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Notte di tregenda, in Comune a Napoli, quella tra il 19 e il 20 ottobre scorso: notte di passione, notte di trattative e ripensamenti; notte di speranze (poche) e dubbi (ancora tanti) sul futuro di ANM, l’azienda di trasporto pubblico locale da mesi sull’orlo del fallimento. Notte di accordi, tra Amministrazione e sindacati dei lavoratori, esasperati da mesi di incertezze sul futuro dei dipendenti, tra prepensionamenti, rimansionamenti, ricollocazioni e tagli puri e semplici. Notte di festeggiamenti, alba di annunci trionfali.

Tutto vero, salvo poi leggere che il tanto sbandierato patto tra Comune e sindacati non è un accordo vero e proprio, ma al massimo un preaccordo. Un preliminare, insomma, un’impegnativa, un’intesa di massima. Un primo passo. Che in realtà sarebbe il decimo o dodicesimo, ma purtroppo con ANM ogni volta si riparte da zero, perché in fondo il problema è sempre lo stesso: non ci sono i soldi per produrre alcun intervento concreto.

E allora si nota che fondamentalmente il preaccordo raggiunto coi sindacati, che rivendicano giustamente in coro di aver «fatto la propria parte», riguarda la caratterizzazione dei turni di lavoro “in notturna” in alcuni giorni infrasettimanali e nei prefestivi, il taglio netto al ricorso agli straordinari, la vendita dei biglietti in stazione e sui mezzi (quegli stessi autobus presi regolarmente d’assalto dai vandali dovrebbero ora ospitare autisti forniti pure di cassa), la mobilità di 69 dipendenti verso altre partecipate. E poi? Poi si vedrà, per ora la riorganizzazione del lavoro è un primo passo necessario nella direzione dell’ulteriore razionalizzazione “lacrime e sangue”, con lavoratori ormai disperati che cercano di salvare il proprio posto dal salto nel buio di un fallimento cui persino il Comune ha più volte reso noto di preferire, almeno con un minimo senso di residua responsabilità istituzionale, l’ipotesi di un’apertura alla privatizzazione.

Del resto, appare chiaro dalla cronaca di questi giorni che le armi dell’Amministrazione De Magistris per continuare a combattere una battaglia probabilmente già persa sono sempre più spuntate. Non ci si riferisce all’impotenza istituzionale che il sindaco, in fondo, ammette all’indomani della maratona notturna a Palazzo San Giacomo, quando in un’intervista per il web channel comunale afferma di augurarsi la fine dell’«accerchiamento normativo e finanziario» che da tempo strangola Napoli «impedendole di decollare» anche sul fronte del risanamento dell’ANM; ci si riferisce piuttosto al fatto che un Comune in predissesto non possa oggettivamente allocare le risorse necessarie per procedere a quei conferimenti nella cassa di una partecipata già praticamente fallita, indispensabili non solo di programmarne il futuro, ma persino di assicurarne la quotidianità.

Non è più questione politica, di assedio di forze politiche avverse, di miopia del Governo di Roma: è questione, lo si ripete, di mero denaro, di finanza e contabilità, come ha testimoniato del resto l’ennesimo intervento della Corte dei conti negli affari amministrativi napoletani, con l’ulteriore bacchettata sulle mani dell’Amministrazione che sperava di salvare ANM con 65 milioni di conferimenti al patrimonio. Depositi, parcheggi, strutture dismesse di proprietà comunale che avrebbero dovuto rassicurare i creditori e far gridare orgogliosamente all’azienda “io i soldi ce li ho!”. Tutto inutile. L’operazione di finanza creativa targata De Magistris si è arenata sugli scogli di alcuni impedimenti oggettivi che ne hanno reso fondamentalmente illegittima l’iniziativa, o quantomeno radicalmente incompatibile con lo stato delle casse del Comune.

In sostanza, la Corte contabile ha sottolineato che un Comune sull’orlo del default esso stesso non potrebbe mai distrarre dal proprio patrimonio 65 milioni di euro in immobili per salvare chicchessia. L’operazione monstre concepita da De Magistris nasceva già con fragili piedi di argilla. Peraltro, si trattava di conferimenti patrimoniali che, sulla carta, avrebbero sì rappresentato delle corpose attività, ma non si sarebbero tradotti certo nel denaro liquido per pagare gli stipendi, il pieno di carburante agli autobus e le revisioni, a meno di non retribuire i creditori e i lavoratori col calcestruzzo del parcheggio di via Brin. Si potrebbe dire che quei 65 milioni sarebbero stati utili come garanzia dei debiti pregressi e che, al netto del valore della garanzia, ci si sarebbe potuto anche guadagnare qualcosa. Eppure, immaginare liquidazioni di valori immobiliari così particolari sarebbe stato pura utopia nel breve periodo, con un’ANM che perde non meno di 3 milioni al mese.

Peraltro, qualcuno aveva insinuato pure che quegli immobili non li valessero davvero, quei 65 milioni. Lo scandalo sulle perizie gonfiate era appena emerso, quando l’altolà della magistratura contabile ha consigliato un prudente dietrofront al Comune, che a quel punto ha preferito continuare a battere il canale di trattativa più “facile” e meno politicamente e giuridicamente compromettente: quello dell’abbattimento dei costi vivi, i costi del lavoro.

Tanti saluti, quindi, alla ricapitalizzazione coi mattoni da 65 (?) milioni di euro, largo a un “piccolo” conferimento da 3 milioni una tantum per coprire i costi gestione almeno per un altro po’ e benvenuto al fatidico accordo preliminare coi lavoratori. Arrivederci pure agli assedi normativi e finanziari additati da De Magistris, ai consueti “poteri forti”, invocati dai comunicati stampa a mezzo Facebook dei consiglieri di lotta (e meno di governo), responsabili dello stallo e della crisi del trasporto pubblico.

Tanti saluti anche al manager Maglione, unica parte silente di questo preaccordo, più volte sollecitato, con modi anche spicci, dal sindaco a risolvere una crisi cui la gestione di ANM in primis sembra continuare ad opporre, da settimane, la sola ipotesi del fallimento, e che sembra quasi non abbia preso parte alla nottata di passione in Comune. Un manager delegittimato dalla stessa Amministrazione, stretto tra i toni trionfalistici della maggioranza consiliare che urla al miracolo aspettando i soldi di Roma, o al limite quelli della Regione, per continuare a sperare e la soddisfazione più prudentemente e sommessamente sollevata dei sindacati, che hanno l’aria di averne viste e di doverne ancora vedere tante. Per ora, del resto, l’unico capitale di ANM si sta rivelando quello umano.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo “Sannazaro”, quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l’Università “La Sapienza” di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.