Il ventre di Napoli: luci ed ombre del carcere di Secondigliano

Finito di costruire nel 1991, il carcere di Secondigliano fu inaugurato nel corso dell’anno successivo. La sua genesi era giustificata da una motivazione ben precisa: doveva andare a costituire un modello alterativo al carcere di Poggioreale. Quest’ultimo era “popolare” per delle motivazioni non proprio nobili; tra queste spiccano le rivolte degli anni ’80 e le modalità di trattamento dei detenuti: molte sono state le indagini che hanno mirato a mettere in luce i bassi standard di rispetto della dignità umana al suo interno.

Negli intenti iniziali, dunque, l’origine del carcere di Secondigliano era legata ad un obiettivo onorevole; le aspettative, tuttavia, saranno ben presto disattese.

Uno dei problemi che affliggerà fin da subito l’istituto sarà il sovraffollamento.

L’edificio si compone, infatti, di ben 600 celle tutte progettate come singole, ma abitualmente adibite a due detenuti attraverso l’utilizzo di letti a castello. Per tal motivo lo spazio per ogni detenuto risulta ristretto e questo crea difficoltà e disagi, accentuati nel periodo estivo. All’interno di ogni cella è presente un bagno, che non reca, tuttavia, la doccia interna.

Per ovviare il problema del ristretto spazio vitale viene utilizzato il “sistema a celle aperte”, che consente ai detenuti maggiore libertà di movimento e la possibilità di trascorrere diverse ore in sale ricreative o spazi esterni.

Va sottolineato che il problema del sovraffollamento non interessa soltanto il carcere di Secondigliano, ma è esteso al resto d’Italia: per tal motivo le condizioni di vita dei detenuti risultano invivibili e questo ha spinto la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo a intervenire, sanzionando l’Italia per trattamento inumano e degradante.

I tempi lunghi dei processi, condizioni igienico-sanitarie spesso inadeguate, mancanza di contatti: situazioni che possono portare a fenomeni di autolesionismo, che spesso sfociano nel suicidio; 13 i tentativi di suicidio che si contano a Secondigliano, più l’effettivo suicidio nel 2011 di un detenuto di origini tunisine.

Ciò che lamentano in particolare i detenuti è la mancata possibilità di ricevere immediati interventi negli ospedali: è la sanità, dunque, la seconda emergenza con cui il centro penitenziario deve fare i conti. Che poi, a ben vedere, le due problematiche risultano in qualche modo correlate: il sovraffollamento, infatti, rende più delicate le condizioni igienico-sanitarie.

Tuttavia, nel carcere non mancano le attività che favoriscono il processo di rieducazione e riappacificazione dell’individuo con la società. È presente una palestra polifunzionale, adibita a teatro; proprio quest’anno 11 detenuti si sono esibiti davanti ai propri familiari con un progetto ideato dall’associazione “La Mansarda”. La stessa associazione è stata promotrice anche di altre iniziative, come i tornei di calcetto.

Il messaggio è chiaro: punire una persona con la reclusione e privarla della sua libertà, non vuol dire privarla anche della sua dignità.

Alcuni detenuti lavorano, inoltre, all’impianto di separazione dei materiali, guadagnando circa 400-500 euro al mese. Con l’ordinamento penitenziario del ‘75, il lavoro è diventato parte integrante del trattamento rieducativo del detenuto in vista del suo reinserimento nella società. Si ha la sensazione, però, che il lavoro dietro le sbarre sia un “lusso” concesso a pochi. A Secondigliano i “fortunati” detenuti lavoratori sono ben consci di ciò: il lavoro è visto come uno “svago” e come un momento di distacco dalla monotonia di 24 ore nelle celle.

Sono principalmente le cooperative sociali a dare lavoro ai detenuti; le imprese profit tradizionali raramente si accontentano della manodopera poco qualificata e instabile che offre il carcere, le cooperative, invece, nascono già con lo scopo di offrire occupazioni a lavoratori svantaggiati. L’inserimento lavorativo del detenuto rappresenta una possibilità per garantirgli una posizione anche una volta uscito dal carcere.

carcere secondigliano detenuti
Interno di una delle celle

Il “carcere” è un’istituzione sociale, e non naturale, e come tale vi è la necessità di giustificarlo socialmente.

La funzione fondamentale del carcere è, o dovrebbe essere, quella riabilitante: a tal scopo, il suo obiettivo primario è la “rieducazione” dell’individuo per un suo successivo reinserimento in società.

Dunque, un paese che si dice democratico può considerare accettabili soltanto due funzioni del carcere: la risocializzazione e la differenziazione sociale, ossia quell’attività realizzata dall’individuo per assicurargli una migliore posizione nel contesto sociale al momento dell’uscita dal carcere.

Qualsiasi dizionario di latino porterà come prima traduzione del termine “carcer” quella immediata di “carcere” o “prigione”. Andando avanti con la lettura, potrebbe saltare all’occhio una cosa parecchio interessante: carcer può anche essere tradotto con gabbia per bestie feroci.

Questo pone le basi per fare una semplice osservazione: il significato di un termine può evolvere, così come evolve una società, ma talune sfumature restano ineliminabili.

E a questo proposito preme sottolineare che non è un caso che in molti carceri i detenuti siano trattati come bestie feroci (o finiscano per diventarlo).

L’ingresso del detenuto in carcere finisce spesso per coincidere con quella che Erving Goffman definisce spoliazione. La spoliazione si ha nel momento in cui il detenuto perde la sua identità per acquisirne una nuova e tale perdita può essere irreversibile (nel caso di condanne molto lunghe). La perdita del sé avviene attraverso la negazione dei contatti e attraverso l’innalzamento di una barriera che separa l’individuo dal mondo esterno; inizia nel momento in cui si assume il “ruolo” di detenuto.

Un esperimento di psicologia sociale molto interessante mostra proprio come il ruolo, anche in tempi brevissimi, possa disorientare l’individuo e fargli perdere il contatto con la realtà.

Era il 1971 quando un team di ricercatori, guidati dal professore Philip Zimbardo della Stanford, decisero di dare vita ad un esperimento.

24 studenti universitari vennero selezionati tra i 75 che risposero ad un annuncio apparso su un quotidiano; gli sperimentatori si impegnarono a selezionare un campione assolutamente “normale”, ragazzi di ceto medio che non manifestavano in alcun modo comportamenti devianti. Ad ognuno di loro venne assegnato a caso il ruolo di “prigioniero” o il ruolo di “guardia”. Fin da subito si manifestarono episodi di violenza da parte di entrambi i gruppi. I prigionieri mostrarono ben presto sintomi evidenti di disorientamento e di perdita della realtà; le guardie diventavano sempre più sadiche, investite di potere e controllo.

Per Zimbardo la prigione finta era vissuta come vera dai soggetti. L’assegnazione di ruoli aveva portato ad un processo di “deindividuazione“:  in un gruppo coeso gli individui tendono a perdere l’identità personale e ciò innesca un processo di deresponsabilizzazione collettiva, che porta, talvolta, a comportamenti antisociali.

L’esperimento di Zimbardo è tristemente attuale; basti pensare alle torture a cui furono sottoposti i prigionieri iracheni nella prigione di Abu Ghraib ad opera di militari statunitensi.

In Italia gli istituti di pena destano preoccupazione, proprio perché spesso alla perdita di libertà è associata la perdita di dignità. Eppure la Costituzione è ben chiara: <<Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato>>.

E il carcere di Secondigliano non deve perdere il senso della sua ragion d’essere: è nato nel rispetto della dignità del detenuto in quanto uomo e se questo principio fosse negato in gioco sarebbe la stessa esistenza dello Stato di Diritto.

Vanessa Vaia