napoli catalogna

Immaginate un cittadino napoletano che, un giorno di fine settembre, si trova in Piazza Municipio a Napoli e vede srotolata da un balcone di Palazzo San Giacomo una bandiera a strisce gialle e rosse. Cosa penserà quel cittadino?

I colori son quelli, dirà probabilmente tra sé e sé: il giallo e il rosso dipingono anche lo stemma del Comune di Napoli, dunque niente di strano. Sarà una bizzarra operazione di restyling, come quelle che piacciono al sindaco, per rinfrescare l’immagine della nuova Napoli: da due bande soltanto a ben nove. Invece, alla lunga il cittadino napoletano scopre che si tratta della bandiera della Catalogna, la regione autonoma della Spagna che da settimane vive un grave conflitto istituzionale con la capitale Madrid, causa la volontà di procedere ad un referendum per l’indipendenza nella giornata di domenica 1 ottobre.

La domanda, a quel punto, sorge spontanea: che ci fa la bandiera della Catalogna appesa alla balconata del Municipio di Napoli?

La risposta al perché della bandiera arriva dalle note stampa dell’Amministrazione De Magistris: è il vessillo «di un popolo fratello ed amico», il cui «desiderio e l’urgenza di sovranità (…) non possono essere repressi nella violenza». Il riferimento corre alla repressione del tentativo referendario da parte delle forze di sicurezza spagnole, occorsa nei giorni immediatamente precedenti la consultazione. De Magistris per la libertà di autodeterminazione del popolo catalano, insomma, ingiustamente represso in un’istanza legittima.

La presa di posizione di De Magistris ha fatto rumore per i modi e per i contenuti: l’iniziativa del sindaco ha implicato peraltro una ovviamente irrinunciabile riflessione sulla genetica vicinanza tra Napoli e Barcellona (che in questi giorni è stata praticamente assunta dal dibattito come sinonimo di Catalogna, con un’approssimazione e un pressappochismo appena accennati).Vale perciò la pena di indagare sull’equazione demagistrisiana “Napoli=Barcellona” (o “Catalogna”, fate voi).

Resistendo alla lancinante libidine storico-ricostruttiva che si è impadronita dei più, con annessa rispolverata di manuali di storia medievale e moderna e chiamata in causa dell’antica conquista di Napoli da parte dell’Aragona (che era anche catalana perché dentro all’Aragona c’era pure Barcellona, anche se poi non si sa bene né da quando, né perché) ed evitando di ripetere accorate dichiarazioni del tipo “si stava meglio nel Quattrocento”, in un rigurgito nostalgico che ha superato anche la frontiera neoborbonica per abbracciare il più agguerrito medievalismo, è meglio restare alla mera e più disillusa politica napoletana di inizio terzo millennio, per provare a capire le ragioni di una vicinanza “napolecatalana” evidentemente interessata.

Che De Magistris abbia sempre avuto un occhio di riguardo per indipendentismi ed autonomismi vari ed eventuali, è cosa nota. Dai tempi della concessione della cittadinanza a Abdullah Öcalan, nella primavera del 2016, atto di liberalità su un tema tragico e difficile pensato certamente con modi e tempi disinteressati, mancando soltanto poche settimane alle amministrative che l’avrebbero riconfermato, il sindaco della Città Ribelle, autonomista, rivoluzionaria e anticentralista è sempre stato vicino alle “ragioni dei popoli”. Nel corso del fatidico 2016, il giro turistico tra le rivendicazioni dei popoli ha quindi portato De Magistris ad avvicinarsi, tra gli altri, anche ad Ada Colau, la sindaca di Barcellona, che ha una linea politica molto simile a quella dell’Amministrazione arancione.

Proprio durante l’estate del 2016, De Magistris e Colau si ritrovano insieme a Marghera per un’iniziativa della rete “Città ribelli”, affrontando i temi caldi dell’autonomismo anticentralista e la preferenza per la politica “dal basso”: tutti discorsi, questi, che rappresentano non solo Napoli e Barcellona, ma costituiscono ideologia comune di un fronte nutrito di regionalismi europei. La consueta retorica della “comunità”, come nucleo espressivo di istanze di cittadinanza, costituisce il tema centrale anche di un successivo incontro a Barcellona, nell’ottobre 2016. De Magistris porta l’esperienza napoletana antisistema in una città già in fermento per l’iniziativa secessionista, allora appena ventilata, ma che in pochi mesi avrebbe trovato la sua compiuta realizzazione anche grazie alle incertezze e inadeguatezze diplomatiche del governo di Madrid.

Ora, finché si parla di “ribellione” nel solco di un discorso anche solo vagamente amministrativo, si rientra nella dialettica politica e istituzionale “normale”, che può essere usata a più fini politici; quando però si passa all’endorsement di un processo che, in termini strettamente legali, è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo e comunque in un certo senso eversivo (al netto delle violenze delle forze di polizia spagnola, che restano ingiustificabili in linea di principio, è chiaro), si rischia di fare il “passo ribelle” più lungo della gamba.

Peraltro, due elementi sono da sottolineare: il primo, è che Ada Colau non ha pubblicamente ringraziato De Magistris su Twitter per l’iniziativa dell’esposizione della bandiera, ma l’ha fatto soltanto il Governo autonomo catalano. La sindaca di Barcellona è infatti rimasta piuttosto moderata nelle sue dichiarazioni sulla questione dell’indipendenza, pur chiaramente appoggiando il referendum: si è trattato di un appoggio in un certo senso “esterno”, però, esclusivamente politico, con alcuni osservatori spagnoli che ne deducono una sua volontà di spiccare il grande salto verso la dimensione nazionale di governo, proponendosi anche come interlocutore affidabile dell’UE, di cui caldeggia la mediazione, e dando quindi intimamente per scontata l’impraticabilità della secessione.

Il secondo dato è che De Magistris in realtà non si è mai pronunciato a favore dell’indipendenza della Catalogna, bensì a favore della realizzazione di una corretta dialettica democratica tra “popolo” e Stato centrale. Lo stesso sindaco ha dichiarato di voler prendere posizione contro la violazione del diritto alla libera espressione democratica (lo ha ribadito intervenendo ad un programma radiofonico RAI). Un passo indietro di sapore consapevolmente istituzionale, quindi, rispetto al tweet un filo più sbilanciato del 20 settembre scorso, quando aveva esclamato «Barcellona libera e autonoma! Solidarietà al popolo catalano in lotta, per i gravissimi arresti di matrice politica. Libertà e Potere al popolo», riferendosi al caso dei provvedimenti di polizia contro i dirigenti del partito indipendentista.

La fratellanza con Barcellona, cioè con la Catalogna, è dunque fratellanza democratica e non indipendentista. In Italia, e pure al Sud, certi ragionamenti non si possono fare, non perché sono vietati da qualcuno o qualcosa, ma perché non esistono proprio i presupposti sociopolitici di base (quando li ha reclamati la Lega, sono stati censurati senza mezze misure. Gli stessi leghisti ormai si accontentano dei minireferendum per ottenere lo statuto speciale di Lombardia e Veneto). Il discorso indipendentista, insomma, in Patria non vende. D’altra parte, però, è pur vero che De Magistris va spesso ripetendo che l’Europa dei (micro)popoli è l’unica possibile di fronte alle tirannie degli Stati centrali, sordi alle spinte “dal basso” in favore dell’«autonomia». O era “indipendenza”? I concetti, in effetti, sono profondamente diversi e lo stesso De Magistris se ne rende conto, quando dichiara alla radio che lui intanto appoggia i catalani, poi «se dovessero esserci profili di incostituzionalità dell’iniziativa referendaria e, in generale, indipendentista, se ne occuperanno le istituzioni spagnole competenti». Che sono le stesse, però, che vengono accusate di “nazicentralismo”. Quindi, dov’è il punto?

Il punto probabilmente è che, come scrive Antonio Polito sul Corriere della Sera, al sindaco di Napoli serviva esibire un nuovo simbolo di lotta. Questione di coerenza mediatica ed ideologica, di simpatia autonomista sbandierata, è il caso di dirlo, al suo elettorato che si alimenta dei miti della ribellione e dello “scassamento” dell’ordine costituito ad ogni latitudine geopolitica. Che poi in realtà la solidarietà ad un fenomeno sociale come l’indipendentismo catalano (che peraltro era dato, prima del referendum, in forte calo rispetto agli anni d’oro del post crisi economica e che proprio grazie alla repressione ha assunto nuova forza) sia per ora politicamente e giuridicamente insostenibile, è un dettaglio che solo col senno di poi, ammainata ormai la bandiera da Palazzo San Giacomo, emerge con chiarezza anche nelle dichiarazioni del sindaco nuovamente giurista e garantista dell’ordine costituzionale. Del resto, una cosa è il “popolo”, un’altra la legge: De Magistris questo lo sa benissimo.

La vicinanza alla Catalogna è durata lo spazio di poche ore. Una nota del Comune specifica che, comunque, si è trattato solo di una bandiera esposta tra tante: «nessuna bandiera è stata ammainata dalla facciata di Palazzo San Giacomo (…) è stata esposta la bandiera del popolo catalano così come lo scorso anno, sempre per una giornata intera, fu esposta la bandiera del popolo palestinese (…) molte volte, in passato, sono stati esposti striscioni (…) per sostenere campagne di sensibilizzazione e sempre per il tempo limitato alla sola giornata dell’evento (…) Il sindaco De Magistris, tra l’altro, aveva già pubblicamente (…) comunicato la durata dell’esposizione della bandiera catalana». Napoli come la Catalogna e la Catalogna come la Palestina: nell’immaginario del sindaco queste realtà pari sono, almeno per qualche ora.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo “Sannazaro”, quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l’Università “La Sapienza” di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.