L'integrazione passa sempre dal sistema: lezioni di umanità al CAS Vesuvio di Ercolano

Migranti in Italia: quanto ne sappiamo veramente ? Cosa cercano? Di cosa hanno bisogno? Come vivono? Cosa aspettano? Cosa pensano?

Al CAS Vesuvio di via Osservatorio (Ercolano), sullo sfondo di un tramonto che si tinge di rosso, i ragazzi improvvisano una partita di calcio gridando tra loro parole incomprensibili, Imma e Aimen ci salutano col sorriso, pronti a guidare il nostro desiderio di sapere, di guardare il volto umano dell’immigrazione, cancellando barriere e pregiudizi.

Sono parte della cooperativa sociale “L’Impronta”, nata nel 2008 con lo scopo di occuparsi della gestione di servizi sociali destinati ad anziani, disabili, baby parking, ludoteche. Dal 2015, la cooperativa ha iniziato a occuparsi di immigrazione, e in particolare dell’accoglienza e dell’integrazione di richiedenti asilo, gestendo i CAS di Ercolano, Vesuvio (solo minori) e hotel Belvedere (adulti), quelli di Saviano ed Altavilla Silentina (nuclei familiari, donne e bambini, donne sole), quello di Boscoreale, La Vela, e quello di Napoli, hotel Siri.

I responsabili e gli altri operatori organizzano e regolamentano la giornata degli utenti del CAS Vesuvio, 36 minori non accompagnati, partiti ed arrivati sul territorio italiano senza genitori. Dopo la sveglia, tutti gli utenti sono tenuti a firmare: cosa vuol dire?

È Aimen a spiegarcelo: «Dopo una gara di appalto, la prefettura affida ad ogni CAS un  numero di immigrati in base alla disponibilità del centro: se un centro ha una capienza massima di 30 posti e arrivano 10 utenti, ne affiderà dei nuovi ad ogni sbarco fino al completamento della struttura. La persona affidata alla cooperativa è tenuta a firmare poiché, entro le 9.00 di ogni mattina, l’elenco di firme dovrà pervenire alla prefettura,che verificherà l’effettivo numero di migranti all’interno di ogni CAS. Se per un periodo di tempo, un individuo si allontana dalla struttura, verrà considerato fuori dal progetto di accoglienza e il suo posto potrà essere occupato da qualcun altro. L’obbligo della firma ha quindi ragioni prevalentemente burocratiche, oltre che economiche: infatti, gli utenti percepiscono alla fine di ogni mese un pocket money, ossia un corrispettivo economico pari a 2,50€ al giorno».

Dopo la firma, segue il giro di pulizia delle stanze: gli operatori mostrano agli utenti come riordinare le proprie cose, non solo per garantire l’igiene della struttura, ma anche per consentire loro di acquisire qualche forma di autonomia all’interno degli spazi del CAS, che diventerà a tutti gli effetti una casa.

Quanto è lunga la permanenza all’interno della cooperativa? La durata è molto variabile, a causa delle numerose richieste di protezione. Tutto si muove in attesa della data di commissione, ossia del momento nel quale l’immigrato si presenta dinanzi alla commissione territoriale per illustrare le ragioni della propria fuga, la sua situazione personale, richiedendo una delle 3 protezioni possibili.

Pertanto, durante la fase transitoria presso la cooperativa, l’interesse degli operatori è quello di accompagnare gli utenti alla vita, a 360°. Oltre alle attività abituali (colazione, pranzo e cena), i richiedenti asilo avranno diritto a lezioni di italiano (2/3 volte a settimana), ad un’assistenza psicologica, sociale, medica (grazie all’STP, documento che garantisce il diritto all’assistenza sanitaria anche in mancanza di un permesso di soggiorno e di una regolare documentazione). La loro giornata trascorre tra laboratori, attività utili e integrative sul territorio, presso le chiese, le altre associazioni, i centri per disabili. Imma, per esempio, ci racconta che gli utenti del CAS Belvedere e Vesuvio hanno collaborato per la pulizia del Vesuvio dopo i disastrosi incendi che lo hanno devastato durante la stagione estiva. È il loro primo interesse quello di collaborare attivamente con il territorio, imparando la lingua e le abitudini e guadagnando quindi maggiori possibilità di ottenere una protezione.

«L’integrazione passa sempre dal sistema — ci dice Aimen se l’immigrato trova un sistema sano, si otterrà una persona utile alla società: solo con un buon esempio si può arrivare a quei livelli che la società richiede».

E un buon esempio è Lamin: è arrivato dal Gambia solo due anni fa, ha 23 anni e il sorriso di un bambino, pieno di vita e di entusiasmo, mentre racconta la sua storia. Si è rimboccato le maniche e ha studiato da solo, tanto, fino ad ottenere un contratto come mediatore culturale presso il CAS. Aimen, responsabile dei mediatori,  ci spiega che la loro è una «figura importantissima: il mediatore conosce le culture dei paesi dell’Africa, è colui che media tra la cultura italiana e quella africana reciprocamente sconosciute, favorendo l’incontro. È il ponte tra la cultura di origine e quella di arrivo. Si tratta di un ruolo molto difficile perché le persone che arrivano incontrano non poche difficoltà, a partire dal cibo, e l’ambientazione è tutt’altro che facile. Il mediatore spiega ai migranti che il loro obiettivo è quello di ricevere una protezione e illustra la procedura per ottenerla, indicandogli la strada giusta nel rispetto delle regole della comunità di accoglienza». L’obiettivo dell’integrazione è mediato da Aimen e dai suoi colleghi, che danno vita alla prima comunicazione con gli utenti che, nella stragrande maggioranza dei casi, non parlano né scrivono l’inglese: «tutto inizia dalla lingua perché senza reciproca comprensione non c’è scambio e comunicazione e cerchiamo di spiegargli anche che è necessario per loro apprendere l’italiano quanto prima». 

Lamin, con il suo italiano pressoché perfetto, ci dice: «dobbiamo integrarci se vogliamo stare qui, è la prima cosa. Quando sono arrivato, la mia prima difficoltà è stata la lingua: avevo voglia di parlare, di raccontare, di fare amicizia, ma non capivo niente e non riuscivo a farmi capire. Poi il cibo… sempre pasta, pasta, pasta. Certo, sono difficoltà piccole rispetto a quelle da cui partiamo. Io vengo dal Gambia e sono scappato perché avevamo paura: dopo anni di governo da parte di un dittatore terribile, adesso abbiamo un nuovo presidente, che non riesce a tranquillizzare il paese perché è ossessionato dall’idea che il suo predecessore possa tornare e dichiarargli guerra. Perciò i gambiani scappano e arrivano non soltanto in Italia, ma anche in America. Quando scappiamo, non sappiamo nemmeno dove andiamo, non possiamo pensarci, arriva qualcosa che ti spinge a scappare, devi scappare per forza. Non decidiamo di partire, siamo obbligati a farlo, non è una scelta».

E se si parla di richiesta di protezione, è implicito che ad essa preceda una persecuzione.

«Se un individuo è perseguitato, è obbligato a scappare perché la sua vita è a rischio. Come ci sono diversi tipi di protezione, ci sono diversi motivi per scappare, tutte violazioni dei diritti umani. Ed è sbagliato pensare tra questi anche la fame: la guerra contro la fame è la guerra più terribile  — racconta Aimen — La gente a volte pensa che scappano perché non hanno lavoro, la situazione economica è terribile e quindi patiscono la fame. Ma un paese non nasce con la fame, la fame viene creata, la guerra contro di essa è solo una conseguenza, la più estrema, di tutto ciò che c’è prima. La Somalia, per esempio, per anni è stata vista come un paese da cui le persone scappano per via della fame, ma la fame è stata la conseguenza della guerra civile, causata dal mercato di armi, tutto un backgroud che conduce all’esasperazione. Quindi le persone scappano perché non ce la fanno più, non perché hanno fame. E bisogna pensare che il viaggio che li aspetta non è affatto semplice: quindi mettetevi nei panni di queste persone, nessuno avrebbe il coraggio, il cuore così duro da lasciare senza un valido motivo la propria terra e i propri familiari. Anche se non si ha più nessuno, a volte è la sabbia… a me manca la sabbia della Tunisia, mi manca il mio paese».

Alla domanda «sei felice adesso?», Lamin mi risponde «mi manca la mia famiglia, ma sono felicissimo, mi sento uno di voi».

E il suo sorriso cancella le barriere, i pregiudizi, i dubbi, la tristezza. È di Lamin che l’Italia ha bisogno per diventare migliore.

Sonia Zeno

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Sonia Zeno, nata il 19/08/93 a Napoli e residente in Ercolano. Laureata in Lettere moderne, attualmente studentessa di Filologia moderna, aspira a diventare una scrittrice e docente di letteratura italiana. Amante della poesia e convinta che essa sia capace di donare occhi nuovi con cui guardare il mondo circostante, scoprendo in ciascuno di noi una speciale e singolare sensibilità.

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