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Opera di street art a Tor Marancia, una delle borgate romane

Il 9 novembre si è tenuta a Roma, nella Casa della Memoria e della Storia, la terza conferenza del ciclo di incontri “BorGate”, in cui è stato approfondito il ruolo della street art in zone difficili della capitale.

BorGate è una serie di appuntamenti in cui studiosi e appassionati della storia politica e urbanistica delle borgate di Roma si interrogano sul passato e sul futuro di questi luoghi, specchio delle recenti difficoltà gestionali romane.

L’antropologo Alessandro Simonicca, docente di Antropologica culturale dell’università La Sapienza di Roma, ha introdotto l’argomento street art descrivendo la portata “sociale” di questa pratica artistica.
La ricerca in cui è attualmente impegnato prevede una mappatura delle opere di street art romane, un compito impossibile per via della frequenza con cui tali creazioni appaiono su tutto il territorio della capitale, ma comunque utile per individuare le tendenze alla base della loro produzione.

«Va operato innanzitutto un distinguo» ha chiarito Simonicca «fra street artist e “imbrattamuri”: uno street artist è colui che ha un preciso stile e tematiche predilette, un imbrattamuri esprime con il suo writing solo un dissenso riguardo la costruzione/città che imbratta.»
La street art è stata poi descritta come arte effimera, per via della rapidità media del deterioramento delle opere, ma ciò non toglie che intorno a queste manifestazioni fugaci si siano costruite negli anni comunità di artisti o simpatizzanti. Il professore è passato così a descrivere i due principali tipi di conflitto che vede queste comunità da una parte della barricata: tra spazio organizzato e autorità comunale, e tra spazio organizzato e mercato. In entrambi i casi il conflitto non è stato comunque considerato negativo in toto, poiché come è stato osservato: “dove c’è conflitto c’è comunità”.

Nina Quarenghi, ricercatrice dell’Irsifar, ha poi descritto il progetto portato avanti con gli studenti di due classi quarte dell’I.I.S. “Via Silvestri 301”, nel corso della quale gli studenti hanno potuto operare una ricerca sul quartiere popolare Trullo, da sempre uno dei luoghi più inaccessibili di Roma. Negli ultimi anni questa zona sta invertendo rotta grazie al movimento artistico dei “Pittori del Trullo”, sono state quindi proiettate le opere di artisti come Solo e Lopez, che hanno reinterpretato in una chiave estetica pop e pubblicitaria le mitologie della zona. Il risultato è andato oltre la decorazione urbana, nuovi elementi di senso hanno generato un sentimento di comunità non indifferente.

Paola Rosati, architetto, ha infine contrapposto le esperienze di street art a Tor Marancia e San Basilio, chiarendone le differenze sostanziali. Trattasi di due borgate profondamente diverse, sintetizzando potremmo affermare che Tor Marancia, a differenza della seconda, è stata considerata un intervento di edilizia residenziale pubblica riuscito, così come la vicina Garbatella.
Diversi sono stati anche gli ideatori della riqualificazione urbana per mezzo di opere di street art, nel caso di Tor Marancia sono stati destinati al progetto 168.000 euro da parte di Fondazione Roma, Roma Capitale, e 999 Contemporary.
Quindi è stato affrontato anche il tema dell’influenza che la natura del committente può avere su queste opere: a Tor Marancia, così come a San Basilio, hanno dipinto artisti di livello internazionale come BLU, ed è chiaro che il rischio di uno scostamento dalle aspettative e dal sentire del quartiere sia stato messo in conto.

Carlo Cellamare, docente di Urbanistica all’Università La Sapienza di Roma, ha concluso dunque il seminario chiarendo proprio l’importanza che riveste la natura del progetto di riqualificazione. Alcune opere interne alla stessa borgata sono divenute per i residenti elementi di senso ben distinti: nuovi simboli popolari o neutro decoro.

Ed è proprio da queste ultime considerazioni che i progetti di street art a Roma sembrano dover ripartire: è ancora poco diffusa la consapevolezza che le periferie romane saranno gli unici veri critici di queste opere spesso prodotte da soggetti esterni. Quali sono le conseguenze di ciò?

Un’opera che ha scatenato un coinvolgimento affettuoso da parte dei residenti (che sia stata realizzata da loro o meno) è sicuramente meno soggetta ad atti di vandalismo, ne è un esempio il San Basilio di BLU censurato dalle autorità fra le proteste, mentre questa sorta di protezione non si manifesta per le opere che vengono percepite come elementi esterni e che nonostante la portata artistica dell’autore spesso subiscono l’imbecille risposta di imbrattamuri senza senso artistico, ma certamente consapevoli di chi o cosa sia per loro importante.

Il murales di BLU che rappresenta un San Basilio sostenitore della lotta per la casa è stato censurato, in basso a destra era raffigurata la polizia. I residenti hanno risposto con una scritta.

Bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che spesso le opere di street art non appartengono ai quartieri in cui vengono realizzate, e che anzi alcune di esse opprimano al pari di cartelloni pubblicitari di proporzioni enormi, specie quando i soggetti raffigurati sono figure demoniache o mutanti con 7 occhi, che per lo street artist vorranno pure significare qualcosa di grande, mentre per una settantenne non sono il massimo. Si è parlato per anni di diritto alla città, e molte opere di street art vengono considerate l’emblema della riappropriazione degli spazi pubblici da parte dei residenti, ma ciò non vale per tutte le opere.

Quando il primo scimmione evolutosi ed elavatosi dalla sua specie animale con mezzi di fortuna realizzò all’interno della sua caverna il primo graffito della storia, certamente desiderava distaccarsi dalla naturalità per immaginare un’astrazione, realizzare simboli augurali e in generale partorire la prima pietra di quella che definiamo cultura. Oggi le nostre “pitture rupestri” sono varchi in questa città di nessuno, con un obiettivo in tutto simile a quello dello scimmione: chi dipinge vuole lasciare una traccia, e dunque definire la sua cultura, del suo luogo, spesso in contrapposizione con la Cultura nazionale, che poi è quella globale, che poi è quella consumistica. La street art ridisegna la nostra città, la nostra casa, ed è uno strumento da utilizzare comprendendo fino in fondo la sua potenza rivoluzionaria.

Valerio Santori
(twitter: @santo_santori)

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