Neonazisti Odio
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Non dev’essere facile la vita dei militanti neonazisti: trascorrere le proprie giornate a diffondere l’odio verso ebrei, immigrati, gay, rom — e chi più ne ha più ne metta — deve richiedere un dispendio di energie non indifferente. Ma come comportarsi se, ad un certo punto, si rende necessario odiare sé stessi?

È una domanda che di recente si sarà posto spesso Kevin Wilshaw, 58enne inglese ex-militante del National Front (il partito nazionalista di estrema destra britannico), di cui era anche uno degli esponenti di maggior rilievo. Era, appunto, perché pochi giorni fa lo stesso Wilshaw ha annunciato la sua decisione di abbandonare il partito. Il motivo? «Sono gay. Per questo sono stato abusato dalla mia stessa gente. E mia madre era ebrea».

«È terribile ammettere quanto sia stato egoista, ma è la verità. In questi 40 anni ho visto persone abusate, insultate, prese a sputi nelle strade. Ma è solo quando quella violenza è stata rivolta contro di me che ho realizzato quanto quello che avevo fatto fosse sbagliato.»

[Kevin Wilshaw, intervista a Channel Four, 17 ottobre 2017]

Csanád Szegedi
Csanád Szegedi (a sinistra), foto AJH Films

Per quanto sorprendente, quello di Wilshaw non è certo il primo episodio del genere di cui si ha notizia. Nel 2012 fu l’Ungheria a stupirsi quando Csanád Szegedi, europarlamentare eletto con il partito di estrema destra Jobbik, ammise pubblicamente di avere origini ebraiche, vedendosi poi costretto ad abbandonare il partito.

Sulla falsariga “dell’ebreo che odia sé stesso” c’è anche la storia di Daniel Burros, militante nei neonazisti dell’American Nazi Party che si suicidò quando le sue origini ebraiche furono rese note. Nel 2001 è stato realizzato anche un film ispirato alla storia di Burros, dal titolo “The Believer”.

Ernst Röhm
Ernst Röhm, foto Bundesarchiv

Sempre in ambito cinematografico, in “Brotherhood” (2009) il regista Nicolo Donato racconta molto bene la storia di un omosessuale che fa parte di un gruppo di neonazisti e ad un certo punto del film il protagonista fa un chiaro riferimento alle vicende di Ernst Röhm.
L’omosessualità di Röhm, leader delle SA e intimo amico di Hitler, era decisamente nota negli ambienti del partito nazista e proprio questo suo orientamento finirà per essere il pretesto addotto dai seguaci del Führer per procedere al suo assassinio, nel contesto della Notte dei lunghi coltelli in cui vennero eliminati i dirigenti delle SA ormai diventati scomodi.
Esistono persino organizzazioni che raggruppano specificatamente neonazisti omosessuali: è il caso della GASH (Gay Aryan Skinheads), compagine che raccoglie la maggior parte dei suoi militanti in Russia.

Ma la domanda è: cosa spinge omosessuali o ebrei a diventare neonazisti? Perché questi individui provano così tanto odio verso i propri simili?

Probabilmente il problema di fondo nasce da una mancata accettazione di sé stessi. Questi soggetti percepiscono la propria natura e i propri valori come sbagliati, non conformi ai riferimenti ideali della società; alcuni si chiudono in sé stessi, altri invece cercano un nemico contro il quale sfogare la propria rabbia. E quale nemico migliore se non la caratteristica che non si riesce ad accettare di sé?

Ed è qui che entra in gioco la propaganda dei movimenti neonazisti. Frasi pompate ad arte e slogan ad effetto che incarnano l’ideale al quale ci si vuole conformare sono perfetti per attrarre a sé individui come questi, che vivono una situazione di forte squilibrio interiore.
A poco a poco si rafforza l’idea che combattere queste “degenerazioni” rispetto alla razza pura servirà anche a combattere quella parte del proprio io con la quale si è in conflitto.

E si arriva così al completo abbandono della propria personalità, per abbracciare in toto un’ideologia violenta e di odio, ma che per questi soggetti diventa l’estremo tentativo di sentirsi, finalmente, accettati da qualcuno.

Di norma, nel sentire storie come quelle raccontate in precedenza, la prima reazione è quella di indicarle come banale esempio di quanto i neonazisti siano ignoranti o stupidi; e probabilmente, nessuno avrebbe granché da ridire a riguardo. Ma a volte è necessario fermarsi un attimo a riflettere sulla ragione alla base di comportamenti apparentemente così illogici, per evitare che possano ripresentarsi in futuro.

Simone Martuscelli

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19 anni, nato a Piedimonte Matese (CE), studia Lettere Moderne all’università “La Sapienza” di Roma. Segue e scrive di politica a tutto tondo. Ama viaggiare ed è appassionato di letteratura, arte e musica. Amante dello sport e tifosissimo della Roma, ha precedentemente collaborato con “Lo Sport Online” e gestisce ora il blog “Il Caffè Sportivo”.

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