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Correva l’anno del Signore 1861: il 17 marzo, a seguito della seconda guerra di indipendenza, nasceva il Regno d’Italia retto dal sovrano piemontese Vittorio Emanuele II di Savoia. A ridosso dell’unificazione territoriale era necessario creare i presupposti per la nascita di uno stato sotto ogni punto di vista: politico, militare, giudiziario, culturale e linguistico, dato che non esisteva ancora l’italiano ma solo tanti dialetti tutti diversi.

« Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani»

Questa è la famosissima citazione di Massimo D’Azeglio, primo presidente del Consiglio del neonato stato italiano. È bene interpretare le sue parole: l’Italia si era sì unificata dal punto di vista territoriale, ma era in effetti una mescolanza di popoli e di etnie, ognuno con la propria cultura, la propria identità sociale e con la propria lingua.

E quando parliamo di lingua non intendiamo certamente il nostro caro italiano che oggi permette a tutti quanti noi di comprenderci. L’Italia post risorgimentale si presentava ovviamente frammentaria agli occhi dei nuovi governatori: tanti erano gli analfabeti e il numero di coloro che sapevano leggere, scrivere e fare i conti era nettamente inferiore a coloro che non sapevano cosa fosse l’alfabeto.

Ma una domanda sorge allora spontanea:

“Come era possibile che due persone comunicassero tra loro?”

Certamente due o più individui avevano da sempre imparato a comunicare: d’altronde la funzione primaria di una lingua è quella che permette di interagire socialmente. E uno dei modi per comunicare era certamente l’impiego del dialetto.

Ai tempi del passaggio dalla lingua latina alle lingue romanze o volgari, i popoli della penisola italica si apprestavano a creare una propria indipendenza linguistica che fosse scissa dalla lingua latina, considerata aulica e comprensibile solo ai letterati, ai dotti e agli ecclesiastici. Era difatti necessario creare un registro linguistico comune a tutti e che consentisse di mettere in comunicazione anche coloro che non avevano la possibilità, o per meglio dire la fortuna, di masticare il latino.

Infatti la prima documentazione linguistica dei dialetti materni ci viene offerta da Dante Alighieri che nel suo “De Vulgari Eloquentia”, in un latino elegante e raffinato, passa in rassegna le varietà di dialetto italiano che mutano e variano secondo l’asse diacronico e diatopico. In particolare, il poeta fiorentino, sosteneva che la lingua volgare non era dotata di regole, ma tutti potevano apprenderla facilmente a differenza del latino che ha una suo corpus grammaticale veramente complesso. Una svolta avvenne nel XV secolo con la “Grammatichetta” di Leon Battista Alberti e poi con Pietro Bembo con le sue “Prose della volgar lingua”: in effetti, il volgare fiorentino era quello che maggiormente veniva impiegato e usato negli affari e nei documenti dai mercanti e dai commercianti e dalla nascente burocrazia; per questo motivo era diventato necessario capire quali modelli seguire e, in conclusione, per la composizione di un testo letterario e si scelsero Giovanni Boccaccio per la prosa e Francesco Petrarca per la poesia.

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De Vulgari Eloquentia – Dante Alighieri

Il modello di Pietro Bembo durò fino alla metà del XIX secolo, quando Alessandro Manzoni, affacciandosi sul nuovo stato italiano, si reca a «sciacquare i panni in Arno». Anche agli occhi del letterato milanese appariva necessario che l’Italia fosse unificata dal punto linguistico: ecco perché la scuola ottenne un ruolo fondamentale in questo contesto. Difatti, a seguito di un lunghissimo dibattito sulla scelta della lingua da impartire e da studiare a scuola Alessandro Manzoni propose di insegnare agli alunni italiani il toscano e in particolare la varietà colta di Firenze, invitando i maestri a prendere esempio da lui e cioè invitandoli a recarsi a Firenze per apprendere dai maestri fiorentini la lingua pura e corretta.

Certamente i dialetti italiani non hanno cessato di esistere: in ogni regione italiana ci sono vari dialetti e varietà dialettali che vanno quotidianamente a incrociarsi con la lingua madre e con le varietà di italiano regionale. Ogni giorno, ogni parlante italofono comunica con il suo amico fraterno in un modo, con il compagno corregionale in un altro e con l’amico di un’altra regione in un modo ancora diverso. Questo perché siamo tutti accomunati dalla lingua italiana, quella che si è formata nei secoli e che oramai da duecento anni a questa parte ha fatto parte di quel processo d’indipendenza sopracitata.

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Dialetti parlati in Italia (fonte dell’immagine Wikipedia)

Alla voce dialetto, l’enciclopedia Treccani risponde così:

 “Sistema linguistico di ambito geografico o culturale per lo più limitato, che non ha raggiunto o che ha perduto autonomia e prestigio di fronte agli altri sistemi con i quali costituisce geneticamente un gruppo.”

Certamente non possiamo non essere d’accordo con la precedente definizione: per quanto i dialetti sono stati per secoli le lingue della nostra cara penisola italica, non possiamo assolutamente considerare l’ipotesi di soppiantare l‘italiano e di far prevalere i dialetti per una pura questione di indipendenza linguistica. Ma è pur vero che negli anni precedenti e ancora oggi assistiamo a fenomeni di letteratura dialettale: non è possibile non tenere a mente la grande produzione letteraria napoletana o quella fiorentina.

Ci troviamo oggi in una situazione ambivalente: da un lato ci sono coloro che chiedono l’uso dei dialetti ridimensionato a contesti ludici o informali e che ovviamente prediligono l’uso dell’italiano in ogni tipologia di contesto, e dall’altro lato ci sono quelli che si battono affinché venga riconosciuta l’indipendenza dei dialetti. Risulta ancora difficile scegliere da quale parte stare: entrambe le opinioni possono sembrare giuste, così come possono apparire sbagliate. Appartenere a una ragione italiana è sicuramente motivo di vanto per ognuno di noi, ma non bisogna accantonare il fatto che apparteniamo a uno stato unitario e unificato che ci rende tutti uguali. Ognuno di noi deve poter comunicare ed essere compreso dagli altri: non è possibile entrare in un ufficio e pretendere di essere compresi parlando il dialetto o una varietà regionale del nostro italiano. Ma è altresì necessario ripensare a quell’Italia di circa tre secoli fa, quando era scissa e divisa non solo dal punto di vista territoriale, ma anche da quello linguistico e culturale: quella penisola che per secoli è stata la culla della cultura ha continuato a produrre letteratura, poesia, prosa e mai ha cessato di farlo.indipendenza dialetti italiano

Ma, riallacciandoci alla definizione di dialetto, è bene mettere in chiaro una cosa: il dialetto è pur sempre una lingua, con proprie caratteristiche linguistiche e sociolinguistiche, che è concentrata in un dato luogo circoscritto. Ha certamente il proprio prestigio e la propria indipendenza, ma sempre e solo in un determinato contesto territoriale. La lingua italiana, quella che dal latino si è tramutata in volgare e che ha oggi i caratteri noti a tutti noi, è la vera base che rende l’Italia davvero indipendente dal punto di vista linguistico. Il nostro stivale per anni ha combattuto per ottenere un’indipendenza non solo territoriale, ma ha cercato di trovare nella lingua quell’elemento di coesione e di unione: in questo contesto è ovvio ricordare quanto sia stata fondamentale la storia post risorgimentale, quando a seguito di guerre contro dominazioni straniere, l’Italia si è resa uno stato unito sotto vari punti di vista. Sulla scia di tutti i dialetti che hanno fondato la storia linguistica della penisola italica, è nata una lingua che ha dato la possibilità a tutti di comunicare, di comprendersi e di scambiarsi opinioni. Chiedere l’indipendenza linguistica del dialetto significa ritornare indietro negli anni, cioè quando ognuno comunicava in maniera diversa e produceva una letteratura tipicamente dialettale. Bisogna senza dubbio tutelare i dialetti proprio in memoria della storia della nostra letteratura, ma dobbiamo guardare al presente e alla quotidianità giornaliera che è caratterizzata dal predominio (giustamente) assoluto della lingua madre. E oggi, quando sentiamo parlare alcuni politici che chiedono la secessione della propria regione dall’Italia per formare uno stato indipendente in un altro stato già unito e compatto sotto ogni punto di vista, è opportuno ricordare loro quanto i nostri antenati hanno combattuto per ottenere l’indipendenza prima di tutto territoriale, e in seguito linguistica.

Arianna Spezzaferro

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Arianna Spezzaferro, nata a Napoli il 12/04/1993, è laureata in Lettere Moderne e specializzanda in Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Amante della cultura umanistica, della filologia romanza e della lettura, aspira a diventare un'insegnante di Letteratura italiana, perché crede fermamente di poter trasmettere, in futuro, ai suoi alunni l'interesse vivo per tale disciplina. Attualmente scrive per Libero Pensiero News come coordinatrice della sezione Cultura.

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