Quando poggia l’archetto sulle corde Sara socchiude gli occhi. Inspira profondamente. Cerca quel peso che ha nel cuore e non appena lo trova gli dà voce. È un movimento rapido, deciso. Non esita nemmeno un secondo mentre fa scivolare il crine sulle corde imbibite di resina. Dà vita ad una melodia impetuosa, bellissima, che mette a dura prova il ponticello inarcato. Percepisce le vibrazioni del legno sotto le dita e quasi trema lei stessa, dentro l’anima.

A labbra sigillate grida il suo tormento, eppure non cerca posa in quell’incalzante incedere di note. Il suo cuore scalpita, così stringe più forte sotto il mento il violino, quasi vi si aggrappa. Vuole strapparsi via quei sentimenti feroci che le divorano l’anima, vuole liberarsi di tutto quel terribile smarrimento che sente dentro se stessa. Sulle note si dispiegano i ricordi che avvizziscono il suo cuore e la cercano di notte, la braccano.

La voce del medico le torna alla mente. Tumore triplo negativo al seno. Da quando conosce il significato di quelle parole si sente in gabbia nel suo stesso corpo, tranne che in quel momento, il sollievo è per un attimo un animale che si lascia domare, mansueto. Un rumore di passi. L’archetto scivola sgarbatamente sulle corde spezzando la melodia con una sbavatura sgradevole. Apre gli occhi. Sua madre la aspetta tesa, in silenzio, sulla soglia della porta. Sul volto le legge ciò che non ha il coraggio di ricordarle. E’ ora.

Il tragitto verso l’ospedale è un lasso di tempo che la sua mente non registra. La città scorre veloce davanti il finestrino che fissa come un’estranea. Tutto lì fuori prosegue normalmente tranne lei. Lei è ferma, immobile, sospesa in un limbo di cui ancora non vede i confini. Ne riemerge solo quando l’ago le punge la pelle del braccio. Solleva lo sguardo e incontra la flebo del chemioterapico. Quando scende la prima goccia la paura l’assale. Sua madre le sussurra parole di conforto, una nenia che dopo un po’ assomiglia quasi a una preghiera. Lo sa cosa sta pensando, fin da bambina è stata fragile, teme non riuscirà a sopportare gli effetti collaterali della terapia.

Anna si guarda allo specchio. Un ciuffo della frangetta non vuole stare al suo posto. Lo fa sempre. Ogni volta. Passa le dita affusolate tra i capelli, cerca di trovare un modo perchè stiano in ordine. Ci impiega minuti interi e ad ogni ritocco si sente più esasperata di prima. Sente dentro il cuore un ingestibile senso di rivolta. La sua mente ormai non è altro che un dedalo di pensieri che parlano del cancro, un’ossessione che le torna continuamente alla mente scacciando qualsiasi altro interesse.

Prova a guardarsi da una diversa angolazione, prima nello specchio grande della camera da letto, poi in quello piccolo del bagno, quello che di solito usava per truccarsi. Si chiede se il colore sia giusto, se quel nuovo taglio le doni, se a suo marito piaccia davvero, o lo dica solo per farla felice. Le rassicurazioni proprio non le sopporta. Non le piace essere trattata con condiscendenza perchè è “malata”.  Proprio per contrapporsi a quella condizione sta provando a sentirsi bella, forse anche in modo un po’ egocentrico. Cerca un modo per sentirsi di nuovo una donna. Passano minuti interi e lei è ancora davanti allo specchio, intrappolata nel suo riflesso.

Ogni giorno per cinque volte la settimana Sara si siede al solito posto nella solita saletta del solito ospedale. Ogni giorno si sente più debole e verso la fine smette anche di suonare il violino. Tuttavia ad ogni seduta è un po’ più coraggiosa, sa che è una in meno. Si avvicina il grande momento della sua rivincita. L’ultimo giorno è quasi una festa. Gli infermieri sono presenze discrete, ma quella volta le sorridono più del solito. Gli effetti collaterali ormai sono gestibili e tollerabili, persino sua madre è più serena.

Una ragazza che si chiama Marina poco più in là porta intorno alla testa un foulard colorato e parla di scarpe, per lei non c’è niente di male a sentirsi deboli e vederla ogni giorno in qualche modo è rassicurante. Francesca, invece, ha lo sguardo teso, ma deciso, la prima volta che è entrata nella sala per la chemioterapia è svenuta, era certa di morire, invece è ancora lì che ricambia imbarazzata il suo sorriso.

Sara ha imparato a soffermarsi di più ad osservare il mondo che la circonda, ma sopratutto a dare valore alle cose che prima credeva banali. Mentre esce per l’ultima volta da quella piccola sala si rende conto di essere uscita anche dal suo guscio. Ha scoperto di essere forte e di poter donare agli altri più di quanto credeva di possedere. Il suo mondo si è allargato.

Quando arriva l’ora della favola della buona notte Anna bussa alla porta della cameretta di sua figlia. La trova sul letto che colora un album da disegno, nota che non solleva lo sguardo quando entra. Si avvicina a passi incerti e le si siede accanto. La osserva per un po’ in silenzio, preoccupata, ha lineamenti morbidi e un profilo dolce. Le accarezza le ciocche di capelli che le cadono davanti agli occhi portandole così dietro l’orecchio. Sorride e nel farlo sospira appena.

Poi sua figlia le chiede perchè abbia cambiato i capelli, dice che le piacevano di più quelli di prima. Anna non sa cosa rispondere. Per un attimo si sente fragile, vorrebbe piangere, dirle che anche a lei piacevano di più i capelli di prima. Sua figlia però alza lo sguardo e quando incrocia i suoi occhi i capelli smettono di avere importanza. Nel suo mondo rimane solo quell’espressione smarrita, quasi risentita, impressa su un volto che vorrebbe invece vedere sempre sorridente.

Anna toglie la parrucca lentamente. Mostra alla figlia il cranio lucido che ha rasato quella mattina. Ci scherza sopra, dice che potrebbe disegnarci sopra un mappamondo. La bimba è un po’ intimidita, ma sorride. Anna scosta l’album da disegno e poggia la testa sul suo grembo, la sfida a disegnare l’Italia e poi il resto dell’Europa.

Mentre la punta umida dei pennarelli la fa rabbrividire e le risatine di sua figlia le sgombrano il cuore, lei pensa a quanto sia fragile e incerta la vita, a quante cicatrici un’esperienza come il cancro sia capace di lasciare sul corpo. Eppure di quell’esperienza decide di voler ricordare solo i momenti di forza come quello, la vicinanza e la dolcezza della sua famiglia, ma soprattutto la gran voglia di vivere che le ha regalato.

Angela Abate