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L’aborto è uno tra i temi più dibattuti in Italia e nel mondo. Il preoccupante dato sull’obiezione di coscienza (oltre il 70%) dimostra quanto sia stringente l’attualità di questa tematica, ancora percepita come questione morale e soprattutto come questione esclusivamente femminile, riguardante la libertà e la salute soltanto delle donne.

Sul piano legale, la legge 194/1978 si esprime in modo piuttosto chiaro: in materia di aborto, la presenza del padre del concepito nel consultorio o nella struttura socio-sanitaria è condizionata al consenso della donna («ove la donna la consenta»). Ciò significa che il padre naturale non è titolare di alcun diritto sul concepito né può in alcun modo intromettersi nella IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza) senza l’approvazione della madre.

Le motivazioni di questa esclusività sono chiare: è solo la donna, prima di tutto attraverso il suo corpo, ad essere indissolubilmente coinvolta nel processo di gestazione, che condiziona la sua vita la sua persona. Da qui, non solo è fondamentale che lo Stato rinunci alla criminalizzazione dell’aborto, ma che agisca per proteggere la donna da assoggettamenti e ricatti che ne minano l’autodeterminazione, provengano essi dalla società o dal nucleo famigliare.

Sul piano pratico inoltre, all’interno dei consultori, la donna coinvolta nell’aborto è di fatto un paziente che cerca un intervento medico. Come ha evidenziato uno studio svedese del 1999, «il personale ospedaliero incontra spesso solo la donna e non l’uomo in casi di aborto legale, il che può comportare il rischio che l’aborto sia considerato unicamente come una questione femminile. Così la partecipazione dell’uomo resta in gran parte invisibile».

Un’indagine condotta da ANCIC, l’associazione francese dei centri di IVG e contraccezione, ha riscontrato che 8 volte su 10 la scelta di interrompere volontariamente la gravidanza viene presa dalla coppia, ma solo il 20% delle donne si presenta in consultorio accompagnata dal partner. Da qui si evince che la figura maschile riveste un ruolo centrale nella decisione sull’aborto, ma che poi è la donna ad assumersi le responsabilità della scelta, accettando che spesso il coinvolgimento del partner si interrompa prima dell’ingresso in ospedale. Questo stato di cose, però, ha fatto sì che la figura paterna sia stata quasi completamente cancellata dal dibattito sul concepimento, ancor di più quando si tratta di interruzione volontaria di gravidanza.

I dati sulla questione sono rarissimi, soprattutto in Italia. Su Google si rintracciano pochissime ricerche ufficiali, per lo più diffuse da siti antiabortisti, che demonizzano il procedimento e ne invocano l’abolizione. Neanche il mondo accademico sembra particolarmente interessato alla questione. Eppure, ogni anno, nel nostro paese si eseguono circa 90mila aborti dove sono coinvolti, almeno indirettamente, altrettanti uomini. Qual è il loro ruolo all’interno dell’IVG?

Sul piano decisionale, il coinvolgimento dell’uomo, se è presente – perché potrebbe anche scoprirlo a fatto avvenuto – varia dall’incoraggiare la donna verso l’aborto, assecondando la sua volontà o esercitando pressioni perché abortisca, al lasciarla prendere la decisione totalmente in solitudine, oppure, più raramente, opporsi all’aborto. Dai pochi studi sull’argomento emerge che la risposta più comune resti, comunque, l’ambivalenza: «l’orgoglio combinato con la paura, la felicità combinata con il timore, […] un misto di angoscia e di eccitazione, alla scoperta di una speranza per la gravidanza». Sentimenti che, in ultima analisi, sono simili a quelli delle donne.

Ma cosa succede dopo? Ci sono casi in cui l’aborto ha conseguenze concrete anche sulla psiche del padre?

Secondo PATHS, un’organizzazione cristiana che si occupa di assistenza post-aborto, sono molti i fattori che influenzano il modo in cui un uomo risponde a un’interruzione di gravidanza: il background, i valori e le credenze, il ruolo decisionale che ha avuto, la situazione attuale della coppia, le ambizioni. Nel 2014 VICE ha pubblicato un articolo in cui sei uomini tra i 20 e i 30 anni parlavano di come avessero affrontato l’aborto della loro partner. Tutti hanno riferito di aver demandato la decisione alla donna, rispettando qualsiasi sua scelta, ma di aver provato una sensazione di sollievo intenso quando la partner aveva deciso di abortire, perché nessuno di loro si sentiva pronto, in quel momento, a diventare padre. Inoltre, per tutti e sei gli intervistati, una tra le più grandi preoccupazioni era quella che le altre persone, compresi amici e familiari, ne venissero a conoscenza.

Sono pochi coloro che si oppongono, inutilmente, all’interruzione di gravidanza decisa dalla donna. In Italia, emblematico è il caso di M.A., che nel 2006 trascinò la moglie in tribunale chiedendole la separazione e un risarcimento danni per non aver tenuto «conto delle sue ragioni eventualmente contrarie» all’aborto. I giudici del tribunale di Monza si pronunciarono in favore della donna, ribadendo che è lei l’unica titolare del diritto a proseguire o interrompere la gravidanza entro i primi novanta giorni, anche senza tenere in considerazione la volontà del padre naturale. Soprattutto in questi casi, in cui l’interruzione di gravidanza viene percepita come torto su cui l’uomo non ha alcun potere, le reazioni maschili all’aborto possono includere dolore e impotenza, ma anche vergogna e depressione.

Il problema è che parlare di aborto, in particolare per gli uomini, è ancora un tabù. Se la questione primaria è quella della consapevolezza e della responsabilità del padre, dietro le quinte c’è anche il tema del dolore maschile che, nei casi in cui si manifesta, resta un dolore privato e silenzioso, privo di qualunque sostegno sociale. In questo senso, il diritto all’aborto riguarda anche gli uomini. Un diritto che deve ancora trovare una sua dimensione, pur rimanendo fuori dalla sfera legale: se è vero che l’uomo non può di certo dirigere una scelta che riguarda corpi altrui, ciò non toglie che sia esonerato dal condividere le conseguenze di quella decisione, né escluso da tutele psicologiche.

Come ha sottolineato Lea Melandri, presidente della Libera università delle donne di Milano, «il tema non è esclusivamente femminile. Per aumentare la consapevolezza maschile bisogna fare corretta formazione e smetterla con lo stereotipo donna=madre». Per sensibilizzare e fare corretta informazione, però, serve lo Stato che, invece, almeno per il momento, non menziona il genere maschile nemmeno nella relazione annuale sull’applicazione della 194.

Rosa Uliassi

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