abitudini alimentari antenati

I denti fossili si rivelano ancora una volta una grande risorsa per scoprire qualcosa sul nostro passato: oggi è il caso della dieta. La nostra dentatura si era già resa utile per aiutarci a saperne di più sull’origine delle migrazioni umane in un modo per certi versi indiretto. Oggi, invece, sono la più ovvia chiave d’accesso alla conoscenza delle abitudini alimentari dei nostri antenati.

Le diete di chi è venuto prima di noi non smettono di interessare gli attuali abitanti del pianeta terra come chi risale ad esse nel tentativo di elaborare o difendere nuove diete. Una di queste è la controversa “paleodieta”, criticata proprio in ragione del fatto che non si conoscono con esattezza le presunte abitudini alimentari dell’uomo della pietra (oltre per il fatto che carne e verdura del tempo erano sicuramente ben diverse da quelle di oggi, in virtù dell’assenza di allevamenti intensivi e assenza di prodotti chimici non solo benèfici come i pesticidi).

Per questo ricerche come quella condotta da Naomi Levin tre anni fa e pubblicata su PNAS (Proceedings of the Natural Academy of Sciences of the United States of America) nel 2015 non mancano d’interessare il lettore.

Come ben riassume questo articolo, nel 2014 la paleoantropologa Naomi Levin riuscì a datare 152 denti fossili di alcune specie vissute in Etiopia nel Pliocene (più esattamente tra i 5 e i 2,5 milioni di anni fa).

Grazie alla dentatura, Levin e colleghi sono riusciti a datare il primo momento di un mutamento nelle abitudini alimentari che avrebbe da lì compreso non solo la frutta procacciabile nell’umidità delle foreste, ma comprendente cacti e altri alimenti che segnalano l’esplorazione delle radure e altri ambienti da parte dei nostri antenati.

Nello stesso articolo di Pikaia, Sara Campanella presentava anche un altro studio, che ha permesso di ridefinire alcune abitudini di caccia. Si riteneva, infatti, che l’homo ergaster non si procurasse la carne di cui aveva bisogno attraverso la caccia, ma servendosi delle carcasse abbandonate dai predatori. Aveva, dunque, un atteggiamento da “spazzino”; l’uomo, si potrebbe dire, si comportava come una vera iena. A quanto pare, invece, già l’homo ergaster, almeno delle zone del Kenya, era in grado di cacciare, servendosi soprattutto dell’ingegno, a discapito di animali condannati da quella che Campanella chiama “prevedibilità di spostamento” come gli ungulati.

Conoscere le abitudini alimentari dei nostri antenati ci può dire qualcosa su di noi, ma non dovremmo mai dimenticare, come afferma la biologa nutrizionista Enrica Bovio parlando della dieta paleo, che «la frutta e la verdura non sono più quelle di allora, quello che compriamo al supermercato è il risultato di una selezione di specie attuata dall’uomo nel corso dei millenni. Frutta e verdura hanno un contenuto di fibre, vitamine, minerali e zuccheri non paragonabile a quello di migliaia di anni fa. La carne è diversa e si raccomanda di preferire quella di animali nutriti a erba.»

Per questo motivo, per quanto sia affascinante scoprire qualcosa di nuovo su ciò che eravamo (o su come siamo diventati ciò che siamo), una dieta alla moda come la paleo o anche la dieta crudista (la quale un certo senso segue lo stesso principio di una dieta paleo, rifacendosi ad abitudine alimentari appartenenti ai nostri antenati, in questo caso antecedenti alla scoperta e all’utilizzo del fuoco per fini culinari), dovrebbero essere giudicate per i loro effettivi risultati piuttosto che cercare una giustificazione (una sorta di tradizione interrotta) nel passato.

La ricerca di un’alimentazione sempre più efficace non dovrebbe soffrire l’idealizzazione di un passato nel quale, come scrive Szymborska ne “La vita breve dei nostri antenati”, «la saggezza non poteva aspettare i capelli bianchi» poiché «la vecchiaia era un privilegio di alberi e pietre».

Luca Ventura