diritto

Non andremmo troppo lontano dalla realtà se dicessimo che le nuove tecnologie hanno ormai investito ogni ambito della società, con l’effetto di creare una nuova tipologia di mezzi di comunicazione di massa, i cosiddetti new media, che, oltre ai classici settori dell’informazione, permeano oggi sfere tradizionalmente refrattarie all’improvvisazione, come la medicina o il diritto.

Provando ad analizzare la questione dal punto di vista del giurista, non si può fare a meno di notare che il cliente 3.0 è spesso colui il quale si presenta al cospetto dell’avvocato – una figura che un tempo era degna del massimo rispetto, quando non anche di un certo timore reverenziale – con la soluzione della causa già pronta, estrapolata da un articolo di giornale o da una pagina di un sito web o, peggio, suggeritagli in un orecchio da un sedicente esperto di diritto, parente o amico, o amico di amico.

Questa sorta di diffusione indiscriminata del sapere – apprezzabile, in linea di principio, un po’ meno se la si rapporta alla mancanza di basi giuridiche che spesso accompagnano l’inesperto lettore – è senza dubbio l’effetto di una tendenza alla semplificazione che connota il periodo storico in cui viviamo, in cui regna incontrastato il principio della rapidità, della sommarietà, del “cotto e mangiato”, in cui tutti hanno bisogno di aver accesso a tutto, anche a quelle informazioni che meriterebbero un approfondimento maggiore e che, di certo, richiedono una minima cultura di settore.

In campo giuridico, sono stati i siti d’informazione a sdoganare, per primi, la diffusione del diritto al di fuori dei libri di testo universitari e dei loro compendi, a beneficio di coloro i quali avessero avuto la curiosità di informarsi neanche su tutto lo scibile giuridico, ma soltanto su una sua limitata sottocategoria.

In altre parole, si rivelavano di estrema utilità quei portali dove venivano sviscerati argomenti di uso quotidiano come le questioni condominiali o assicurative, fruibili dai più poiché scritti con un linguaggio volutamente diretto e immediato, lontano da quel “giuridichese” ai limiti dell’umana comprensione che riecheggia giornalmente nelle aule dei tribunali.

Poi, però, qualcosa è cambiato: i siti d’informazione si sono moltiplicati e anche i social hanno fatto la loro parte, creando gruppi di interazione in cui anche coloro che erano digiuni di materie giuridiche venivano messi in condizione di esprimere la loro opinione, sovente spacciando per corrette costruzioni teoriche completamente errate.

Sino all’arrivo dei siti di fake news, veri e propri terroristi mediatici che, nella sostanziale impunità che l’anonimato del web garantisce, hanno dato il colpo di grazia ad ogni velleità di corretta informazione, agendo come diffusori di false notizie che ancora oggi attecchiscono nel lettore meno attento, creando pericolose reazioni a catena, prima fra tutte la diffusione del primo nemico della conoscenza: l’ignoranza.

Una volta, per essere ignoranti bastava non studiare, non informarsi né mostrare la benché minima attenzione nei confronti delle novità.

Oggi, in barba all’antico brocardo secondo cui “la legge non ammette ignoranza”, per farsi trovare impreparati non è più sufficiente restare inerti, il che paradossalmente farebbe meno danni che non girovagare per siti internet, gruppi facebook et similia, dove il diritto – così come altri settori della conoscenza – viene riassunto sino a diventare un trafiletto, diffuso ai più in base ai principi del più becero sensazionalismo.

Nonostante queste premesse, non è utile bollare come totalmente dannosa la ventata di novità che le nuove tecnologie hanno apportato a un mondo tradizionalmente “ingessato” e poco aperto alle istanze della modernità come il diritto.

La condivisione e l’interazione, quando rispondono a criteri certi e inequivocabili che partono necessariamente dall’autorevolezza dell’emittente, sono delle risorse, perché avvicinano due estremi che, senza un mediatore, rischiano di parlare due lingue differenti: il professionista e il cliente.

L’auspicio, tuttavia, è che sia una relazione rispettosa dei ruoli, improntata al civile scambio di opinioni fra soggetti che, in quello specifico settore, non hanno – com’è comprensibile – lo stesso grado di conoscenza e preparazione.

La tecnologia c’è. Basta saperla usare.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest’ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l’Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l’inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v’è rimedio. Per fortuna.

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