È un’arte, quella di essere in grado di non giudicare troppo in fretta. In Italia, soprattutto relativamente al contesto calcistico, c’è sempre la tendenza a sparare sentenze su fatti o persone in maniera quasi randomica. È un po’ come se tutti avvertissero la necessità di dire la propria pur non detenendo particolari titoli abilitativi. Ecco, questo succede più o meno nell’arco dell’intera stagione, anche se le sentenze dei commissari tecnici da tastiera paradossalmente raggiungono il proprio punto più degradante all’inizio di ogni temporada. Come se la critica fine a sé stessa fosse quasi un modo per esorcizzare le paure pregresse, quelle che ci si porta dietro dalla stagione precedente.

Sì, perché purtroppo quando si teme qualcosa in maniera quasi ossessiva si tende a screditarla, a cercare delle lacune delle quali poter ostentare la negatività, ed è in quei momenti che emergono tutti i commenti anacronistici e fuori luogo. Quest’anno, o comunque all’inizio di questa stagione il trend topic è ruotato intorno al fatto che la Juventus avesse perso qualcosa nella sua capacità di approcciarsi alle gare con la stessa cattiveria agonistica che l’ha sempre contraddistinta, e che questo fosse l’inevitabile retaggio della cessione di Bonucci, dell’incapacità di Allegri di gestire la squadra e di un Higuaín tanto in sovrappeso quanto bollito. 

La gara contro il Milan, però, ci ha detto tanto altro. È stata il termine ultimo di un percorso ”di redenzione” avviato dopo la sconfitta contro la Lazio che aveva messo a nudo i limiti più evidenti della squadra bianconera. La stabilità difensiva può prescindere da Bonucci, che ha scelto la sua strada e che evidentemente è anche più contento così, mentre Allegri come al solito ha dimostrato di riuscire a tirare fuori il meglio dai suoi anche nei momenti meno felici. Mai agitato, sempre con la squadra sotto controllo: la sua Juventus non sarà bella come il Napoli del collega Sarri, ma quando avverte che le cose si stanno facendo più dure è pronta ad ingranare la marcia decisiva per vincere. E quando ciò accade non può che essere merito assoluto del tecnico, quella persona in grado di dare stabilità alla condizione psicologica dei suoi.

E qui si viene al nodo della questione: Gonzalo Higuaín. L’ex Napoli, perennemente fuori forma ai nastri di partenza, è stato preso di mira quest’anno in maniera decisamente più dura rispetto al solito, subendo l’accusa di essere poco meglio di un normalissimo attaccante da squadra di metà classifica. Sentenze, queste, maturate dopo le prestazioni imbarazzanti fornite dall’Argentino nelle gare decisive di inizio stagione – Supercoppa contro la Lazio, piuttosto che contro il Barcellona in Champions. L’anno scorso fu ugualmente dura: squadra nuova, ritiro in sovrappeso, eppure i gol arrivarono subito e la forma fisica non fu un ostacolo insormontabile, anche con quei due chiletti in più. Sì perché nonostante il fisico non propriamente olimpionico la testa era quella di sempre, sgombera da qualsiasi tipo di pressione. C’era solo la voglia di confermare di essere il più forte attaccante della serie A, nient’altro.

Quest’anno la delusione di Cardiff e le accuse di non essere mai decisivo nelle partite che contano si sono sommate relegando il Pipita in una sfera d’insicurezza e di ansia, di nervosismo e di paure. Era diventato la copia sbiadita di sé stesso, indubbiamente, ma da qui a parlare di carriera al capolinea ce ne vuole (e qui torniamo ai commissari tecnici da tastiera). Così, dopo aver toccato il fondo ed averne preso consapevolezza, Higuaín ha risalito la china, non senza il contributo fondamentale del suo allenatore, vero e proprio garante di quella fiducia di cui aveva bisogno il numero 9. Dalla partita contro la Lazio a quella contro il Milan, l’alfa e l’omega di un giocatore, la sua morte e la sua rinascita. Da spaesato a leader, da pivello a bomber, così Gonzalo ha riconquistato la scena del calcio, i suoi tifosi e i suoi haters, i quali è bene che facciano mea culpa per aver sentenziato troppo in fretta su un giocatore in grado di risultare decisivo più di qualunque altro, al pari – al massimo – di altri due o tre al mondo. E insieme a loro magari faccia mea culpa anche un certo Sampaoli, in grado di lasciarlo per tre volte di fila a casa preferendogli giocatori semi sconosciuti o quasi, che decisivi non lo saranno mai.

 

fonte immagine: corrieredellosport.it

Vincenzo Marotta

 

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