The Handmaid’s Tale

The Handmaid’s Tale è crudele. Pensate a una qualsiasi cosa che possa disgraziatamente accadere alle sventurate protagoniste, e quella stessa cosa accadrà.
E ciò parte dal momento in cui a essere minacciata è la continuità biologica del genere umano. E come quando un problema appare irrisolvibile ai più, ecco impellere la necessità di ordine, di controllo, di ritorno ai valori primigeni, dove ogni fine giustifica il mezzo, dove ogni speranza di un mondo migliore si trasforma nelle ambizioni di un mondo perfetto, ma solo per alcuni. Ed ecco servito lo scenario distopico.
Questo è uno di quelli ma in salsa uterina, nel senso che deve molto alle narrazioni fantapolitiche e antitotalitarie della prima metà del novecento (1984 di Orwell, su tutti), ma che non cede all’oleografia, anzi, scava un’impronta intima e personale, prettamente femminile grazie ad una scrittura credibile e ad una messinscena senza sbavature (ricordiamo che la serie è tratta dal romanzo Il Racconto dell’Ancella di Margaret Atwood).

the Handmaid’s Tale

La storia è abbastanza semplice: una teocrazia maschilista riesce a salire al potere e a governare gli Stati Uniti attraverso un subdolo fondamentalismo religioso dove le donne fertili sono trattate alla guisa di oggetti di proprietà della stato.
E quindi The Handmaid’s Tale si staglia senza imbarazzi come uno dei prodotti più attuali del panorama  pop-culturale odierno, narrando la violenza di genere portata al suo estremo, quando questa è reiterata e legittimata a livello simbolico quanto fisico. Così come denuncia l’offuscamento dovuto al fondamentalismo religioso, tutte questioni campali, che spingono l’uomo alle più impensabili abiezioni e che problematizzano il concetto stesso di umanità.
La nostra sublime protagonista Difred (Elisabeth Moss) si muove, come tutte le sue compagne di sventura, in questo scenario claustrofobico, dove ogni deviazione dalle prescrizione del regime è punita con la forza. A controllarle, in ogni momento della loro quotidianità, c’è sempre un occhio vigile, un Grande Fratello molto più grezzo e artigianale di quello inauspicato in 1984 fatto di spie, chiamate Occhi, che allegoricamente rappresentano l’estensione della volontà di Dio.

Punto di forza della serie sono senz’altro i dialoghi. I più fluiscono fuoricampo, tramite i pensieri della protagonista. Una voce sempre silenziosa, introspettiva, che si consuma in un soffio. D’altronde tutta la serie procede così: in una serie di sussurri, di parole dette sottovoce. Le donne protagoniste interagiscono in uno scenario sacrale, dosando con parsimonia il tono, le esternazioni, che diventano per forza di cose morigerate e allineate ai valori timorati imposti dagli uomini. Lo si evince ancor di più dagli atteggiamenti sommessi delle donne, dal fittizio decoro degli uomini verso le stesse, mentre nella sostanza essi consumano ogni tipo di violenza, giustificando il tutto come “volere di Dio” o in virtù di un “bene superiore”.

the Handmaid’s Tale

Si parla quindi di donne violate nella loro identità (tutte sono costrette ad abbandonare il nome di battesimo e assumerne uno nuovo ogni volta che portano i loro servigi a una nuova famiglia), poi nel loro pudore e nella loro intimità (sono costrette ad accoppiarsi con i mariti delle mogli non fertili per concedere loro dei bambini).
E allora sono costrette a combattere, ed è lì che vediamo tutta la loro forza, reificata nella figura di Difred, la ragazza acqua e sapone che è costretta a trasformarsi prima in cagnolino obbediente, in tigre lussioriosa poi e, infine, in cospiratrice impavida, attraverso quel suo cambio di espressione irresistibile e credibile mentre cova dentro sé la speranza di riabbracciare la sua famiglia che gli è stata tragicamente sottratta.

Sì, perché conferire quel tocco di tormento in più ci pensa il dramma familiare. Difred, nel momento in cui è stata schiavizzata, è stata separata da sua figlia e da suo marito, ognuno finiti in posti diversi tra USA e Canada e quindi impossibilitati a ricongiungersi. Questo ripercorre un po’ i destini dei migranti e quelle famiglie transazionali, dove i normali equilibri vengono rotti con sconvolgimenti emotivi profondi, spesso insanabili.
Rapporti negati che arricchiscono di sfumature le personalità dei protagonisti: non ci sono personaggi puramente buoni o puramente cattivi, ognuno tenta di raggiungere il proprio scopo partendo da posizioni differenti, chi vittima, chi carnefice, chi capo e chi subordinato, soprassedendo a una qualsiasi parvenza di moralità.
Personaggio complesso e sfaccettato è quello di Zia Lydia, inizialmente una ripetizione di una Trinciabue di Matilda sei mitica, e infine uno dei personaggi meglio scritti, seppur secondari, di questo 2017.

the Handmaid’s Tale ancelle
In sintesi, è una serie tv di cromatismi. I colori che marchiano il destino di tutti, dalle ancelle vestite di rosso – una scelta che richiama simbolicamente gli elementi primigeni e i primi percepibili dall’occhio umano – al turchese delle donne non fertili. E poi abbiamo le governanti in bianco, gli squadroni militari in nero. Nessuna sfumatura o deviazione. Come prevede un qualsiasi ordine totalitario.

Già vittoriosa agli Emmy Awards 2017, The Handmaid’s Tale rischia di essere la sorpresa più fulgida e autoriale dell’ultimo periodo.

Enrico Ciccarelli