marinaleda

Partiamo da Granada in perfetto ritardo andaluso. È lunedì mattina, sono in macchina con Carlos, originario di Siviglia, e altre due ragazze. Stanno tornando a casa e inevitabilmente la conversazione si orienta su due degli argomenti preferiti dai sivigliani sradicati: l’aria perennemente imbronciata dei granadini e la superiorità della cucina sivigliana. «Granada è senza dubbio la città più completa dell’Andalusia» dice Carlos «ma hanno un problema enorme con i trasporti». Effettivamente spostarsi nell’entroterra andaluso non è affatto facile, soprattutto senza macchina, con un budget limitato e con destinazione Marinaleda.

La rete ferroviaria è praticamente inesistente, da Granada partono quasi solamente treni diretti a Madrid, mentre le compagnie di autobus offrono viaggi eterni a prezzi tutt’altro che economici. Per questo la maggior parte delle persone sceglie di condividere il viaggio e la spesa della benzina tramite siti come Blablacar, o lo spagnolo Amovens, che permettono di tagliare costi e tempi e di godere, nel nostro caso, della vista meravigliosa della Cordillera, un’ampia distesa pianeggiante circondata da monti.

Dopo 230 chilometri arriviamo a Siviglia. Mi dirigo subito alla stazione degli autobus dove, con gran dispiacere e poca sorpresa, scopro che non esistono collegamenti (diretti o indiretti) con Marinaleda, paese di meno di 3.000 abitanti nella provincia di Siviglia. La signorina al banco informazioni non sa neanche di cosa sto parlando e lo cerca su internet.

Tuttavia Marinaleda è uno di quei posti incredibili, sconosciuti a chi ci passa davanti senza mai prendere l’uscita dell’autostrada, ma di cui si parla fino in Corea del Sud.

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Dal 1979, cioè poco dopo la caduta del franchismo e la restaurazione della democrazia, questo paesino agricolo, con una disoccupazione alle stelle e tassi di emigrazione ancora più alti, si è trasformato in un esperimento politico d’eccezione: sotto la guida del rivoluzionario alcalde Juan Manuel Sanchez Gordillo (Sindicato de obreros del campo), la popolazione ha espropriato una finca appartenente a un ricco proprietario terriero e l’ha resa una cooperativa, “El Humoso”.

Da quel momento di più di 30 anni fa Marinaleda detiene il primato di paese ‘più a sinistra‘ d’Andalusia, riuscendo a costruire e a mantenere un sistema di quasi totale autosufficienza economica, fondato sui principi del socialismo.

La maggior parte degli abitanti lavora proprio nella cooperativa agricola, dove vengono prodotti olio d’oliva, peperoni, carciofi e legumi. Tutti i lavoratori percepiscono lo stesso salario per 6 giorni di lavoro a settimana e la disoccupazione è pari a 0 (si consideri che l’Andalusia è ai primi posti in Europa per tasso di disoccupazione, insieme a Calabria e Sicilia, con un 28,9% che sale a 57,9% nella fascia giovanile).

Oltre alla cooperativa, il ‘sistema’ prevede che ciascuno possa autocostruirsi una casa con un anticipo di soli 15 euro: la Giunta Andalusa presta il denaro a tasso zero, il Municipio offre il terreno e un progetto e i cittadini lavorano congiuntamente alla costruzione delle abitazioni.

Marinaleda: l’utopia socialista, il paese dei balocchi di politologi e antropologi di tutto il mondo, il paradiso dei lavoratori. Peccato che non so come arrivarci.

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Alla fine riesco a trovare un passaggio per Ecija, un paese a 20 km da Marinaleda. Mi ci porta Daniel, aspirante pompiere, il quale mi avvisa che non esistono autobus per arrivare a Marinaleda nemmeno da lì. Sono le 13.30 e l’incrocio al quale mi faccio lasciare è piuttosto deserto e assolato. Senza perdermi d’animo aspetto sul ciglio della strada con il mio cartello da autostoppista che qualche anima pia mi raccolga. Dopo un’ora di attesa ho quasi perso le speranze e sono già pronta a tornare a casa con la coda tra le gambe quando un furgoncino in pessime condizioni accosta sgommando, finendo quasi per scontrarsi con una macchina parcheggiata in un vialetto.

Troppo incredula per credere che si sia fermato per me, lo osservo rimanendo a qualche metro di distanza. Alla fine una mano mi fa cenno e salgo. Due arzille signore sulla settantina mi invitano a salire, chiedendomi per quale assurda ragione voglio arrivare a Marinaleda, «un paesino come gli altri». Dico loro di essere una studentessa italiana, al che la signora capisce e mi conferma che non è la prima volta che degli studenti vengono a visitare Marinaleda. Lungo il percorso mi mostra la cooperativa, spiegandomi che spesso le persone ci lavorano gratis per il bene della comunità e che chi ha più soldi degli altri li spende affinché tutto funzioni. Le due signore sono dirette a El Rubio, un paese minuscolo a 4 km da Marinaleda, ma alla fine decidono di accompagnarmi fino al Municipio. Mi salutano con molto affetto e mi augurano buona fortuna.

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Sono le 15 e mi sembra di essere in uno spaghetti western. Il paese è deserto (non mi stupisce, è l’ora della siesta), a parte un cane e qualche sporadica macchina che passa suonando  il clacson, è tutto chiuso.

Dopo aver pranzato passeggio per il paese che si riduce a un’unica strada dritta (“avenida“) ai cui lati sorgono le case, un paio di bar (di cui uno gestito dal sindacato), una panetteria, uno spaccio, un paio di supermercati, uno sportello della Caja Rural, il parco naturale, il centro sportivo, la piscina, la scuola, un parco giochi per bambini e l’edificio di una cooperativa di olio di Estepa, oltre al Municipio e al centro culturale. Quasi alla fine del paese sorge un terreno dove stanno costruendo un nuovo gruppo di case. Faccio un giro e noto che ciascuna ha un pannello fotovoltaico sul tetto, sono tutte quasi terminate e alcune sembrano essere già abitate. Poco distante da lì c’è una sorta di bar che in realtà non è altro che il garage che qualcuno ha riadattato a bar di paese. Giusto sulla porta c’è un asino che mi guarda con fare interrogativo.

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Entro nel centro di cultura dove, mi spiega un responsabile, si occupano principalmente di corsi di formazione per adulti e corsi per avvicinare i bambini al digitale e all’informatica. Gli chiedo dove posso trovare un posto per dormire, dato che non ci sono alberghi a Marinaleda. Mi da il numero di E., il quale mi viene a prendere di lì a poco e mi porta a casa sua, una vecchia casa grande con molte stanze che E. affitta ai (pochi) viaggiatori che passano di qui. Dopo avermi offerto una birra mi mostra le foto di alcuni suoi ospiti: ha avuto di tutto, italiani, francesi, americani, canadesi e addirittura due ragazze sudcoreane, le quali, mi racconta, sono arrivate qui con un libro di economia del loro professore sudcoreano dal titolo “Marinaleda: una città particolare“. Molti di loro si sono fermati per qualche mese, scrivendo tesi, articoli e libri, altri erano solo curiosi.

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E. mi racconta che lavora nel campo delle costruzioni da quando aveva 17 anni. Qualche anno fa ha perso l’uso del ginocchio in un incidente e, a 37 anni, non è più tornato a lavorare. Percepisce dallo stato una pensione di 150 euro al mese, sufficienti per mangiare, ma si è ritrovato ad affittare le camere della vecchia casa di famiglia per arrotondare. Oltre alla camera dove dormo, che è quella della figlia di sei anni, decorata di rosa con farfalle verdi, ci sono altre due camere. Una è occupata da due ragazzi della provincia di Jaen: uno di loro lavora nella cooperativa già da un paio di anni, l’altro è suo cugino arrivato da poco.

Più tardi esco a cercare da mangiare, mi dirigo verso l’unico posto apparentemente aperto oltre a un chiosco di caramelle. Non saprei come definire questo luogo, all’apparenza potrebbe essere uno spaccio del mercato nero di epoca sovietica: a parte il bancone e due scaffali pieni di qualsiasi cosa, dai biscotti ai detersivi, da una porta aperta si intravede  il salotto e la cucina della casa dalla quale è stato ricavato il chiosco.

marinaledaInizialmente sembra non esserci molto feeling tra me e il proprietario: mi risponde con cenni della testa senza spiccicare una parola. Vedermi in preda all’ansia per la scelta tra un panino con prosciutto e uno con salame, lo intenerisce e decide di diventare loquace. Il vegliardo prende un pezzo di pane, lo taglia e apre la busta di prosciutto. Terminata l’opera mi guarda, indica il prosciutto e poi il pane lasciandomi intendere che sarò io a farmi il panino. Nel frattempo va a prendere un fazzoletto, ritornando mi trova con lo smartphone in mano e mi fa notare, con sguardo contrito, che dovrei godermi il presente e le persone che mi circondano. Allora ci mettiamo a chiacchierare. Quando gli dico di essere italiana sorride e mi dice che l’estate prossima spera di andare a visitare il Colosseo e anche Capri. Mi racconta di tre ragazze italiane che hanno vissuto qui un mese e che a quanto pare ritorneranno, una di loro stava facendo foto in giro per conto della Rai. Mentre parliamo dal salotto spunta un cagnolino, Linda, attirata dall’odore del prosciutto, la quale dopo essersi esibita in un numero da ballerina e aver scoperto che di prosciutto non ce n’è più, batte in ritirata.

marinaledaLa mattina dopo esco di casa alle 8.45. Non ho considerato gli orari spagnoli, è ancora tutto chiuso. Passa giusto qualche macchina e delle anziane signore spazzano i marciapiedi davanti casa mentre operatori ecologici in catarifrangenti gialli spazzano via le foglie e puliscono la strada, già pulitissima. La panetteria-caffetteria è aperta. In fondo noto un signore inglese sulla sessantina. Lo conosco perché il giorno prima ho cercato su Airbnb per vedere se la casa di E. si poteva affittare tramite questa piattaforma e, come mi aspettavo, non l’ho trovata, tuttavia ho notato c’era la possibilità di affittare l’intera casa di un tale Roland. Non mi sorprende: molti inglesi di una certa età comprano case economiche in Andalusia e vi si trasferiscono, come mi conferma successivamente E. L’uomo si rivolge in inglese al proprietario della panetteria, il quale risponde in un inglese perfetto, una rarità considerata la media degli spagnoli. Mi sembra che lo tratti con una certa sufficienza, come se lo conoscesse e fosse abituato alle sue lamentele sul WiFi.

marinaledaIntorno alle 11.40 mi congedo da E., il quale mi ha preparato una mappa dettagliata per arrivare all’autostrada dove farò l’autostop, e mi avvio verso la fine del paese dove trovo subito un passaggio. Mi carica un signore con una divisa della Guardia Rural che mi porta fino alla stazione di servizio di Estepa (a 15 km da Marinaleda). Originario di Estepa conosce bene Marinaleda e, quando gli dico di essere diretta a Granada, mi dice di essere stato lì qualche mese fa con un furgone carico di vestiti e altri oggetti che le persone dei dintorni di Marinaleda hanno raccolto da inviare come aiuto alla popolazione Sahrawi. C’è un’associazione operante in questa zona che si occupa di far arrivare qui bambini dai campi profughi per farli studiare o per passare l’estate. Ci mettiamo a chiacchierare e lui mi racconta di Hassan, un bimbo sahrawi che ha vissuto a casa sua per 4 anni.

Mi racconta anche che un’estate ha avuto in affidamento un bambino russo e ha ricordato ridendo, quella volta che li portò in spiaggia a Malaga e di come erano divertenti insieme, uno bianco che subito è diventato rosso come un peperone e l’altro ancora più scuro e abbronzato. Con un sorriso e augurandomi buona fortuna mi lascia sul ciglio della A-92. Dopo un’attesa di quaranta minuti finalmente un conducente gentile ferma il suo TIR del latte Puleva e mi carica. Saremo a Granada in meno di due ore.

Claudia Tatangelo

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