Un tema che spesso è emerso nel corso di questo 2017 è quello relativo all’ambiente e all’impatto che la società dei consumi ha su di esso. Rimasto come una sottotrama e filo conduttore delle politiche internazionali (specie nei rapporti tra le grandi potenze), il problema del nostro impatto ambientale ha dato il via alle scelte delle nuova presidenza americana, che dall’uscita dagli accordi di Parigi al G7 di Taormina ha mostrato un cambio di rotta radicale rispetto a quanto fatto negli ultimi 8 anni.

 Per quanto autorevole, la politica americana è comunque specchio delle abitudini che la nostra società ha consolidato negli anni.

Se si vuole capire la portata di questo problema si può prendere in esame il nostro modo di consumare acqua, andando a vedere quanto influente sia un comportamento che molto spesso riteniamo innocuo. In diverse occasioni i report sulle emissioni di CO² e di produzione di rifiuti prendono i dati come un grosso insieme, fornendoci (giustamente) una panoramica sulla situazione a livello globale. In questo modo, se da un lato veniamo a beneficiare di un alto grado di esaustività, dall’altro abbiamo difficoltà a rapportare queste enormi cifre alla nostra quotidianità, perdendo forse di vista una questione fondamentale: cosa possiamo fare nel nostro piccolo?

 Per rispondere a questa domanda consideriamo la mole di rifiuti che produciamo giornalmente e quali materiali dovremmo evitare di gettar via, quando possibile. Uno dei prodotti che consumiamo ad un ritmo esponenziale (e che riusciamo a smaltire con fatica) è proprio la classica bottiglietta in PET. I segnali d’allarme sull’uso smodato di questo materiale non sono certo una novità, ma è comunque difficile sradicare l’idea che l’acqua in bottiglia sia un bene necessario ed insostituibile. Prendendo l’Italia come esempio, vediamo che ogni singolo cittadino consumi in media più acqua in bottiglia di ogni altro cittadino europeo. Dato allarmante, specie a fronte del gran numero di sorgenti naturali presenti sul territorio nazionale.

Tanto le martellanti campagne pubblicitarie (che elogiano le qualità benefiche dei vari brand) quanto casi di infiltrazione in alcune falde acquifere, hanno radicalizzato il pregiudizio negativo sull’acqua del rubinetto, molto spesso messa in cattiva luce nonostante debba sottostare a rigidi standard qualitativi. L’acqua corrente, qualora potabile, potrebbe essere una buona alternativa a quella commercializzata, anche sotto l’ottica del risparmio economico.

Nonostante il belpaese detenga questo triste primato, va detto che molto è stato fatto per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema: da eventi e forum di discussione, all’implementazione di case dell’acqua con distributori automatici in vari comuni d’Italia. Ovviamente rimane ancora molto da fare, ma ogni piccolo cambiamento a livello individuale è un passo in avanti verso la riduzione dei consumi.

Il PET è un materiale che ha una forte resistenza al deterioramento e, ciò nonostante, viene consumato seguendo una logica “usa e getta”. Proprio qui sta l’assurdità di questo business: una volta consumato il contenuto, non rimane che la plastica; plastica che rimarrà nell’ambiente per almeno un millennio.

Nella speranza che queste problematiche assumano maggior rilievo nelle agende politiche internazionali, possiamo dare il nostro contributo utilizzando e smaltendo la plastica in maniera più consapevole. Il mercato dell’acqua in bottiglia ha un giro d’affari di circa 150 Mld, con ampio margine di crescita nei prossimi anni. Sarebbe opportuno pensare ad una via di fuga prima che venga oltrepassata la soglia della sostenibilità.

In questa infografica possiamo ottenere maggiori informazioni riguardo il business delle bottiglie di plastica ed il loro impatto ambientale sugli oceani: