referendum catalogna

Le istanze indipendentiste che da tempo accendono gli animi di quelle popolazioni d’Europa che si sentono estranee all’interno dei troppo larghi (secondo loro) confini politici delle loro nazioni hanno provocato, nell’ultima settimana, una vera e propria deflagrazione in Catalogna, teatro di un referendum sull’indipendenza dalla Spagna.

I fatti riportano una serie di violenze ai seggi, causate dalla Guardia Civil nel tentativo di fermare la consultazione referendaria, ritenuta incostituzionale dalla Corte Costituzionale iberica. Proiettili di gomma, cariche indiscriminate – anche nei confronti dei pompieri catalani che si erano dichiarati favorevoli al referendum –, l’immagine delle forze dell’ordine spagnole non esce particolarmente bene da una giornata in cui le fonti locali hanno parlato di diverse centinaia di feriti.

A fronte di ciò, l’opinione pubblica internazionale si è divisa fra i sostenitori delle ragioni di Madrid, che avrebbe fatto bene ad autorizzare l’uso della forza per ostacolare un referendum in aperto contrasto con la carta costituzionale, e di quelle degli indipendentisti catalani, primi fra tutti coloro i quali, sparsi per tutto il continente, sognano per la propria regione un futuro politico autonomo dallo Stato centrale.

Fra questi, i fautori dell’indipendenza lombarda e veneta, che il 22 ottobre prossimo saranno chiamati a votare per una maggiore autonomia, comunque incastonata nell’alveo dell’unità nazionale.

Potremmo fermarci qui per fugare i dubbi e le perplessità che nelle ultime ore hanno occupato alcuni commentatori nostrani, intimoriti dalla possibilità di rivedere una riedizione della violenze in Catalogna anche nel nostro paese.

A nostro avviso, tuttavia, le uniche similitudini fra i due appuntamenti politici riguardano l’elemento temporale, quella distanza di poche settimane che, anche comprensibilmente, sta suggestionando parte dell’opinione pubblica.

E dire che basterebbe un po’ più di informazione per evitare qualsiasi patema: ad esempio la lettura del quesito referendario. Quest’ultimo chiederà ai lombardi e ai veneti se vorranno, o meno, che la giunta regionale intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per chiedere allo Stato una maggiore autonomia, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 116, terzo comma, della Costituzione.

Quindi non si parla né di indipendenza né tantomeno di secessione, ma soltanto di ulteriori competenze rispetto al novero di quelle indicate nell’articolo 117 della Costituzione.

Inoltre, mentre la consultazione catalana, come abbiamo visto, è andata contro la carta costituzionale spagnola, il referendum lombardo-veneto si svolgerà nel pieno rispetto della nostra legge fondamentale.

Ancora, non si dimentichi che si tratterà di un referendum consultivo, il cui esito non sarà vincolante per i governanti, ma serve esclusivamente per conoscere il parere popolare rispetto a un determinato argomento.

Peraltro, ciò che verrà posto alla popolazione è un quesito relativo a quanto già previsto dalla riforma costituzionale del 2001, che consente alle regioni con i bilanci in equilibrio di chiedere e ottenere nuove competenze dal governo centrale, in aggiunta a quelle che vengono affidate alle regioni a statuto ordinario dal titolo V della Costituzione.

Anzi, a dirla tutta, non c’era neanche bisogno di un referendum per chiedere allo Stato nuove attribuzioni: l’Emilia-Romagna, ad esempio, lo aveva già fatto quest’estate, attivando le procedure previste dalla legge.

Perché, allora, c’è bisogno di un referendum?

La risposta è forse sin troppo semplice, e non bisogna essere esperti di diritto per arrivarci. Una consultazione popolare strombazzata ai quattro venti da un’efficace propaganda di partito offre una maggiore solennità ad un’azione politica nella quale il popolo ha un ruolo ben più marginale di quanto viene fatto passare.

Questo, ad essere pignoli (ed anche un po’ menagrami) il vero problema, che nasce, per l’appunto, da una sovrastima calcolata dell’evento referendario da parte delle forze politiche che l’hanno organizzato – la Lega Nord, ça va sans dire – che potrebbe surriscaldare ulteriormente gli spiriti più bollenti, resi ancora più esagitati dalle immagini degli scontri.

In questo senso, è lecito aspettarsi una prova di maturità dai sostenitori dell’autonomia, nella speranza che sappiano gestire un appuntamento così importante, dimostrando il torto di chi ci vuol vedere, al contrario, l’occasione per assistere a nuove intemperanze.

La verità – ad avviso di chi scrive – è che invece non succederà niente il 22 ottobre, o per lo meno nulla che possa neanche lontanamente assomigliare alle violenze viste in Catalogna. Nessuna carica della polizia, dunque, e nessun proiettile di gomma. Vedremo soltanto una parte dell’Italia che, nel pieno rispetto della Costituzione del nostro paese, sceglierà (poteva anche non farlo tramite referendum, come già detto, ma non è il caso di formalizzarsi) se chiedere allo Stato nuove forme e condizioni di autonomia, e sempre in ottemperanza alla Costituzione.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest'ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l'Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l'inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v'è rimedio. Per fortuna.

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