Il caffè è pronto, la tabella di Chrome con League Pass è aperta e le occhiaie sono pronte per riaffacciarsi sul nostro viso. Tre elementi che accomunano ogni stagione NBA. La nuova inizierà prima del solito, nella notte italiana tra martedì e mercoledì prossimo, con il ritorno immediato di Kyrie Irving a Cleveland per la prima volta da avversario (possibile assenza di LeBron per problema alla caviglia) e naturalmente la partita dei campioni in carica degli Warriors (contro i Rockets) in cui vi sarà la consueta consegna degli anelli nel pre-gara.

Il mercato estivo ha cambiato faccia a molte franchigie d’alta quota e potrebbe rendere la stagione 2017-18 decisamente più interessante della precedente. Giocatori come George e Anthony hanno passato il metaforico confine che separa la Eastern dalla Western Conference, Hayward ha marciato in senso opposto. Paul a Houston e Irving a Boston. Wade si riunisce con James a Cleveland. Il tutto in soli due mesi. Niente male, se consideriamo che nessuno aveva previsto tutto ciò.

Curry, Durant e compagni dall’alto del Golden Gate hanno osservato l’evolversi della sessione di free-agency, ben sapendo di essere la causa indiretta di queste migrazioni, con la consapevolezza che in un momento di grossi cambiamenti all’interno della Lega loro sono (e saranno) il punto fermo attorno a cui si concentreranno le attenzioni, le invidie e le voglie di rivalsa di tutti coloro che non abitano l’Oracle Arena.

WarriorsÈ doveroso partire da Golden State. E non solo perché è la squadra campione uscente ma perché è il simbolo di come costruire qualcosa. Le fondamenta degli Warriors sono state poste nel 2014 con l’arrivo di Steve Kerr, le cui idee hanno portato una squadra che aveva il dodicesimo attacco della NBA (105.3 punti ogni cento possessi) a diventare una macchina offensiva devastante e senza eguali. Chiaro, il grosso lo hanno fatto i giocatori e soprattutto il ragazzo che indossa la n.30, unico per caratteristiche nella storia del gioco, ma l’ex giocatore dei Bulls ha messo molto del suo, di quel che gli hanno insegnato Jackson e Popovich. Molto triangolo, ma non solo. Kerr riesce a convincere una squadra che ha vinto 50 partite la stagione precedente – cosa tutt’altro che semplice – che un sistema fatto di pochi isolamenti e di tanta ball movement avrebbe reso l’attacco molto più performante.

«Ok, ma hai visto chi allena?», potrebbe dire qualcuno. Ed è giusto, se nonché nessuno se ne fosse mai reso conto prima che il magma che ribolliva sotto la superficie del Vulcano-Oracle salisse in superficie. Settima, undicesima e trentacinquesima scelta assoluta per Stephen Curry, Klay Thompson e Draymond Green. I fischi e le contestazioni per aver deciso di lasciar andare via Monta Ellis e non il figlio di Dell. Diciamo che non tutto era chiaro fin dall’inizio per chi viveva all’esterno dell’ambiente Warriors. A tirare su le mura, mattone dopo mattone, ci hanno pensato dunque i giocatori che hanno lavorato e creduto nel progetto. L’arrivo di Durant è stato l’upgrade definitivo, che ha permesso non solo di terminare la costruzione ma di renderla una fortezza quasi inattaccabile. Un contesto in cui anche Pachulia, McGee e, vedremo, Nick Young possono esaltare le proprie qualità nascondendo i difetti.

L’MVP delle Finals 2017 è giunto in California comportandosi tutt’altro che da superstar, se per superstar abbiamo in mente un concetto molto più egocentrico. Si è messo a completa disposizione dei compagni, ben sapendo che avrebbe toccato una quantità di palloni minori ma in compenso di maggior qualità. E il gesto fatto in estate di rinunciare al massimo salariale per permettere a Curry di riceverlo, convincere Iguodala a restare e al contempo evitare ai proprietari la luxury rappresenta al meglio le intenzioni che lo hanno spinto ad unirsi ad una macchina perfetta: creare una dinastia senza precedenti.

Dopo due titoli in bacheca (2015, 2017) sembrerebbe quasi ridicolo affermare che Golden State abbia appena iniziato il suo ciclo. Ma è così.

CLEVELAND

James andrà via a fine stagione? Forse, sì. Forse, no. WarriorsForse, neanche lui ha ancora preso una decisione definitiva. Fatto sta che, nonostante la partenza di Kyrie Irving, Cleveland sul mercato si è mossa per provare ad essere comunque competitiva per questa stagione (e per poter iniziare un rebuilding dalla prossima?) aggiungendo al roster gente del calibro di Dwyane Wade, Isaiah Thomas e Derrick Rose. Se fossimo nel 2010, daremmo per certi i Cavs finalisti ad est, ma ad oggi non conosciamo la reale forza di questo gruppo. L’inizio non sembra essere dei più rincuoranti con problematiche varie, a partire dall’infortunio alla caviglia di James che potrebbe fargli saltare l’opening night contro Boston.

Sarà una line up molto diversa da quella che siamo stati abituati a vedere negli ultimi anni, perché Jr. Smith e Tristan Thompson partiranno (almeno inizialmente) dalla panchina per lasciare spazio a Wade e… Kevin Love, che sarà dunque il centro titolare. I due giocatori hanno detto di non essere entusiasti di questa scelta ma che “we’ll get through it together”. Più bizzarra è invece la situazione che ha coinvolto il n.0, il quale ha dichiarato di aver appreso la notizia del suo spostamento come cinque da LeBron e non da coach Lue.  Infine c’è la questione Thomas, il cui infortunio all’anca non ha ancora dei tempi stimati per il rientro.

Quel che è mancato durante le Finali contro gli Warriors è l’apporto della panchina. L’arrivo di Rose e la “retrocessione” di Smith e Thompson certamente sono un’aggiunta importante alla second unit, che si affiderà anche a Jeff Green e Kyle Korver. I riscontri fino ad ora sembrano positivi, vedremo durante la stagione regolare.

LE REGINE DEL MERCATO

Trattate le due squadre protagoniste della passata stagione, che si sono guadagnate il diritto di precedenza, parliamo delle franchigie che più hanno fatto parlare di sé durante la free-agency. HOUSTON è secondo molte testate autorevoli, tra cui ESPN e la nostra Gazzetta dello Sport, la migliore squadra della Lega dietro Golden State. La scorsa stagione è stata esaltante, chiusa con un record di 55 vittorie e 27 sconfitte e l’amaro in bocca di essere usciti sul più bello (vs gli Spurs). Il problema principale dei Rockets, che abbiamo già trattato nei mesi scorsi nel postulato in cui abbiamo fatto coming out per James Harden, è la metà campo difensiva. D’Antoni ha provato a nascondere il problema migliorando notevolmente l’attacco ma nei playoff è dura spuntarla con la diciottesima difesa dell’intera NBA. È anche uno dei motivi per cui è stato scelto il Baffo, in realtà. E così Morey ha donato al suo allenatore Chris Paul, sei volte miglior giocatore per palle rubate e nove volte miglior quintetto difensivo, con l’intento di “arrivare tra le migliori cinque difese”. Assieme all’ex giocatore dei Clippers sono arrivati P.J. Tucker e Luc Mbah a Moute che dovrebbero aiutare ad asserire a quest’obiettivo.

La scelta di Irving di trasferirsi a BOSTON ha spiazzato tutti. I Celtics dopo aver perso Paul e George, sembrava che avessero perso il treno giusto. Ed invece Danny Ainge tira fuori dal cilindro la trade dell’anno (e probabilmente una delle migliori mosse di mercato degli ultimi tempi). Irving non solo è un giocatore ideale per il sistema dei Celtics ma è anche un uomo-franchigia, o almeno lui si ritiene tale. Anche convincere Gordon Hayward – che Stevens aveva allenato al college – è stata una dimostrazione di grande forza, poiché Utah è una delle franchigie più interessanti nel prossimo futuro. Fare meglio della passata stagione è complicato, perché vuol dire andare alle Finals. La perdita di Bradley e Crowder si farà sentire difensivamente in fatto di punti subiti, però, potrebbero aver tolto dal sistema un elemento come Thomas che soffriva così tanto dietro potrebbe attutire.

E last but not least… OKLAHOMA CITY che torna prepotentemente a far parlare di sé in termini di competitività. La scorsa stagione tutto ciò che non andava è stato in parte nascosto dalla mostruosa stagione di Russell Westbrook. Per puntare a vincere, però, serviva altro. Ed è arrivato! Paul George e Carmelo Anthony sono certamente due profili che possono aiutare in entrambe le fasi i Thunder, perché delle loro potenzialità offensive è inutile parlare ma si sottovalutano quelle difensive: se motivati possono fare la differenza. Bisognerà vedere se in campo riusciranno a trovare la giusta quadra. Nel caso, sarà sicuramente una delle squadre più divertenti da seguire.

Per approfondire meglio e per parlare con dei reali riscontri, avremo tempo nel corso della stagione.

Michele Di Mauro