crescent salerno

Il caso “Crescent” rischia di annoverarsi nell’elenco delle più grandi opere incompiute a Salerno. Una storia che inizia nel 2007, quando il progetto fu affidato all’architetto spagnolo Ricardo Bofil e presentato ufficialmente nel 2009 da Vincenzo De Luca. Nel mezzo, sanatorie, varianti, ricorsi, sequestri dissequestri e rinvii a giudizio. Anche il governatore della Regione, all’epoca sindaco di Salerno, è ancora sotto processo per la vicenda. Una situazione frastagliata che, ormai da anni, vede il comitato “Italia Nostra” opporsi alla costruzione del mega edificio nell’area di Santa Teresa. Mentre l’associazione prova a battagliare nelle aule di Tribunale, l’architetto e consigliere comunale Gianpaolo Lambiase ha spiegato gli errori del Puc (Piano Urbanistico Comunale), già in vigore quando il progetto fu approvato.

Il Crescent di Salerno è la più grande opera progettata nell’era De Luca. Così faraonica da costare all’ex sindaco, insieme con la sua giunta, un processo per abuso d’ufficio e violazione di norme urbanistiche. Insomma, il sogno di un edificio a mezzaluna, con vista unica sul golfo di Salerno, sembrerebbe essersi trasformato man mano in un incubo. E il consigliere comunale di “Salerno di Tutti”, Gianpaolo Lambiase, ha voluto ricordare la previsione sbagliata del Puc ancora in vigore.

«In merito al Puc – dice Lambiase – ho esposto più di una volta dubbi e perplessità. Innanzitutto la previsione di crescita è stata sbagliata. All’epoca Salerno contava 140mila abitanti e, secondo la previsione di crescita, saremmo dovuti arrivare a 180mila. Furono costruite delle case con la speranza che i salernitani emigrati tornassero. Non è andata così, perché dal 2007 a oggi la popolazione è diminuita parecchio (siamo 130mila). Inoltre, c’era bisogno di case popolari, ma furono fatte solo private. Non si sono resi nemmeno conto che per realizzare interi quartieri nuovi, nella zona Nord di Salerno, bisognava migliorare trasporti pubblici e rete fognaria. I costruttori avevano l’obbligo di realizzare queste cose. Era necessario recuperare il patrimonio edilizio già esistente, ma non lasciando 5.000 alloggi disabitati e costruendone 5.000 nuovi. È un danno irreparabile per il territorio, e se non hai soldi (come nel nostro caso) non ne esci fuori».

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Prospetto del Crescent

Dopo la premessa sul Puc, Lambiase parla anche del Crescent:
«L’aspetto giudiziario? Devono decidere i giudici. Il problema del Crescent è questo: fu presa una decisione di investire in un’area pubblica per interessi privati. Un fatto negativo, a mio parere, visto e considerato che ci fu bisogno di un sacrificio nel bilancio comunale. Il palazzone che hanno fatto è esagerato dal punto di vista volumetrico. Bastava fare due piani. Inoltre crea problemi anche dal punto di vista estetico (riduce la visibilità della Costiera Amalfitana). E poi la piazza antistante, che non dovrebbe riguardare i privati: tra varianti e tutte le cifre impegnate in questi anni arriviamo a 62 milioni di euro. Soldi che avrebbero consentito di ristrutturare e riqualificare l’intero centro storico. E invece ci ritroviamo una piazza di cemento messa lì in mezzo che non serve a nulla. Con una valutazione politica più attenta, ora avremmo più turismo e più lavoro».

Chi si sta battendo, anche nelle aule di Tribunale, è l’associazione “Italia Nostra” che, assieme al comitato No Crescent, da anni si oppone alla realizzazione dell’ecomostro nell’area di Santa Teresa. L’ultima preoccupazione, secondo il presidente di Italia Nostra, Raffaella Di Leo, riguarda il torrente Fusandola. La foce, infatti, è stata deviata per favorire la costruzione di piazza della Libertà. «Il nostro intento – ha spiegato Di Leo in una conferenza stampa – è quello di risolvere la problematica idrogeologico-ambientale dell’area di S. Teresa, causata da uno scellerato utilizzo del territorio con la deviazione del torrente Fusandola e la completa cementificazione della linea di costa per far spazio a strutture inamovibili».

In coro, il comitato No Crescent e Italia Nostra hanno ribadito: «Non è concepibile affermare che un torrente plurivincolato, che purtroppo ha provocato la disastrosa alluvione del 1954 possa essere motivo ostativo alla inopportuna e non consentita cementificazione dell’area. L’uomo ha il dovere di rispettare la libertà dei corsi d’acqua. In ogni caso, prescindendo da queste scelte illogiche e dalle connesse responsabilità, nel solo interesse della sicurezza pubblica e dell’ambiente si rende necessaria, senza alcuna altra soluzione alternativa, la rinaturalizzazione della foce del torrente Fusandola».

Paolo Vacca