Il caso Otello: la gelosia delirante senza tempo

«Uccidetemi domani; stanotte fatemi vivere, soltanto mezz’ora, il tempo di dire una sola preghiera» urla Desdemona in faccia all’omicida che ha il volto della persona che ama. La sua è l’implorazione disperata di chi non ha colpe; è il grido lancinante di migliaia di donne che nulla possono dinanzi alla follia se non elemosinare ancora un istante, ancora un respiro di quella vita per la quale la natura non avrà più facoltà di decidere.

Siamo all’atto V, all’attimo immediatamente precedente a quello in cui si consumerà la tragedia, destinata poi a compiersi infinite volte sui palcoscenici di tutto il mondo e non solo: quando tra il 1602 e il 1604 William Shakespeare concepisce e scrive l’Otello, consegna difatti ai posteri il racconto poetico di un dramma – quello della gelosia e della pazzia che ne scaturisce – che imbratterà tante mura domestiche, tante strade sterrate di sangue innocente.

Non solo. Il Bardo va oltre, scava nelle anime di questa storia, lo fa andando fino in fondo, costruendo, scena dopo scena, il più raffinato ritratto psicologico dell’uomo mutato dall’ossessione nella più vile delle bestie.

E seppur l’ossessione si qualifica come un qualcosa che viene da dentro, talvolta senza una chiara spiegazione, i dubbi che divorano Otello circa l’infedeltà di Desdemona paiono avere inizialmente un nome, quello del militare Iago. Quest’ultimo, adirato per il fatto che il Moro abbia scelto come luogotenente Michele Cassio anziché lui, macchina una losca vendetta nei confronti del suo superiore; i piani diabolici da lui architettati saranno attuati a Cipro, lì dove sono diretti, ciascuno con la propria signora, per volere della Repubblica di Venezia: il cambio di scenario, tutt’altro che marginale, sancirà la metamorfosi discendente del protagonista, condannato ad imboccare la via del male assoluto.

Sull’isola, aiutato inconsciamente dalla moglie Emilia e dall’ingenuità di Desdemona, Iago indurrà Otello a credere che la donna che ha sposato sia soltanto una traditrice, pronta a rimpiazzarlo con l’uomo che lui stesso ha promosso al grado di luogotenente. Quando poi i vani sospetti assumono la veste materiale del celeberrimo fazzoletto – quello che Otello dona alla propria lei e che per uno stratagemma di Iago finirà tra le mani di Cassio – ecco che si innesca la macchina infernale della morte: completamente fuori di sé, Otello soffocherà la bella Desdemona e poco dopo si toglierà la vita, lasciandosi cadere sul letto dove giace esanime l’amata che egli ha scoperto innocente e pura per bocca di Emilia, rivelatrice di tutte le malefatte di Iago. È a quest’ultimo che ad una prima lettura si attribuisce buona parte della responsabilità della tragedia, eppure ci si sbaglia. Al militare offeso nell’orgoglio dalla “non scelta” non può essere attribuita nemmeno la follia del Moro. Questo perché Iago è semplicemente un riflesso, lo specchio di quei pensieri che come tarli rodono la mente di Otello.

«Guardatevi, mio signore dalla gelosia! – esclama Iago in uno dei dialoghi più avvincenti del dramma – È il mostro dagli occhi verdi che schernisce la carne di cui si nutre». In verità, quel mostro dallo sguardo vivido che acceca chi lo fissa si è già impadronito da tempo del cuore del protagonista, facendo sì che l’amore cedesse il posto a un malato senso di possessione. Quella di Otello è la gelosia delirante di cui in seguito ci parlerà Freud, ovvero una convinzione paranoica dell’infedeltà del partner. Secondo il fondatore della psicanalisi, questa grave forma di paranoia è determinata da «tendenze all’infedeltà che sono state rimosse, ma gli oggetti di queste fantasie sono dello stesso sesso del soggetto». Alla base di questa condizione patologica ci sarebbe, pertanto, un impulso omosessuale che non sempre si riesce a cogliere nell’immediato.

Ma nel caso specifico di Otello, si potrebbe parlare di tendenze omosessuali? Sicuramente il personaggio nato dalla penna di Shakespeare presenta tutte le caratteristiche di un soggetto predisposto alla gelosia di tipo patologico: Otello è un insicuro, consapevole di essere più vecchio della persona che ama e di ritrovarsi in una posizione socialmente inferiore, essendo egli sì ammiraglio della Serenissima, ma pur sempre uno straniero al cospetto della figlia del senatore Brabanzio. Avventuriero di lungo corso, imbevuto di esperienze e di conoscenze extraeuropee, il Moro viene preso in considerazione dai rappresentati della Repubblica veneziana solo quando fa loro comodo, tant’è che egli sposa Desdemona anche per poter conquistarsi un posto nella città per la quale presta servizio e che vorrebbe fosse la sua patria per sempre. Il matrimonio, tuttavia, non è sinonimo di integrazione e l’atteggiamento approfittatore e in qualche modo razzista nei suoi confronti – Iago lo definisce fin dalla prima scena “vecchio caprone nero” – persiste. A una situazione già complicata, fatta di velate discriminazioni, si aggiunge l’avvenenza e la celebrità di Cassio, l’immaginario amante di Desdemona noto a tutti per la sua bravura militare.

Forse Otello vorrebbe essere proprio come lui, giovane, bianco, apprezzato in città e fuori, parte attiva di una società che purtroppo non accetta chi è diverso se non per pure ragioni di convenienza. La profonda ammirazione si tramuta così in invidia e più che a pulsioni omosessuali, si potrebbe pensare a una sorta di complesso di inferiorità, alla paura che la propria donna possa infatuarsi di colui al quale vorrebbe assomigliare, perché migliore. Il passo dall’invidia alla gelosia delirante sarà allora davvero breve: l’agitazione si farà incontrollabile, frequenti saranno gli appostamenti e la totale perdita di senno si manifesterà attraverso un’inaudita violenza fisica e verbale, tant’è che l’uomo, ormai bestia, non mancherà di dare della puttana a una Desdemona già priva di vita.

Un iter deviato che è lo stesso intrapreso da molti uomini, trasformatisi in stalkers e assassini di coloro che credevano sanamente di amare. Numerosi sono i casi di cronaca che comprovano l’attualità disarmante della vicenda shakespeariana: basti pensare alla tragedia che ha sconvolto la città veneta di Mira lo scorso agosto e che ha visto Sabrina Panzonato cadere vittima della gelosia soffocante del marito Luigi, poi suicidatosi.

Le dinamiche dunque non cambiano, l’amore ancora una volta perde la sua essenza, riducendosi come scriveva Proust a «un bisogno di tirannide», a un voler dominare la quotidianità di chi ci sta accanto quando non si ha più alcun controllo di se stessi. E intanto l’eco del grido di Desdemona continua a risuonare chiaro e forte e più passa il tempo, più diventa assordante, ricordandoci che l’amore non è fatto di imposizioni e preghiere, ma di pura e assoluta libertà.

Anna Gilda Scafaro

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Laureata in Lettere Moderne e specializzanda in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, Anna Gilda Scafaro aspira a diventare una buona insegnante e una valida giornalista. Appassionata di scrittura e amante dei libri, nutre un forte interesse per l’Arte in tutte le sue sfaccettature più belle e complicate. Sogna di visitare i più rinomati musei europei e mondiali e di viaggiare alla scoperta delle storie più arcane e affascinanti che si celano nel cuore delle grandi e piccole città. Attualmente scrive per Libero Pensiero News, occupandosi della sezione Cultura.