All Star Game

L’All Star Game è da sempre uno degli eventi principali della stagione NBA. L’idea di avere in un solo rettangolo di gioco i migliori giocatori del globo che danno spettacolo, fanno squadra e si scontrano è un qualcosa che soltanto la lega cestista americana può offrire. Negli ultimi anni però è diventato troppo spettacolare e poco giocato anche per i canoni americani, con punteggi fin troppo alti e difese meno difese che mai. E, dunque, si cambia.

La «National Basketball Association (NBA) e la National Basketball Players Association (NBPA) hanno annunciato oggi un nuovo formato per l’All Star Game a Los Angeles. Questo sarà il primo All Star Game senza uno scontro tra Eastern Conference e Western Conference».

È in questo modo che si apre il documento emanato lo scorso 3 ottobre. Dunque, niente più Est contro Ovest. Evidentemente una delle motivazione è stata dettata anche dall’emigrazione di massa dei giocatori verso la costa pacifica.

 

Secondo ESPN, con l’addio di Paul George ad Indianapolis, tra i migliori giocatori della NBA, ve n’è soltanto uno che gioca ad est. Il nome sarebbe anche superfluo menzionarlo. E vi sarebbe pure Carmelo Anthony, anche se la emittente televisiva lo piazza soltanto 64esimo nel ranking di questa stagione. Sono classifiche fatte per “gioco” e che dunque lasciano il tempo che trovano ma che fanno capire, in parte, quali sono i problemi che la Lega sta affrontando ormai da anni con una Western Conference sempre più imponente ed una Eastern che «aspetta la prossima passata di cefali», per citare un famoso detto di Federico Buffa. Certo, dalle parti dell’Atlantico si sono tenuti Irving e sono riusciti a portare Gordon Hayward. Ma è troppo poco. Non fatichiamo ad immaginare che la scelta della NBA di eliminare le conference all’All Star Game sia stata dettata anche da questa situazione.

Cos’altro cambierà. Ricordate quando da bambini andavamo al campetto, sceglievamo due capitani e loro facevano le squadre? Perfetto. È così che andrà esattamente da oggi in poi. I due giocatori più votati dai fan verranno eletti capitani e potranno scegliere i giocatori che faranno parte della loro squadra. La selezione dei giocatori resterà, invece, invariata: 50% fan, 25% giocatori e 25% media.

Sarà sicuramente una situazione intrigante ed invoglierà a seguire ancora l’evento… ma sarà abbastanza per salvare l’All Star Game? Se da un punto di vista prettamente numerico (ed economico) la partita di New Orleans dello scorso febbraio sia stata la più vista dal 2013 con un audience medio di 7.8 milioni di spettatori, non possiamo certamente affermare che sia stato un gran bel vedere.

La partita è terminata 192-182 in un contesto che potrà immaginare anche chi non ha guardato la partita. Certo, non che gli anni precedenti sia stato meglio ma forse a New Orleans si è toccato il fondo della non-spettacolarità, dove la cosa più avvincente è stata la trade che ha portato DeMarcus Cousins ai Pelicans nei minuti immediatamente successivi. Reggie Miller intervistato al The Dan Patrick Show nei giorni successivi all’esibizione non aveva utilizzato parole al miele per descrivere lo stato dell’All Star Game:

«Io capisco che sia una partita d’esibizione celebrativa. La partita non ha nessun tipo di valore e i fan vogliono solo essere intrattenuti. Ma ad un certo punto ci dev’essere un certo tipo di competizione tra i migliori giocatori del mondo. La scorsa notte, è stato quasi ridicolo. È stato comico… Di solito si arriva nel quarto periodo con una gara in equilibrio – com’è accaduto – i ragazzi di solito dicono ‘Ok, adesso giochiamola per davvero’. E questo non è accaduto ed è deludente. Ed è così ormai da tre anni».

La speranza è che questo cambiamento possa dare una scossa all’intero evento e riavvivare la fiamma dell’agonismo che è ormai andata perduta. Nessuno si aspetta 48 minuti di vero basket e di ritmi da playoff, però in passato nei minuti finali accadeva qualcosa per cui valesse la pena restare incollati al televisore. Senza andare a scavare troppo nei cassetti della memoria, ricordate finale concitato del 2012 con il buzzer mancato da Wade? O il guanto di sfida lanciato da Bryant e James nel 2013?

Forse ai tifosi NBA va bene così, almeno è ciò che dicono i numeri degli ascolti. Ma questo cambiamento forse testimonia che i numeri non dicono mai tutto.

Michele Di Mauro

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