bandiera russia sebastopoli Indipendenza Crimea
Bandiera russa a Sebastopoli, Crimea [© Sputnik. Evgeny Biyatov]

Catalogna, Kosovo, Kurdistan e Crimea: quattro zone del mondo che nel passato recente si sono rese protagoniste di movimenti che ne chiedevano l’indipendenza o una maggiore autonomia, ognuna per le proprie motivazioni storiche, culturali o economiche. E per ognuna di esse la stampa occidentale ha seguito una diversa narrazione.

Sul referendum tenutosi il 1° ottobre in Catalogna, gran parte dei mezzi d’informazione ha concentrato i propri sforzi nell’affermare il “diritto all’autodeterminazione dei popoli” in sostegno alla tesi secessionista catalana, quasi bypassando il carattere illegale della consultazione referendaria. Autodeterminazione che però c’entra ben poco con il caso della Catalogna visto che, stando alla sentenza 385/1996 della Corte Suprema del Canada, chiamata ad esprimersi sulle rivendicazioni del Québec:

«Di esso sono autorizzati ad avvalersi ex colonie, popoli soggetti a dominio militare straniero, e gruppi sociali cui le autorità nazionali rifiutino un effettivo diritto allo sviluppo politico, economico, sociale e culturale.»

Ciò nonostante, non è ancora arrivata un’aperta condanna nei confronti del movimento indipendentista catalano, segno di un sostegno più o meno velato da parte della comunità internazionale.

Lo stesso sostegno che ha permesso al Kosovo nel 2008 di rendersi indipendente. Stavolta sì, avvalendosi del diritto all’autodeterminazione, in risoluzione di un conflitto decennale che ha causato circa 13.000 morti e 800.000 rifugiati. In effetti da Belgrado qualche parola di protesta è arrivata, a denunciare una presunta disparità di trattamento tra il caso catalano e quello del Kosovo: l’integrità della Serbia non sarebbe stata difesa come sta accadendo ora con la Spagna. Ma anche Madrid potrebbe avere qualcosa da ridire riguardo al sostegno internazionale.

Quasi scontato è il sostegno dei media al referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno tenutosi il 25 settembre, che ha visto il fronte indipendentista trionfare con il 93% dei voti. In Occidente il popolo curdo è visto, da sempre, come un baluardo della lotta all’integralismo islamico. Una sua indipendenza è vista di buon occhio da parte di tanti analisti, che però non considerano le difficili condizioni economiche in cui versa la regione, oltre agli eventuali problemi interni, guardando anche all’attuale situazione turca, legati all’inclusione del PKK nella lista delle associazioni terroristiche.

È vero, la maggior parte degli Stati non ha riconosciuto la validità del referendum curdo. Ma la sensazione è che, nel caso in cui se ne creassero le condizioni, la nascita di uno stato curdo sarebbe sostenuta nell’ambito di una strategia volta ad indebolire paesi “nemici” come Turchia, Siria, Iraq e Iran.

In tutt’altra maniera, invece, è stata affrontata la questione legata all’indipendenza della Crimea.

La stampa ha sempre etichettato come illegittime e illegali le istanze degli abitanti della Crimea che chiedevano l’annessione alla Russia e l’esito della consultazione che ha avuto luogo nel 2014 (in cui il 97% dei votanti si espresse per la separazione dall’Ucraina) non è stato riconosciuto da Stati Uniti, Unione Europea e, ovviamente, Ucraina.

Dietro a questo atteggiamento comune sull’indipendenza della Crimea ci sono, probabilmente, due fattori principali: la difesa dell’Unione Europea e l’opposizione a Vladimir Putin.

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I primi manifestanti di EuroMaidan a Kiev il 21 novembre 2013 [Reuters]
La crisi di Crimea nasce, ricordiamo, nel 2014 quando il presidente ucraino Viktor Janukovyč viene spodestato dalle proteste del cosiddetto movimento “Euromaidan”, che chiedeva maggiore cooperazione tra Ucraina ed Unione Europea. Le regioni di Crimea, Luhans’k e Donec’k, a maggioranza filo-russa, si oppongono alla nuova politica di dialogo con l’Europa del presidente Porošenko per conservare il proprio rapporto privilegiato con la Russia, che ne chiede l’annessione.

Nello storytelling occidentale, quindi, le ragioni della Crimea sono ovviamente viste come un passo indietro per l’Ucraina nell’ottica di un’integrazione europea. Inoltre, da sempre la Russia di Vladimir Putin è oggetto di dibattito per la stampa italiana ed europea: c’è chi ne ammira la risolutezza e il pragmatismo, e chi invece critica alcune sue politiche, come ad esempio il trattamento riservato agli omosessuali in Russia e le carenze in fatto di libertà di stampa.
E se il primo schieramento spesso incappa in una sorta di esaltazione eccessiva “dell’uomo forte come panacea di tutti i mali”, il secondo spesso finisce per demonizzare qualsiasi cosa passi dalla Russia, non tenendo in considerazione aspetti importanti per un’analisi accurata.

Se è vero, ad esempio, che la linea generale di Euromaidan era propensa ad un dialogo pacifico con l’Europa, è anche vero che il “braccio armato” del movimento era composto da noti movimenti dell’estrema destra ucraina, se non addirittura neonazisti come Pravyi Sektor.

E se è assolutamente innegabile che una vera integrazione europea non può fare che bene a tutti gli Stati membri, bisogna anche prendere atto del fatto che ci sono popoli che, per storia, cultura e tradizioni, poco hanno a che vedere con i valori europei.

In Crimea, nonostante il dato evidentemente esagerato del referendum, la popolazione di etnia russa rappresenta la maggioranza della popolazione (58.3%), e a Donec’k e Luhans’k (38.2%/39%) i russi sono una minoranza importante. Questi popoli non devono essere esclusi, rinnegati o soppressi, ma bisogna stabilire con essi un rapporto di collaborazione, pur tenendo bene a mente le differenze.

Infine, se è vero che il referendum in Crimea era assolutamente illegittimo — e lo era —, va riconosciuto anche il carattere illegale del referendum catalano o di quello curdo. Abbandonare le bandiere che sostengono questa o quella indipendenza non è facile, e richiede un atto di grande onestà intellettuale.

Ma la realtà dice che tutte queste situazioni presentano tra di loro più analogie che differenze. E in tutti i casi la soluzione non può essere la repressione violenta, ma il dialogo, nel pieno rispetto di entrambe le posizioni.

Simone Martuscelli

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19 anni, nato a Piedimonte Matese (CE), studia Lettere Moderne all’università “La Sapienza” di Roma. Segue e scrive di politica a tutto tondo. Ama viaggiare ed è appassionato di letteratura, arte e musica. Amante dello sport e tifosissimo della Roma, ha precedentemente collaborato con “Lo Sport Online” e gestisce ora il blog “Il Caffè Sportivo”.