Questione meridionale: parla Peperoni, segretario di Unione Mediterranea

«Uno spettro si aggira per l’Europa», riprendendo le celebri parole di Karl Marx nell’ormai lontanissimo 1848. Ma stavolta, purtroppo per tutti i nostalgici, non si tratta del comunismo. È invece lo spettro dell’indipendentismo che, più o meno silenziosamente, sta conquistando la scena del dibattito pubblico e politico, scuotendo e minacciando la fisionomia stessa del continente e degli stati nazionali.

L’Italia non fa eccezione, caratterizzata inoltre da una storia di frammentazione politica millenaria solo di recente risolta (e non senza contraddizioni) col Risorgimento. Se le aspirazioni e le istanze indipendentiste della regioni settentrionali della penisola sono ormai ben conosciute e rappresentate in parlamento, meno note sono quelle del Mezzogiorno. Ne parliamo in una lunga intervista col Segretario di Mo! Unione Mediterranea, Pierluigi Peperoni.

Pierluigi Peperoni è il segretario di “MO! Unione Mediterranea”. Quali sono la storia, gli obiettivi e le proposte del movimento?

«Unione Mediterranea è un movimento politico per il riscatto del Mezzogiorno, fondato a Napoli il 24 novembre 2012 nel corso di un’assemblea con 600 partecipanti fisici e numerosi partecipanti in streaming dove è stato discusso e votato ogni aspetto della vita del movimento, dal nome, al simbolo agli obiettivi ed allo statuto. Ci siamo resi protagonisti, nella primavera del 2014 di una raccolta firme, rafforzata da una lista civica di scopo, per presentare al Parlamento europeo la richiesta di istituire una Commissione straordinaria d’inchiesta per accertare il rispetto di diritti fondamentali alla dignità, alla vita, alla salute, alla tutela del territorio e dei consumatori nei territori dell’Italia Meridionale e in Sicilia.

In occasione delle elezioni regionali in Campania del 31 Maggio 2015, ha promosso la nascita della lista civica e meridionalista MO! con Marco Esposito candidato presidente ed alle successive amministrative ci siamo presentati in vari comuni meridionali conseguendo risultati spesso lusinghieri. Per quanto riguarda gli obiettivi posso citarti il primo punto della nostra carta dei principi: “Il movimento politico Unione Mediterranea ha un obiettivo chiaro: il riscatto del Mezzogiorno. Il movimento ripudia mafia, violenza, razzismo e qualsiasi forma di discriminazione”.»

Sgombriamo subito il campo, sicuramente intercorrono grandi differenze politiche e culturali tra il vostro movimento e la Lega Nord. Può esemplificarle?

«La Lega Nord è un partito che attraverso xenofobia e razzismo ha gettato le basi per creare squilibri a tutto vantaggio della parte già evidentemente più ricca del Paese. Noi di Unione Mediterranea, invece, siamo consapevoli di essere parte di un popolo latore di una cultura millenaria che è sempre stato aperto verso il mediterraneo e gli altri popoli. Nella nostra visione ogni sorta di distanza rappresenta un limite alla crescita, anche quella tra nord e sud d’Italia, d’Europa e del mondo.»

“MO! Unione Mediterranea” opera in un contesto dal quale le misure volte allo sviluppo socioeconomico del Mezzogiorno d’Italia sembrano quasi sparite dall’agenda politica. Qual è la declinazione attuale della “questione meridionale”?

«Per la prima volta dopo un decennio rivediamo un ministro per il mezzogiorno, sebbene passi sotto il nome di “coesione economica”. Da un lato questo lascia intuire che c’è una particolare attenzione alla questione meridionale, dall’altro però sembra un intervento più di facciata che di sostanza. Gli interventi strutturali a sud continuano a latitare e l’azione di Governo sembra più orientata alla sola comunicazione.

Il dramma della questione meridionale diventa particolarmente evidente se guardiamo ad un numero in particolare: quello degli emigranti che ogni anno lasciano la propria terra per cercare fortuna altrove. 650.000 persone, la gran parte giovani e laureati, che annualmente emigrano per fare la fortuna delle imprese e dell’economia settentrionale. E come dar loro torto? Nelle otto regioni del sud (isole comprese) abita circa un terzo della popolazione italiana, ma gli investimenti ordinari sono circa un sesto del totale.

Sebbene questo dato già da solo spieghi molto, purtroppo la situazione è ben peggiore. Troppo spesso le scelte di governo sono orientate a favorire i territori già più ricchi e definanziare i servizi pubblici nel mezzogiorno. Basti pensare al meccanismo con cui vengono erogati i fondi asili nido pubblici utilizzando il criterio della spesa storica.

Se un comune ha sempre speso cifre importanti per offrire il servizio, allora continuerà a veder finanziato quel servizio nella stessa misura. Se quel comune ha speso zero, allora riceverà zero. Con questo principio si è arrivati ad affermare che i bambini di Giugliano in Campania, di Cosenza e di centinaia di altri comuni meridionali non hanno diritto agli asili nido perché i loro comuni non hanno mai avuto fondi da investire nel servizio.

Lo stesso criterio viene adottato anche per altri servizi. Nel 2013 la società di trasporti pubblici di Caserta era fallita registrando uno zero per la voce di spesa relativa al trasporto pubblico: nel 2017 al Comune di Caserta spettano zero euro per quel servizio.

Un altro esempio emblematico è legato alle soglie di povertà. Una famiglia di tre persone che abbia un reddito inferiore ai 1000 euro al mese è considerata povera (e quindi ha diritto agli aiuti pubblici) se vive a Milano o Roma, ma non se vive a Bari. Si dirà che al sud la vita costa meno, eppure la definizione del costo della vita non è stata calcolata sulla base del costo degli stessi prodotti a nord e sud, ma sulla base del prodotto medio più venduto. Per chiarire meglio: l’ISTAT non ha chiesto al supermercato di Belluno e quello di Potenza il costo dello stesso pacco di pasta, ma qual è il pacco di pasta più venduto.

Ovviamente a Belluno il pacco di pasta più venduto costa più di quello più acquistato a Potenza e quindi se ne deduce che a Belluno ci si considera poveri non sulla base del fatto che si possa o meno acquistare un pacco di pasta, ma se non si può acquistare pasta di qualità pari a quella del vicino di casa. Quello stesso pacco di pasta ha lo stesso costo a nord come a sud, ma sei considerato povero solo se non puoi acquistarlo e risiedi a Belluno. Ci rendiamo conto dell’assurdità?.»

Esistono in Italia punti di riferimento per un’azione politica “meridionalista”? Sarà possibile correggere le storture che svantaggiano le regioni del sud, promuoverne lo sviluppo e influire sull’agenda di governo? Qual è il piano d’azione per trasformare le vostre proposte in realtà?

«Il punto di partenza è l’affermazione chiara e netta del fatto che i cittadini italiani, in qualsiasi parte del territorio risiedano, devono avere gli stessi diritti. Un bambino nato a Giugliano non ha diritto all’asilo nido pubblico, uno nato a Bergamo invece gode del miglior servizio, finanziato anche coi soldi di Giugliano. Quante volte sentiamo dire che in fondo ce lo meritiamo? Quante volte siamo indotti a pensare che sia giusto così? Dobbiamo anzitutto agire su noi stessi, convincerci che la cattiva politica è solo uno strumento che ci tiene bloccati al palo.

I cittadini del sud devono pretendere gli stessi diritti di chi ha avuto la fortuna di nascere a Milano o a Torino e che nessuna cattiva gestione politica può giustificare queste evidenti sperequazioni. È necessario partire dal basso, stare tra la gente e far comprendere che veniamo considerati a tutti gli effetti cittadini di serie B, ma che sta a noi pretendere che ci venga dato ciò che è giusto.»

Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, sembra essere, per lo meno a livello mediatico, il punto di riferimento per le istanze e gli interessi del meridione e uno strenuo difensore dell’autonomia territoriale, sempre in aspro conflitto con le politiche delle istituzioni centrali. Non casuale è il sostegno offerto proprio dal primo cittadino alla libertà di autodeterminazione della Catalogna in queste ultime settimane. Come vi ponete nei confronti del suo modello politico e amministrativo?

«Il sindaco De Magistris, che abbiamo sostenuto alle recenti elezioni amministrative a Napoli, sta facendo un lungo percorso per la creazione di una soggettività politica che possa esprimere un’alternativa con il cuore a sud. Ha dato apertura alla nostra proposta Napoli Autonoma e elaborato l’omonimo sportello che offre alla città la possibilità di ripensare sé stessa.

Si tratta di importanti segnali di apertura e di interesse verso i nostri temi, a cui spero continuerà a dare seguito, ad esempio denunciando nelle sedi opportune tutti questi meccanismi penalizzanti nei confronti dei cittadini meridionali e che limitano la sua stessa azione di governo cittadino.»

In queste settimane il duello Madrid-Barcellona occupa da protagonista lo scenario della politica internazionale. Qual è la posizione di Unione Mediterranea riguardo ai recenti fatti avvenuti in Catalogna? Traete ispirazione dall’azione politica del movimento indipendentista catalano?

«La Catalogna ha una forte consapevolezza della propria identità e della propria lingua che sicuramente hanno facilitato questo percorso. Noi non possiamo che guardare con simpatia a ogni accadimento che offra ad un popolo la possibilità di autodeterminarsi e seguire le proprie vocazioni. Se vogliamo però andare più nel dettaglio la situazione è piuttosto complessa: la regione gode già di ampia autonomia e questa presunta indipendenza rappresenta un precedente nella storia dell’UE che persino a Bruxelles non sanno come affrontare. Personalmente auspico una Catalogna libera di autodeterminarsi, ma all’interno dell’UE e che la stessa Europa garantisca i meccanismi di solidarietà necessari per avvicinare i territori.»

L’Europa è oggi percorsa da numerosi fermenti indipendentisti. Esiste lo spazio per un percorso che passi dall’autonomia invece che dalla secessione, che valorizzi le comunità locali e preservi l’unità, soddisfacendo le richieste e le istanze (economiche e culturali) delle popolazioni locali? È questo il senso dell’azione di “MO! Unione Mediterranea” o l’indipendenza è l’unica via praticabile?

«Separiamoci non è uno slogan, ma una necessità. La parte più povera dell’Italia conta un terzo degli abitanti, versa allo Stato una quantità di tasse pari quasi a un terzo e ne riceve un sesto. È una drammatica realtà affermare che i cittadini del sud con i propri soldi finanzino in parte anche i servizi del centro-nord. Se immaginassimo di essere indipendenti almeno potremmo spendere sul nostro territorio quel (poco) che produciamo. Non si tratta di slogan, ma di fatti.

Sono convinto però che un percorso di autonomia che responsabilizzi i cittadini e soprattutto la classe politica locale sia un ottimo punto di partenza per recuperare la consapevolezza del fatto che quando facciamo da soli, siamo i migliori. Autonomia significa che il sud pensa sé stesso in maniera diversa, senza i vincoli di un governo centrale che evidentemente non è in grado di capirlo e dando spazio a chi su quei territori ci vive. Autonomia significa: MO tocca a noi.»

Luigi Iannone

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Classe ’93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e laureando in Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica. Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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