Black Mirror: la società di zombie delle nuove tecnologie

Inquietante, cupa, disturbante: Black Mirror” è la serie delle debolezze collettive e dei nostri peggiori incubi. Ideata da Charlie Brooker, presenta una struttura narrativa di tipo antologico nel senso che ogni episodio è confezionato come se fosse un “mini-film”, attingendo a personaggi e situazioni ogni volta differenti.

Questi universi narrativi vanno a costituire i pezzi di un unico puzzle, poiché il tema che li lega è univoco: “Black Mirror” è la serie delle nuove tecnologie, del loro progredire e degli effetti collaterali sull’uomo e sulla società.

Ovviamente le storie che racconta sono distopie che, tuttavia, disturbano ugualmente perché in qualche modo non sono neanche troppo inverosimili.

Lo “specchio nero”  non è altro che lo schermo dei nostri devices: del nostro smartphone, del nostro pc ultima generazione e di ogni tv. Specchio perché nella società di oggi ci riflettiamo in uno schermo e crediamo vero solo ciò che vediamo. Il bisogno di approvazione si manifesta nella ricerca spasmodica dell’ennesimo like, come se l’apprezzamento della piazza virtuale potesse annullare qualsiasi insicurezza e fragilità pregressa.

Ogni episodio di “Black Mirror”, come detto, non segue un preciso inquadramento: la storia si mostra ed evolve in modo inaspettato davanti ai nostri occhi e questo “colpisce” lo spettatore nelle sue certezze e solleva quelle che sono le fragilità e le paure più comuni. Resta solo un senso di vuoto e la riflessione intorno ad un’unica domanda: «È davvero questa la direzione in cui stiamo andando?»

Sebbene manchi un fil rouge nettamente definito, alcuni episodi giocano sul piano dell’intreccio politico offrendo interessanti spunti in merito alla società delle immagini al tempo delle tecnologie, il panopticon virtuale in cui si esercita costantemente controllo e potere.

A partire da “The National Anthem”, il primo sconcertante episodio di tutta la serie in cui “Black Mirror” mostra fin da subito la sua più profonda essenza. È una serie cruda, che non fa perbenismo e rifugge qualsiasi concezione buonista dell’uomo in particolare e della società in generale.

Nel primo episodio, il primo ministro del Regno Unito si trova ad affrontare una questione spinosa quando la principessa Susannah viene rapita: affinché torni a casa sana e salva, il primo ministro deve avere un rapporto sessuale con un maiale in diretta televisiva. Le sorti della principessa passano ben presto in secondo piano: ciò che interessa è la scelta che farà il primo ministro.

Partendo da un presupposto in qualche modo singolare, l’episodio prende una piega realistica in modo inquietante. E così fotografa in modo preciso e sconcertante il mondo in cui viviamo.

Una critica sottile al mondo della comunicazione e in particolare alla manipolazione che si esercita tramite le nuove tecnologie e i social network: la strumentalizzazione che porta all’uniformarsi del pensiero e alla deresponsabilizzazione collettiva.

Ancora parla dell’informazione e di come questa sia virale attraverso il web, che permette la diramazione di un contenuto in modo pressoché immediato e di come quello stesso contenuto lasci traccia anche nel momento in cui lo si cestina. Il tutto ha una diretta conseguenza sulla stampa quotidiana, dai tempi più lenti e che soprattutto può essere in qualche modo “controllata” dalle classi dirigenti più facilmente. Il web no. Il web è il mondo meraviglioso e terribile in cui non esistono barriere e censure.

L’episodio punta ancora l’attenzione sul concetto di “guardare“: tutto è in mostra. La folla, affamata di dettagli, guarda in modo famelico lo spettacolo pirotecnico del primo ministro quasi come se fosse l’ennesima puntata di un altro reality show. E c’è un ribaltamento sostanziale: è la vita stessa ad imitare il reality e non più il contrario.

Altri episodi indagano la dimensione più strettamente personale: il toccante “The Entire History of Younon è altro che il racconto di drammi personali, gelosia e ossessione.

L’episodio è ambientato in un mondo speculare al nostro: la differenza risiede in un device che ogni persona ha impiantato dietro l’orecchio. Il dispositivo non fa altro che registrare tutto ciò che accade attraverso gli occhi del suo proprietario: ogni momento della vita può essere visto, rivisto, zoomato, mandato indietro e analizzato. E così il protagonista, ossessionato da un presunto tradimento della moglie, ispeziona e viviseziona ogni momento, ogni singolo fotogramma che potrebbe dare una conferma o smentita di tal tradimento. L’ossessione ai tempi delle nuove tecnologie.

Chiaro il riferimento al problema della privacy personale e all’ansia di guardare e memorizzare che generano i più moderni social network. Lo sconcerto con cui si accoglie la notizia che una persona non possiede il device non è altro che quello con cui pronunciamo l’allarmante domanda: «Non hai Facebook?»

Nosedive” è, invece, l’episodio geniale e profetico che porta all’esasperazione il nostro spasmodico bisogno di “like“.

La protagonista, Lacie, vive in un mondo in cui chiunque può votare la popolarità degli altri grazie ad una tecnologia presente sul cellulare che permette allo stesso tempo di visualizzare nome e punteggio di tutti. Ossessionata dall’idea di essere popolare, Lacie cerca in modo maniacale di aumentare il suo punteggio (il massimo è cinque stelle).

La società che viene messa in mostra non è nient’altro che una società di caste.Ogni interazione è soggetta alla valutazione e il valore di ogni individuo è sancito in base alle stelline che possiede. E così la media delle valutazioni dà un valore che definisce la persona nella società, le sue possibilità, opportunità e allo stesso tempo anche l’accesso ai più banali servizi.

Per Lacie la grande occasione di aumentare le sue “stelline” si presenta quando la sua amica d’infanzia le offre il posto di damigella d’onore al suo matrimonio. La futura sposa altro non è che un influencer, connotazione da cui siamo bombardati oggigiorno, figura presente in ogni home di instagram, capace di influenzare tendenze e opinioni e allo stesso tempo di fare marketing con un semplice “like“. L’influencer non è altro che l’evoluzione del primordiale “opinion leader“, presente fin dalle prime teorie della comunicazione di massa.

Sarebbe rassicurante pensare che Black Mirror” racconti solo inquietanti favole della buonanotte, che tutto quello che ci viene presentato non è reale ma semplice intrattenimento. È, tuttavia, notizia recente che il governo cinese stia promuovendo Social Credit System: un sistema che, non diversamente da quel che avveniva nel sopracitato episodio, prevede l’assegnazione di un punteggio a tutti i cittadini e alle aziende cinesi. Per il momento l’adesione è volontaria, ma dal 2020 diventerà obbligatorio. Si tratta di un sistema di “controllo” molto pesante. Le aziende potranno in qualche modo “spiare” e valutare l’individuo in diversi settori.

Basta poco a rendersi conto che forse lo “schermo nero” con cui facciamo i conti quotidianamente, in cui continuiamo a specchiarci e tramite il quale costruiamo la nostra immagine, potrebbe diventare il nostro peggior incubo. La favola diventa realtà quando l’estraniazione e l’alienazione fanno da padrone, quando preferiamo guardare e sapere piuttosto che capire che l’immagine promossa altro non è che una costruzione fittizia realizzata a regola d’arte. Diventa reale nel momento esatto in cui perdiamo la nostra dimensione di esseri umani e ci trasformiamo in un esercito di zombi ligi alle nuove tecnologie.

Forse “Black Mirror” è di un pessimismo troppo assurdo per poterlo accettare come reale. Perché, ci piace credere, che l’ultima parola spetti sempre a noi. Ma la realtà dei fatti è davvero questa?

Vanessa Vaia

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