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La storia dei curdi è abbastanza nota ed è tornata alla ribalta negli ultimi decenni, a causa di (o grazie a) l’esodo forzato di numerosi curdi perseguitati in Turchia, per via del massacro di Halabja in Iraq nell’88 e, adesso, grazie al referendum per il Kurdistan tenutosi lo scorso 25 settembre.

Il referendum ha scatenato diverse reazioni: da una parte quella di Erdoğan, che teme che la nascita del Kurdistan possa rinfocolare le speranze dei curdi in Turchia, dall’altra quella dell’Iran, che ha deciso di rafforzare l’area di difesa al confine. E poi ovviamente c’è l’Iraq, che ha fatto chiudere gli aeroporti presenti nella regione curda e minaccia l’intervento militare.

Tutto questo è successo perché ha vinto il sì, con una forte affluenza e un 92% che ha votato per l’indipendenza. Il risultato vorrebbe dare avvio alla nascita del Kurdistan come vero e proprio stato-nazione, così come non è mai esistito, e al suo distacco definitivo dall’Iraq. Il Kurdistan iracheno, infatti, è nato formalmente nel 1991 ed effettivamente nel 2005 come regione autonoma, sempre però all’interno dell’Iraq. L’esito del referendum indetto da Barzani era prevedibile, così come la reazione della comunità internazionale, a cui si aggiunge infine il “no” degli USA.

Ma è davvero questo lo stato, la nazione desiderata dal popolo curdo da quasi ormai un secolo?

Prima di tutto, però, bisogna chiarire una cosa: il referendum tenutosi lo scorso 25 settembre ha soltanto un valore consultivo e, di fatto, non sancisce la nascita di alcuno stato curdo.

In secondo luogo, il Kurdistan iracheno è visto da molti attori politici – anche dagli stessi partiti curdi attivi in Turchia, Siria e Iran – al pari di uno stato corrotto, dove il nepotismo garantisce il potere alla famiglia Barzani (Mas’ud Barzani, che è l’attuale presidente del Kurdistan, è infatti al potere dal 2005) e dove la difesa della cultura curda è stata soltanto un pretesto per costruire un’entità statale per il privilegio di pochi.

Il 30% della popolazione, infatti, vive al di sotto della soglia di povertà, la disoccupazione è aumentata e, al contempo, il petrolio è diventato una fonte di ricchezza per pochi.

Anche il referendum, in quest’ottica, sarebbe un abile mossa di Barzani, pensata per rilanciare il proprio partito (il PDK, Partito Democratico del Kurdistan) alle prossime elezioni del novembre 2017. La carta del nazionalismo curdo e dell’indipendentismo, infatti, risulta sempre vincente.

Non si può scindere la storia singola del Kurdistan iracheno da quella degli altri curdi e pensare che la sola esperienza di questa regione possa esemplificare “il Kurdistan” e diventare la realizzazione di uno stato che non è mai esistito, ma che è stato fino ad ora soltanto “teorizzato”.

Una vecchia foto di Mas’ud Barzani (a sinistra) e Abdullah Öcalan. Credits zivmagazine.com

A questo proposito, infatti, c’è sicuramente qualcun altro che ha una grande influenza presso il popolo curdo, molto più di Barzani: Abdullah Öcalan, il leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Öcalan, che è in prigione dal 1999, ha guidato la guerriglia contro lo stato turco ed è comunemente considerato dai curdi-turchi il leader per eccellenza. La sua influenza si estende però anche alla Siria, dove per molto tempo si è rifugiato ed è rimasto in contatto con i curdi di quella zona. Nemmeno l’Iraq ne è esente: è qui che si trova il monte Qandil, dove c’è il quartier generale del PKK.

La sua riflessione socio-politica ha, quindi, molta importanza per i curdi, che nel tempo sono diventati un popolo sempre più politicizzato e consapevole dei propri diritti. Quello che il leader del PKK suggerisce, però, è qualcosa di nettamente diverso da ciò che si sta verificando nel Kurdistan iracheno. Öcalan parla di confederalismo democratico:

«Un sistema per creare una nazione democratica nel Kurdistan che non persegue la creazione di uno stato-nazione curdo, bensì la creazione di una nazione democratica, la cui base è la società civile organizzata autonomamente in forma democratica, il cui centro di autogestione politica sono le assemblee delle comunità e dei consigli aperti locali, retti con la democrazia diretta.»

In questo senso, l’idea di uno stato-nazione per i curdi – così come è sempre stata concepita – è qualcosa di vecchio, che appartiene alla vecchia logica bipolare “stati capitalisti vs stati socialisti”. Quella che Öcalan propone – e che nel Rojava, in Siria, i curdi stanno già mettendo in atto – è un’idea utopica, ma che tiene conto delle esigenze fondamentali delle persone e che in questo senso è molto più pragmatica di tante altre rivoluzioni.

Assemblee popolari, garanzia dei diritti per ogni popolo (non solo quello curdo), beni sociali, giusta distribuzione delle risorse, fine delle violenze contro le donne e attenzione all’ambiente: sono questi i nuovi pilastri della società immaginata – e sognata – oggi da molti curdi. Riuscite a trovare qualcosa di tutto questo nel Kurdistan di Barzani?

Elisabetta Elia

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