La nostalgia politica della Prima Repubblica colpisce chi non l'ha vissuta
Toni Servillo interpreta Giulio Andreotti ne "Il divo" di Paolo Sorrentino, 2008

Da anni a questa parte sulle passerelle delle sfilate di tutto il mondo si tornano a vedere i capi d’abbigliamento simbolo dei decenni passati: è la cosiddetta moda vintage che sta contagiando anche l’ambiente della politica con la crescente nostalgia della classe dirigente della Prima Repubblica.

Il paragone tra politica e moda è in questo caso più che mai azzeccato. Il vintage delle passerelle incuriosisce soprattutto i giovani, che non hanno mai indossato quell’abito o quel vestito intravisto nelle foto dei propri genitori, incellofanati nei loro armadi, testimoni di un passato che ogni tanto è bello rivangare con nostalgia, ma tutto sommato meglio che rimanga lì dov’è, un po’ come monito, un po’ come scheletro — nell’armadio appunto.

L’Italia politica di scheletri nell’armadio ne ha fin troppi: la classe dirigente della Prima Repubblica e le sue manovre più o meno limpide sono tra i più ingombranti. A scanso di equivoci, quando si usa la terminologia “Prima Repubblica” si intende quel periodo storico-politico che dal 1948 si è protratto fino al 1994: dalla rottura tra PCI e DC all’inchiesta giudiziaria Mani Pulite e all’ascesa politica di Silvio Berlusconi.

Quasi cinquant’anni di egemonia politica della Democrazia Cristiana, di conflitto ideale con il Partito Comunista, di manovre politiche spietate, di compromessi con la criminalità organizzata, con il terrorismo stragista e i servizi segreti, di sfrontato clientelismo e corruzione diffusa a macchia d’olio. «Ma la Prima Repubblica ha fatto anche qualcosa di buono!», direbbero alcuni parafrasando il riferimento nostalgico al Ventennio fascista. E in effetti è così: durante questo periodo storico sono state promulgate leggi progressiste, fondamentali per divenire un paese civile, ma soprattutto sono emersi personaggi politici divenuti pseudo-mitologici per il loro carisma, i loro ideali, la loro malizia diplomatica.

Oggi, in un momento storico in cui il confronto politico si svolge a colpi di tweet populisti, i social network stanno sostituendosi alle piazze gremite, e la classe dirigente ha definitivamente perso il suo smalto e la sua rispettabilità, tutto sommato è comprensibile il sentimento di nostalgia per la Prima Repubblica. Quando — senza badare al debito pubblico — il Paese viveva sugli allori economici e i leader politici erano avvolti da un’aura sacrale.

Come nasce la nostalgia per la Prima Repubblica?

Come per la moda, il vintage e la nostalgia si consumano nei luoghi di aggregazione. Anche nei non-luoghi, come Facebook, dove questa espressione di sentimento ha riunito più di 80.000 persone, fan di Una foto diversa della Prima Repubblica. Ogni giorno. Il leit-motiv della pagina, che è cresciuta vertiginosamente nel corso degli ultimi due anni, non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

La nostalgia politica della Prima Repubblica è un po' più complessa
La Prima Repubblica diventa merchandising nostalgico: ma quanto è cool questa maglietta?

Con toni scherzosi che riescono anche a far riflettere, gli autori dei post – fotografie e annesse descrizioni – raccontano la Prima Repubblica paragonandone personaggi e toni politici a quelli attuali. Una facile vittoria. Negli anni ’70 le accuse di corruzione, concussione, voto di scambio, e le conseguenti indagini si abbattevano su personaggi politici rispettabili, carismatici, rappresentativi. Oggi rimangono solamente le accuse e le indagini, del resto non c’è quasi traccia.

Ma chi ha nostalgia della Prima Repubblica, oggi?

Di anno in anno la vertiginosa decadenza della classe dirigente figlia della Prima Repubblica, non dimentichiamolo, è testimoniata dall’astensione alle urne sempre più diffusa, dalla mancanza di fiducia nelle istituzioni e nei loro rappresentanti. Tra i più colpiti da questo status quo sicuramente ci sono i giovani, quegli under 35 che hanno vissuto sulla propria pelle tutto il berlusconismo e il conseguente degrado che ha coinvolto la classe dirigente attuale, come vittima e al contempo artefice.

È proprio questo il pubblico principale di Una foto diversa della Prima Repubblica. Ogni giorno, quegli under 35 che hanno avuto pieno accesso all’istruzione, non hanno vissuto il periodo storico precedente gli anni ’90 ma ne hanno sentito parlare con una vena di nostalgia subitanea i genitori e i nonni, l’hanno studiato sui libri e ne hanno apprezzato i valori, condannato i crimini. Un approccio tutto sommato oggettivo, totalizzante, che porta tuttavia a rimpiangere, con nostalgia, quegli anni in cui la politica percepita aveva la P maiuscola.

A chi la Prima Repubblica l’ha vissuta, soprattutto dagli anni ’70 in poi, saranno rimaste impresse le immagini degli Anni di Piombo, delle stragi e del terrorismo, che rendono impossibile auspicare un irrealizzabile ritorno di fiamma di quel periodo storico. Eppure sono in tanti i giovani istruiti che, facendo lucida ironia, ne evidenziano i pro e i contro, lo paragonano all’attuale decadente situazione che coinvolge politica e istituzioni.

La nostalgia vintage ha rivalutato la Prima Repubblica? O è l’attuale status quo politico ad essere diventato così irrespirabile da farsi preferire il grigio passato?

«La situazione è un po’ più complessa».

Andrea Massera

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