed ha saputo trarne tutta la forza per diventare quel giocatore che nei presupposti sarebbe dovuto essere già da svariati anni. La convocazione in Nazionale albiceleste dello scorso giugno (la prima nella selezione maggiore) e quella per i prossimi impegni nell’ambito delle qualificazioni mondiali sono state le prove tangibili dell’importanza che il numero dieci della Dea sa assumere e della fiducia che tutti i tecnici ripongono in lui.

Peraltro, molti avrebbero pensato ad un exploit limitato solo allo scorso anno. Il piccoletto nato a Buenos Aires, tuttavia, sta dando prova di grandissima continuità (tre le reti in sei partite in serie A fino ad ora) e di una capacità di adattamento inaspettata anche in campo europeo (due le reti in altrettante gare contro avversari del calibro di Everton e Lione). Poco importa se Fekir ha esplicitamente ammesso di non conoscere il capitano dei suoi ultimi avversari nella conferenza alla vigilia della gara. La risposta data sul campo è stata delle più incisive possibili, a testimonianza del fatto che il Papu non è solo un ballerino o una webstar prestata al mondo del calcio, ma un giocatore di una caratura superiore, in grado di potersi rendere decisivo anche in Europa.

 

Vincenzo Marotta